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domenica 12 luglio 2020

La sagra della primavera



Per dare inizio a un’azione teatrale è necessario uno spazio vuoto qualsiasi, un uomo che lo attraversa e un altro che lo osserva, afferma Peter Brook (1998). Il teatro esiste solo quando accade, continua il regista inglese.
Allora scrivere di teatro e assistere a uno spettacolo attraverso la mediazione di un dispositivo virtuale potrebbero sembrare due atti assurdi, contro natura, se non addirittura impossibili.
Oggi vogliamo provare a raccogliere nuovamente la sfida (ci avevamo già provato nel saggio dedicato al teatro di Brook nel testo curato da Antonacci, 2012), vogliamo provare a lasciare traccia di una rappresentazione di teatrodanza che il diffondersi della pandemia ci ha costretti a guardare in un modo inedito e differente.
Senza escludere a priori la possibilità del teatro in video, che peraltro può offrire all’arte performativa l’occasione di ampliare la sua vocazione minoritaria e sperimentarsi con nuovi linguaggi (come del resto negli ultimi anni si sta già provando a fare attraverso l’introduzione e l’ibridazione con componenti virtuali e digitali sulla scena), riteniamo sia necessario rimanere vigili e critici rispetto al rischio di banalizzazione del teatro a intrattenimento culturale in streaming, di consumo a tutti i costi e soprattutto di trasferimento della scena “direttamente a casa” con la conseguente perdita dell’insostituibile emozionate incontro tra attore e spettatore che avviene solo nel momento presente dell’atto teatrale.
Consapevoli della complessità della situazione e che il senso di ogni proposta andrebbe interrogato singolarmente, abbiamo provato ad accostarci a una delle opere più note della regista e danzatrice tedesca Pina Bausch, “La sagra della primavera”, (Le Sacre du printemps). Lo spettacolo debuttò nel 1975 e fece grande scalpore per la sua scena “povera” ed essenziale, così come, nel 1913, la prima messa in scena dell’opera di Igor Stravinsky generò una profonda rottura con la tradizione per la musica “primitiva e rozza” e la sua dimensione corale.
La nuova versione dello spettacolo, riproposto da 38 danzatori provenienti da diversi paesi d’Africa sarebbe dovuta andare in scena nei teatri del mondo a partire dalla primavera del 2020, ma a causa del covid-19 lo spettacolo è stato sospeso e si è, così, deciso di proporre la ripresa della prova generale realizzata sulle spiagge del Senegal poco prima del lockdown.
Non nascondiamo lo spaesamento iniziale per esserci trovati in uno spazio che non ci era più familiare (non mi riferisco allo scenario inconsueto della spiaggia ma al luogo simbolico e materiale della presenza scenica), ma come spettatori siamo anche preparati allo spiazzamento generato, ogni volta, da ciascuna performance e dallo spostamento nel luogo intermedio e intermediario del teatro.
Abbiamo però ritrovato quello spazio vuoto di cui parla Brook, un rettangolo di sabbia vuoto, definito e delimitato entro cui stava per succedere qualcosa. E abbiamo atteso con lo stesso desiderio e la medesima curiosità di quando assistiamo in presenza. A partire da questo attimo di attesa stupito si è dispiegato lo spettacolo, che la riproduzione in video ha consentito di rivedere più volte perché chiedeva di essere riguardato e riascoltato, perché ci interrogava, perché, ogni volta, i corpi degli attori stagliati nel cielo e radicati nella terra ci connettevano con la dimensione corale e comunitaria del teatro. 
Ci auguriamo di rivivere presto l’emozionante incontro tra attore e spettatore nella radura del teatro.

E’ possibile vedere lo spettacolo con un contributo di 5 sterline fino al 31 luglio 2020. I proventi raccolti serviranno per sostenere l’attività della compagnia e il futuro della produzione.
https://vimeo.com/ondemand/dancingatdusk

domenica 5 luglio 2020

La sedia blu

C. Boujon (2016), La sedia blu, Babalibri, Milano

Bruscolo e Botolo passeggiano nel deserto. Improvvisamente scorgono in lontananza una macchia blu, incuriositi si avvicinano e trovano una sedia blu. Subito i due amici iniziano a giocarci e trasformano la sedia in un rifugio, una slitta, un camion dei pompieri, un’automobile da corsa, un elicottero. 
La sedia è magica, può diventare qualsiasi cosa.
Ti può difendere da una bestia feroce, ti permette di compiere esercizi da equilibrista come al circo e così all'infinito...
Ma ad un certo punto arriva un dromedario, senza immaginazione, che prova a mettere fine al gioco. Con severità sentenzia: «una sedia è fatta per sedersi».

La sedia blu è un libro meraviglioso di Claude Boujon che entusiasma i lettori bambini con la strabiliante capacità immaginativa di Bruscolo e Bertolo e invita i lettori adulti a dismettere i panni del camelide giudicante per abbandonarsi al potere magico dell’immaginazione ludica e ritrovarsi nel gioco con il bambino.

martedì 9 giugno 2020

Il vincolo e la possibilità

"La danza è una gabbia dove si impara a volare."
Claude de Nougaro

Vi invito a guardare questi due video di danza contemporanea "Interconnect" (2018) e "Able" (2008) della compagnia Californiana di danza Jacob Jonas The Company poichè grazie a questi possiamo osservare come il linguaggio poetico e trasformativo della danza abbia fatto diventare i vincoli imposti delle possibilità, trasformando così la realtà messa in scena in una splendida performance che unisce, seppur in modo diverso, i protagonisti delle coreografie di video arte.












Per quanto riguarda il primo video "Interconnect" si potrebbe ipotizzare che il coreografo abbia guidato nella creazione della performance i due danzatori dando loro l'indicazione di danzare solo a terra, intrecciandosi . Questo vincolo ha aperto la possibilità e l'unicità della performance che abbiamo visto dando origine al poetico linguaggio immaginativo che la danza, anche attraverso il video, ci ha regalato. 
Per quanto riguarda il secondo "Able" il coreografo e i danzatori, attraverso la breakdance, hanno creato una rappresentazione ancor più intensa della rottura e della protesta che questo linguaggio artistico solitamente vuole dare. 
I corpi dei danzatori con disabilità, hanno sprigionato e dato vita ad una performance intensa e poetica dimostrando ancora una volta come il vincolo può diventare spinta per creare nuove possibilità. Il linguaggio della danza spesso utilizza i vincoli, li ricerca, per creare mondi ed esplorazioni intense, per allenare i danzatori ad una presenza di lusso e dar vita a performance artistiche con forte potere trasformativo sia per chi le guarda che per chi le mette in scena. 
Creando nuove possibilità la danza lancia a noi educatori un messaggio importante, soprattutto oggi che siamo chiamati a ripensare , alla luce di nuovi e numerosi vincoli imposti, la relazione educativa e la scuola. L'invito che questo linguaggio artistico ci fa è quello di non soffermarci sui vincoli per andare a progettare e stare nel nuovo scenario che abbiamo di fronte ma di utilizzarli come spinta vitale per aprirci nuove possibilità, nuove strade che non è scontato siano peggiori ma solo diverse. Accogliamo questo invito e modo di porsi di fronte ai vincoli per vivere questa stagione di cambiamenti in atto come un'occasione di conoscere l'inedito e non dare nulla per scontato, per decentrarci e uscire dalla zona di conforto per esplorare nuove strade. Perchè i vincoli di avere spazi da ripensare, nuovi modi di stare in relazione a distanza e in presenza e diversi rapporti educatori/insegnanti studenti non è detto che portino distanza, anzi ci danno l'occasione di ripensarla, la vicinanza. Potrebbero metterci gli uni di fronte agli altri in modo più autentico e attivo e scardinare ciò che altrimenti non sarebbe stato nemmeno messo in discussione. 
È ora di "danzare e volare in queste nuove gabbie". 

domenica 7 giugno 2020

Il litigio

C. Boujon (2014), Il litigio, Babalibri, Milano

Il signor Bruno e il signor Bigio sono due conigli, uno è marrone e l’altro grigio.
I conigli vivono in due tane vicine e sono amici. Un brutto giorno iniziano a non sopportare più le abitudini l’uno dell’altro e cominciano a litigare, litigare e ancora litigare. Potrebbero non smettere mai. Finché sulla scena compare una volpe affamata.
Il resto della storia non ve lo raccontiamo per non privarvi del piacere di guardare, leggere e sfogliare questo bel libro di Claude Boujon.
Ci piace proporvelo perché è una storia che dà voce alla possibilità del confronto, del conflitto, del diverbio, della violenza, dimensioni costitutive che, non dovrebbero essere solo preventivamente censurate, ma esperire, gestite e rielaborate. Per crescere insieme.


mercoledì 3 giugno 2020

Le radici nel cielo - Conferenza online - 9 giugno ore 18.00


Le radici nel cielo.
La postura del funambolo come attitudine psicofisica per attraversare l'incertezza.

Martedì 9 giugno, alle ore 18.00, insieme al funambolo Andrea Loreni e alla formatrice Giulia Schiavone, si parlerà di educazione e funambolismo.



Come il funambolo ricerca un equilibrio precario in condizioni estreme, anche l’educatore sembra dover sostenere prove analoghe. Una delle questioni principali dell’educatore sembra infatti essere il suo modo di posizionarsi, di ‘prendere posizione’ sulla scena educativa.

L’incontro, aperto a tutti, e in particolare rivolto a educatori, insegnanti e formatori, performer e praticanti di discipline artistico-corporee, sarà occasione per riflettere sul proprio abituale modo di camminare e di attraversare la scena educativa-performativa, un invito a esperire l’equilibrio come tensione vitale al movimento e alla ricerca di un continuo bilanciamento.


La partecipazione è gratuita.
Per prenotazione: https://ilfunambolo.com/radici-nel-cielo/

domenica 24 maggio 2020

Quando abitare la casa diventa un gioco!

In questo lungo periodo di didattica a distanza, ho spesso constatato come il compito di noi insegnanti, accanto al faticoso tentativo di tener viva la presenza dei maestri e della classe  nella vita del bambino, fosse quello di generare piccole esperienze che si rivelassero, non solo occasioni di apprendimento, ma soprattutto momenti piacevoli da condividere coi propri familiari. Prendendo ispirazione dalle proposte curate da MCE, è nata l 'idea di proporre, ogni settimana, un'esplorazione, attraverso cui i bambini potessero ri-conoscere e ri-abitare, con occhi nuovi, la propria casa.
La casa è il luogo dove tutti noi siamo stati forzati a rimanere, negli ultimi mesi, forse come non ci era mai capitato in precedenza...perché non farne un'opportunità per permettere ai bambini di esplorarla in modo diverso, rinominandola in modo giocoso ?
Siamo partiti dalle finestre,  che abbiamo chiamato gli occhi delle nostre case,  invitando i bambini ad aprirle e a guardare fuori da ognuna di esse, per poi scegliere la 'visuale preferita' da cui raccontare il proprio pezzetto di mondo. La settimana successiva, abbiamo esplorato tutti i nascondigli che le nostre abitazioni offrono, scegliendone uno da eleggere a 'tana', dove rifugiarsi coi propri giochi più importanti, per ritagliarsi momenti, in uno spazio dove stare da soli. L'esplorazione è proseguita con una caccia al tesoro, attraverso cui i bambini invitavano i familiari a cercare i loro oggetti più preziosi - il tesoro!- accuratamente nascosti in un angolo della casa, aiutandoli con una mappa da loro preparata. Infine, le nostre case, dopo essere state torrette di avvistamento, rifugi ed isole del tesoro, sono state trasformate in sale dove allestire musei e collezioni private, curate dai bambini con i loro cari. Partendo da spunti offerti da alcune opere d'arte di carattere simbolico, i bambini si sono coinvolti in una ricerca molto giocosa ed appassionata che li ha portati a costruire il loro piccolo museo d'arte domestica, che qualcuno ha voluto chiamare MUDOC - Il museo degli oggetti di casa!
Siamo rimasti a bocca aperta, nell'ammirare la cura con cui hanno ricercato le cose, dentro e fuori la casa, accostandole alle opere per studiarne i colori, per poi farne forme, figure, percorsi che testimoniano esplorazioni uniche. Se nelle prime settimane questo modo di esplorare la propria casa era stato condiviso attraverso le pagine di un giornalino, con quest' ultima esperienza non potevamo che aprire un vero museo, anche se virtuale! Ognuno ha messo un pezzettino di sè negli oggetti che ha scelto e in come li ha ri-giocati. Per questo il risultato è un regalo meraviglioso, da gustare con calma, prendendosi tutto il tempo...come in un vero museo: il MUSEO VIRTUALE DI OPERE D'ARTE E COSE DOMESTICHE!









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giovedì 21 maggio 2020

Favolacce

Favolacce è il nuovo film dei fratelli Damiano e Fabio D'Innocenzo, appena uscito in questo così strano 2020.


L'arte è un mezzo per esperire
il divenire di una cosa
V. Šklovskij (L'arte come procedimento, 1917)

Si tratta di un film che ti entra sotto la pelle, sin dalle prime immagini  e dalle prime parole e poi non ti lascia più stare, per un bel po' di tempo. Le sue immagini sono distese, lunghe, densamente poetiche, perché la ripresa indugia sui particolari, ingrandendoli a dismisura, deformandoli, mostrandone il lato meraviglioso e osceno, senza soluzione di continuità.
Inizia come un racconto, prendendo in un certo senso le distanze dalle immagini, come se si trattasse del sogno di un'altra persona, della vita di qualcun altro, rispetto al quale non abbiamo legami, ma solo un sentore di somiglianza, come percepita da un secondo piano focale.
Riporto alcune parole delle prime scene, senza la pretesa di una trascrizione rigorosa, come seguendo la mia memoria: "Nella campana della carta ho trovato il diario di una bambina, scritto in penna verde, con una calligrafia acerba e sognante. Non resto stupito dai fatti in sé, ma dalla sensazione di misteriosa reticenza che mi provocano, come se non tutto fosse effettivamente su carta, eppure presente con pesantezza... Quanto segue è ispirato a una storia vera, la storia vera è ispirata a una storia falsa, la storia falsa non è molto ispirata”.
Questo gioco di straniamento è decisamente adatto a rispecchiare la condizione odierna, che ci vede nostro malgrado lontani, protetti, separati. Eppure al tempo stesso, per quanto mi riguarda almeno, rivela quanto le tecniche di distanziamento producano un effetto di intensificazione, di accresciuta implicazione, di rinnovato interesse per il mondo, per i fatti degli altri. Certo, senza immedesimazione diretta, che tende più spesso a coprire, a falsificare e a tradire l'altro, facendone espressione dei nostri propri pensieri, dei nostri propri sentimenti. Da questo punto di vista il richiamo esplicito a un certo realismo cinematografico, pur capace di condensare nelle immagini concrete i riferimenti mitici e simbolici, ci riporta all'amato PPP.
La prima cosa è lo sguardo sul mondo dei bambini, mai retorico, mai compiaciuto, fortunatamente ce ne scampano, con una passione per i loro giochi, i loro interessi e le loro relazioni. Le scene con l'acqua sono semplicemente meravigliose, da rivedere, da immergersene, nella loro semplicità e a tempo stesso sofisticazione. Anche qui c'è un rallentamento, un indugiare capace di cogliere qualcosa di magico dell'infanzia, che spesso altrove rimane celato o viene pervertito in modo francamente disgustoso. Qui no, c'è un riserbo struggente per i bambini, quasi che i registi ne siano al tempo stesso innamorati e terrorizzati.


La scuola, come spesso accade, mostra la sua mancanza di senso, e il suo essere potenziale spazio di fuga, si gioca solo nel volto nichilistico dell'escapismo, fino all'estinzione. La dirigente è incapace di vedere, l'insegnante è molto capace di spiegare, ma il senso del suo stare a scuola (e fuori dalla scuola) con i bambini, pur passando inosservato, è l'asso nella manica dei  registi, il loro, senza alcuna esagerazione volgare, coup de théâtre.
Perché in realtà è la fuga la vera protagonista del film, tutti alla fine fuggono da qualche parte, chi se ne va, chi torna a letto, chi si nasconde in garage, chi abbandona coraggioso tutto quanto che rimane indietro, chi semplicemente non ce la fa, neanche a scappare.
La fuga con la sua cappa di tensione brumosa, che ti tiene incollato e inquieto per tutta la durata, pronto ad accogliere una catastrofe mai annunciata, ma presentita, come dice la voce fuori campo all'inizio "presente con pesantezza". Eppure il finale scioglie, come senza tragedia, come un senso di sollievo, per la riuscita evasione da questo mondo così estraneo, così falso e pieno di violenza (tutta simbolica e senza senso) dei grandi.
Solo un genitore riesce a strappare suo figlio dalla fuga mortifera, con un istinto animale, grazie a  una ritirata, volgendosi indietro a un parente lontano, un congiunto importante solo perché a lui si vuole bene.
Ho ascoltato qualche stralcio di intervista ai registi e mi ha colpito uno stupore e un senso di rivincita, che sento così vicino, per non aver inverato la maledizione dei grandi: quando crescerai allora la penserai diversamente, allora capirai. E invece dalle sue parole viene sconfessato questo esiziale monito degli adulti che "crescendo avrei perso questo sguardo così preciso, e invece no, adesso sono cresciuto e non sono cambiato".
Meno male.

mercoledì 20 maggio 2020

Gioco espressivo tra regola e caso



Queste immagini sono state scattate durante un laboratorio ludico condotto con alcune persone anziane. Il gioco consiste nel fare rotolare una pallina da ping pong intinta nella tempera all'interno di una scatola di cartone sul cui fondo è stato inserito un foglio bianco. La pallina lascerà tracce che rappresentano la continua danza tra due forze contrapposte, il desiderio di dirigere la pallina e l’effettivo tragitto compiuto. In ogni momento si può decidere se assecondare il caso o se cercare di dirigere in modo preciso. L'invito è di osservare dentro di noi l'oscillazione continua tra desiderio e realtà. In questo gioco non c’è una cosa giusta o una sbagliata viene dato spazio alla sperimentazione e alla meraviglia. Il dialogo tra regola e caso ha dato esiti sempre diversi a seconda delle scelte individuali relative ai colori usati così come del movimento delle mani. Le regole per dare forma all'esperienza, il caso per generare le tracce di colore, ci hanno messo in contatto con una realtà nuova e imprevista.



La regola e il caso

Come il giorno e la notte
La regola e il caso sono due contrari
come la luce e il buio
come il rosso e il verde
come il caldo e il freddo
come l’umido e il secco
come il maschile e il femminile.
La regola dà sicurezza,
la geometria ci aiuta a conoscere le strutture
o a costruire un mondo nel quale
ci possiamo muovere senza paure.
Il caso è l’imprevisto
a volte terribile
a volte piacevole
l’incontro con una persona
con la quale si stabilisce subito
un contatto di simpatia o di amore,
l’esplosione di una idea risolutrice
la scoperta di un fenomeno.
La regola nasce dalla mente
si costruisce con la logica
tutto è previsto
con la regola si può pianificare un programma.
Il caso nasce dal clima
dalle condizioni ambientali, sociali,
geografiche, dai recettori sensoriali.
Un odore di eucalyptus
la forma di un sasso
il ritmo delle onde del mare…
La regola, da sola è monotona
il caso da solo rende inquieti.
Gli orientali dicono:
la perfezione è bella ma è stupida
bisogna conoscerla ma romperla.
La combinazione tra regola e caso
è la vita, è l’arte
è la fantasia, è l’equilibrio.

tratto da: Bruno Munari “Verbale scritto”

 


Alla fine del gioco oltre ai fogli con le tracce della nostra esperienza, potremo osservare con meraviglia la trasformazione avvenuta sulle palline che disposte secondo un ordine geometrico sembrano assomigliare a corpi celesti.





martedì 12 maggio 2020

Kaleidoscopio

Pubblichiamo una testimonianza, da vera puella ludens, di Giulia Corvi, che lavora in una Comunità educativo residenziale per minori in Lombardia.

Kaleidoscopio
(dal greco kalós “bello”, eîdos “figura” e skopéō “guardo”)

“Oh Giulia, stasera c’è una storia?”
“Certo che c’è! Un po’ diversa però, perché stasera prenderà vita!”
“… (sguardo incerto e sorriso nascosto) … Ma in che senso? Sei un po’ matta eh!”

Non mi è mai capitato di raccontare così tante storie come in questi ultimi tre mesi, ma ciò che più mi ha meravigliata è che la richiesta mi è stata rivolta da ragazzi di quindici anni. Adolescenti persi in quella “radura” di crescita tanto affascinate quanto tenebrosa, ragazzini la cui dimora prima di entrare in comunità era la strada, perché la loro casa era una giungla invivibile.
Quella sera la storia si intitolava “trip da caleidoscopio” e per qualche strana ragione avevo nello zaino quel piccolo oggetto magico.
Quella sera sono stati i ragazzi a generare la trama di quel racconto, a rinnovarlo, a trasformarlo, con le immagini che il cerchio magico creato dal caleidoscopio suscitava loro.
Fu in quel momento che mi risuonò alla mente una domanda che mi era stata posta da un’amica qualche giorno prima e alla quale faticavo ancora a trovare una risposta chiara: “Quali atteggiamenti pensi siano importanti in questo momento di quarantena per il lavoro che state facendo con i ragazzi?”

Maturare una postura caleidoscopica
Questa, come educatrice, è stata la chiave per attraversare con i ragazzi l’immobilità, la noia, l’assurdità di questo virus che improvvisamente ha interrotto il ritmo quotidiano al quale eravamo abituati.
Alle volte per fare dei passi avanti bisogna essere disposti a perdere per un momento l’equilibrio perché la fine di ogni ricerca porta alla stasi, all’immobilità. Ci è stato chiesto di mettere in discussione, ancora una volta, la nostra postura sulla scena educativa, per ritrovare il nostro equilibrio nel disequilibrio dell’incertezza. È stato fondamentale ritrovare quella capacità di cambiare in corsa, consapevoli della necessità di un’attesa che sapesse muoversi in uno spazio sospeso e disorientante, dandosi tempo, imparando ad abitare ancora una volta, i luoghi dell’educazione, con la capacità di creare quelle condizioni affinché dentro i problemi potesse maturare di nuovo il desiderio e in quelle giornate di noia, la capacità di reinventarsi con un respiro nuovo.
Farsi caleidoscopici come il gioco di colori che sa stupire e affascinare.
Ed è quando una pandemia ti costringe ad abbandonare ogni contatto e le parole non sono abbastanza che ti chiedi come poter tenere viva l’energia di quelle tensioni relazionali che si vanno a creare.
Giocare è stato l’antidoto per liberarsi dalla svogliatezza che spesso attanagliava i ragazzi e noi educatori abbiamo riscoperto che il gioco è sempre una questione di sguardi, è un linguaggio di corpi che si incontrano e anche nel silenzio dialogano, caratterizzato da rischi, sfide, insulti e sorrisi ed è in ognuno di questi gesti che la relazione con l’altro cambia e i ragazzi crescono.
Farsi caleidoscopici come il tempo che si dilata e lascia spazio all’ascolto.
Ritrovare il tempo per ascoltarli, per contenere e provare a capire i loro deliri, per alimentare i loro desideri, da realizzare una volta terminato questo teatro dell’assurdo che il virus ha messo in scena e chissà…i sogni di una vita.

“C'è pure chi educa, senza nascondere
l'assurdo ch'è nel mondo, aperto ad ogni
sviluppo ma cercando
d'essere franco all'altro come a sé,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato.” (D. Dolci)

Ed era tra il racconto delle storie condivise, tra finzione e realtà che si lasciava loro la possibilità di depositare paure e alimentare desideri, sapendo che qualcuno era lì pronto ad accoglierli e raccoglierli.
Farsi caleidoscopici per educare lo sguardo, anche e soprattutto verso quei tondi neri che si insinuano ad ogni cambio immagine.
Tondi neri di paure, di rabbia, di agitazione. Quante porte sbattute, quante urla, quanti conflitti trovano dimora ogni giorno in comunità, (con e senza quarantena, sia chiaro) eppure, saper educare lo sguardo significa anche saper abitare in presenza del male, significa saper “prendere la notte” perché da educatori consapevoli sappiamo bene che non è possibile lasciarli diventare adulti senza lotte e competizioni.
Farsi caleidoscopici come la carica generatrice che spinge a trasformar-si e reinventar-si.
Spinta che si genera tra la cura dei riti e ritmi quotidiani, raffinando la capacità di conoscere e riconoscere l’altro, intravedendone e sostenendone potenzialità e limiti. Ed è sotto questa nuova e sospesa ottica del quotidiano che i ragazzi si sono affacciati verso i loro limiti, riconoscendoli, le loro paure, affrontandole, imparando a stare nella fatica, reinventandosi.
Apparecchiamo scene educative, non per rimanerne spettatori, ma per entrarci e costruire un fare e uno stare insieme che sia autentico e generativo.
Ecco perché offrire loro spazi di sperimentazione del bello, del difficile, dell’avventura e dedicare loro tempo per nuove sorprendenti esperienze, significa consegnare a loro desideri e speranze per un futuro che anche a loro riserva qualcosa di grande.

Giulia Corvi, 11 Maggio 2020

domenica 10 maggio 2020

Il trattamento Ridarelli

R. Doyle (2001), Il trattamento Ridarelli, Salani, Milano.

Chi sono i Ridarelli?
I Ridarelli sono sempre esistiti ma pochissime persone li hanno visti. Pare siano piccolissimi, molto pelosi e cambino colore come i camaleonti. Ognuno può immaginarli come vuole.
I Ridarelli si prendono cura dei bambini, li seguono ovunque per verificare che gli adulti li trattino bene. Se i grandi trattano male i bambini si beccano il trattamento Ridarelli.
Se qualcuno, ad esempio, spaventa un bambino o è disonesto con lui e gli dà da mangiare il pesce dicendogli che è pollo, oppure fa una scorreggia e dà la colpa al bambino, gli spetta il trattamento Ridarelli.

Che cos’è il trattamento Ridarelli?
La cacca sulla scarpa. I Ridarelli si procurano la cacca pagando i cani del quartiere e la mettono sul marciapiede ogni giorno, anche più volte durante la giornata, per farla calpestare a tutti i grandi (genitori, maestri, zie, negozianti) che si comportano male con i bambini.

Queste sono le premesse dell’esilarante e irriverente romanzo di Roddy Doyle che tiene, fino alla fine, con il fiato sospeso e il naso tappato per la puzza. Una storia spensierata e spassosa che l’autore ha creato raccontandola ai suoi figli e costruendola insieme a loro, con lo sguardo di bambino.

lunedì 27 aprile 2020

DANZAMOVIMENTOTERAPIA E TEATRO CON RAGAZZI DIVERSAMENTE ABILI… DA REMOTO!


“A voi ragazzi… perché il mondo si crea danzando”



Inizia così il video di una coreografia collettiva digitale di DanzaMovimentoTerapia creata a distanza con le ragazze diversamente abili che la forzata chiusura del servizio non ha impedito di riunire virtualmente, per danzare la vita, per danzare l’arte che permette di continuare a sentirci vivi, nonostante le difficoltà.
In un CDR sul territorio di Milano, nei progetti da remoto pensati e creati per l’attività di DanzaMovimentoTerapia e di Teatro, i ragazzi sono stati invitati a contribuire dalle loro abitazioni a piccoli “spettacoli digitali” inviando un loro video con una danza o con una scenetta (riprendendo così, anche se con spazi e modalità differenti, il lavoro svolto durante l’anno all’interno del servizio), per rivedersi poi protagonisti in un video assemblato dagli operatori con i magici effetti d’animazione che le numerose App ora mettono a disposizione.


“La mente non è un vaso da riempire ma un fuoco da accendere” affermava Plutarco: sta a noi ricordare che questo fuoco possiamo accenderlo in ogni luogo, in ogni momento e in ogni condizione.

domenica 26 aprile 2020

Vacillare e decentrarsi. Pratiche educative ludiche di cura e bellezza nella relazione a distanza con le disabilità.

Paul Klee, L'equilibrista, 1923

“The only stable thing – is movement – everywhere and always”.
J.Tinguely

L’educatore è una figura professionale dai contorni sfumati, è un funambolo, suggerisce Schiavone (2019), alberga in una condizione di “equilibrio permanentemente instabile” (Barba, 1993), si muove in ogni istante oscillando tra saperi e riflessività e la gestione incerta e imprevista della quotidianità, sempre in bilico tra la propria e altrui fragilità.
In questo particolare momento storico noi educatori ci siamo accorti di vacillare più del solito perché, subitaneamente, ci siamo ritrovati ad agire su un nuovo e inedito palcoscenico formativo, ad assumere un ruolo mai sperimentato fino ad oggi, a mettere in scena insieme alle persone di cui ci prendiamo cura un nuovo copione. 
Il diffondersi della pandemia ha determinato una particolare situazione che ha reso tutti più vulnerabili, ha determinato le condizioni per cui si sono prodotte nuove fragilità e di conseguenza l’esclusione (pensiamo, ad esempio, a coloro che vivendo in una condizione di povertà economica o educativa sono esclusi dalle pratiche educative on-line) è divenuta un fenomeno diffuso, non più ascrivibile con precisione e a priori solo a certe categorie di persone, particolarmente fragili e bisognose di aiuto (Ferrante, 2020). 
L’educatore si trova, quindi, immerso in un nuovo e complesso scenario educativo che dovrebbe attraversare imparando a camminare ex novo, problematizzando i suoi abituali schemi di pensiero e di azione per predisporsi all’incontro con i bambini, i ragazzi, gli adulti e gli anziani nell’attuale situazione di disagio.
In questo breve, e di certo non esaustivo articolo, proverò a esplicitare e condividere riflessioni, vacillamenti e tentativi di pratiche educative ludiche rivolte a bambini con diverse tipologie di disabilità (intellettive, motorie, neuromotorie e sensoriali) che frequentano il servizio dello Spazio gioco di l’abilità onlus (le prassi dell’associazione sono state inserite tra le best practice dell'European Disability Forum). Riflessioni che sono tuttora aperte e arricchite dal continuo e stimolante confronto con i colleghi, i mentori, i testi di riferimento, i bambini e le famiglie a cui ci rivolgiamo. Una comunità pedagogica che, nell’isolamento delle nostre quattro mura, si è mantenuta viva e rigenerata nella difficoltà. Una comunità costituita da persone che con umiltà e ri-guardo hanno provato a sostare e mettersi in ascolto di sé e dell’altro e non si sono limitate a inveire contro insegnanti e educatori intimandoli di alzare il telefono per chiamare i bambini (magari anche un bambino non in grado di comprendere il linguaggio verbale e di esprimersi attraverso le parole!) o a magnificare presunte buone pratiche tecnologiche sfruttando concetti passe-partou (vedi alla voce empatia o relazione) che vanno bene in ogni circostanza e dunque non spiegano nulla.
Allora ripartiamo dalla costitutiva condizione di instabilità dell’educatore che, se da una parte implica un’indubbia fatica e un impiego di energia extra-ordinaria per stare in una postura oscillatoria, dall’altra consente di rimanere in contatto con le domande e gli interrogativi che ci fanno vacillare in un movimento ininterrotto che va da me verso l’altro e dall’altro verso me. 
Vacillare e decentrarsi si sono rivelate due azioni del pensiero fondamentali per ripensare il nostro intervento educativo con bambini con bisogni e necessità differenti, per ripensare le nostre abituali attività che, se proposte non in presenza ma dietro uno schermo non risultano più funzionali, per ristabilire gli obiettivi che sempre si modificano lungo il cammino.
Tali riflessioni si sono tradotte in diverse azioni che proverò a enumerare con lo scopo di stimolare ulteriori idee e possibilità di intervento, nella convinzione che in ambito educativo non si possano e debbano prescrivere ricette o dogmi ma ciò che è fondamentale è la consapevolezza e la capacità meta-riflessiva di ognuno.
Nell’ottica di promozione al diritto al gioco, soprattutto in un questo particolare momento di difficoltà e reclusione in casa, è stata distribuita, a tutti i bambini che frequentano i servizi di l’abilità, una scatola con alcuni giochi adeguati alle possibilità di ognuno. La RIGHT BOX ha provato a rispondere ai bisogni dei bambini che in casa non hanno la possibilità economica di avere a disposizione dei giocattoli, ai bambini che, alcune volte, ne hanno troppi ma non sono adeguati alle loro possibilità, ai bambini che utilizzano sempre lo stesso gioco in modo ripetitivo e stereotipato e faticano ad aprirsi a nuove esperienze, ai bambini i cui genitori non sanno quale gioco scegliere e comprare perché  presentano difficoltà cognitive, motorie, comunicative, relazionali. Ancor di più la RIGHT BOX ha significato per una famiglia, “una carezza di bene in questo periodo che stiamo vivendo, un gesto di bellezza”.
Insieme alla RIGHT BOX è stato preparato un manuale di giochi individualizzato per strutturare l’ambiente di gioco nel contesto domestico.
Inizialmente abbiamo, quindi, provato a stimolare la partecipazione dei genitori nella relazione di gioco con il proprio bambino fornendogli indicazioni e il materiale adeguato. Alcune famiglie si sono messe in gioco proponendo, per la prima volta, al loro bambino di far finta di dar da mangiare alla bambola o divertendosi con la schiuma da barba sulle mani e sulle braccia. Altre, per diverse difficoltà di ordine organizzativo, strutturale o emotivo, hanno mostrato il bisogno di un supporto ulteriore.
Dove necessario abbiamo provato a sperimentare un momento di gioco a distanza con il bambino, affiancato dalla mamma o il papà. In queste situazioni, l’educatrice non solamente ha potuto continuare a stimolare le abilità ludiche, cognitive, motorie, comunicative del bambino ma ha svolto, al contempo, un ruolo di supporto alla genitorialità, una consulenza ludica per sostenere i genitori a scoprire le abilità ludiche del proprio bambino e a condividere il piacere di giocare con lui (da questa esperienza ripartiremo per ripensare un eventuale nuovo servizio alla riapertura).
Sono poi stati preparati dei video divertenti e accattivanti per suscitare l’interesse dei bambini, video che, grazie alla creatività anche tecnica delle educatrici, possono essere fruiti dai bambini in autonomia partecipando a semplici giochi per loro interessanti, ascoltando storie da loro amate (magari tradotte con i simboli della Comunicazione Aumentativa Alternativa oppure presentate con la modalità dello Story Box o anche storie sonore) o canzoni che invitano il bambino ad ascoltare o a partecipare imitando i gesti compiuti dall’educatrice .
Per continuare a stimolare il gioco motorio, vitale per ogni bambino soprattutto in questo momento, sono stati coinvolti gli allenatori di Inter Campus, con cui l’abilità ha recentemente avviato un progetto inclusivo legato al gioco del calcio. Attraverso dei video brevi e semplificati, gli allenatori propongono divertenti giochi di movimento che possono essere svolti a casa, anche in uno spazio limitato e con materiali facilmente reperibili e che possono essere condivisi con i fratelli e i genitori.
Il percorso è in continua costruzione, si arresta ogni volta che incontra le difficoltà che emergono più numerose con il prolungarsi del periodo di quarantena e viene ricalibrato, ogni volta, a partire dalle necessità di cura dei bambini e delle famiglie, senza aderire incondizionatamente al mito della tecnologia, ma continuando a vacillare e decentrarsi, verso la bellezza.

Non posso concludere senza ringraziare sentitamente la mia piccola ma infinita comunità pedagogica di riferimento. Carlo Riva, direttore di l’abilità Onlus e tutti i coordinatori dei servizi dell’associazione per il costante e arricchente confronto, le educatrici dell’equipe dello Spazio gioco per la loro passione, Anna Magrin per l’ascolto e la condivisione di sguardi, Francesca Antonacci e Monica Guerra per gli incontri settimanali organizzati dall’Università di Milano-Bicocca, il gruppo di ricerca Puer Ludens per gli spunti di riflessione, gli allenatori di Inter Campus per la loro professionalità, gli autori citati e non citati nell’articolo, i genitori e tutti i bambini per il loro desiderio di giocare.

mercoledì 15 aprile 2020

Il gioco ....in cucina con i bambini


Quali sono le attività ludiche che i bambini possono sperimentare in cucina?
Perché é importante che i bambini giochino?
E come noi genitori possiamo giocare con i bambini in cucina?
Ne parleremo in diretta con la nutrizionista Francesca Ghelfi della Fondazione De Marchi e la pedagogista 
Ilaria De Lorenzo 
Vi aspettiamo il 22 aprile alle 14.30 sul profilo Instagram @fondazionedemarchionlus




sabato 4 aprile 2020

Dialoghi con la cittadinanza: Il gioco per un tempo libero di qualità


Già dalle prime settimane di emergenza Covid-19 è nata, dal Dipartimento di Scienze umane per la formazione dell’Università di Milano-Bicocca, l’idea di aprire degli spazi di condivisione con la cittadinanza, per mettere a disposizione di tutti le competenze dell’Accademia in questo momento critico. È stato così organizzato un appuntamento settimanale di approfondimento e confronto con pedagogisti su temi sensibili e rilevanti per educatori, insegnanti, genitori e chiunque sia interessato al mondo della formazione: i Dialoghi con la cittadinanza. Anche il gruppo Puer ludens si è attivato e ogni venerdì alle 17.30 Francesca Antonacci, docente di Pedagogia del gioco del Corso di laurea in Scienze dell’educazione, con il supporto di altri membri del gruppo, dialoga sui temi del gioco e del giocare per sostenere un tempo libero di qualità che non sia un mero passatempo o svago. A questo indirizzo il link per la partecipazione, che è  semplicissima e aperta a tutti.

Nel nostro Menu essenziale ed arbitrario di risorse per tutti i Puer Ludentes, che invitiamo a visitare assieme al nostro ricco blog, è nata una nuova pagina dedicata ai videogiochi che terremo aggiornata seguendo gli incontri del Dialoghi con la cittadinanza.


domenica 29 marzo 2020

Giocare con le disabilità al tempo del Coronavirus. Le iniziative dell’associazione L’abilità Onlus.


Il gioco, scrive il filosofo Bernard Suits, è il tentativo volontario di superare ostacoli non necessari.
Il gioco consente, all’interno del suo cerchio magico, di uno spazio e un tempo delimitati dalla quotidianità ma inseriti nel fluire della vita, di affrontare ostacoli, difficoltà, limiti che decidiamo di sfidare liberamente e volontariamente per il piacere di farlo, per metterci alla prova, per sperimentarci, per percepire le nostre possibilità e le nostre forze.
Ma quando gli ostacoli e i limiti sono necessariamente e costantemente presenti nella quotidianità, quando sono costitutivi della vita e dell’esistenza, che senso ha giocare? Che senso potrebbe avere immergersi in un’esperienza che, ancora una volta, richiede lo sforzo di provare, riprovare, sbagliare e forse riuscire? (Mi interrogo provando a inscenare il poco efficace tentativo di mettermi nei panni di un genitore di un bambino con disabilità).
Che senso ha giocare se questi ostacoli e limiti aumentano in questo periodo di complessità e isolamento, in cui sono scomparse tutte le rassicuranti routine? Come può un bambino con disabilità intellettiva aver desiderio di giocare se è sofferente perché improvvisamente gettato in una situazione difficilmente accettabile e comprensibile? Perché un bambino con autismo dovrebbe aver voglia di giocare quando si sentirebbe più protetto nel perpetuarsi di un gesto stereotipato e infinitamente reiterato? Perché un bambino con tetraparesi spastica dovrebbe sforzarsi di superare ostacoli non necessari quando, in ogni istante, deve impegnarsi per controllare il suo corpo che faticosamente riesce ad afferrare un gioco? Perché un bambino non vedente dovrebbe sperimentarsi nel gioco quando trascorre le giornate a superare ostacoli in un mondo o in una casa che non sono strutturati per la disabilità sensoriale?
Perché il gioco è vita. Il gioco è desiderio insito in ogni bambino oltre la sua disabilità lieve, media, grave o gravissima. (Così mi ha insegnato ogni bambino con cui, nel corso degli ultimi dieci anni, ho provato a giocare).
Il gioco è una zona protetta, è una zona magica, dice Huizinga, dove regna la libertà di partecipare solo per il gusto di divertirsi e di provare piacere, dove regna la libertà di esplorare ed esserci per come si è e per quello che si è capaci o non capaci di fare. Provo, riprovo, magari sbaglio, poi riesco. E mi sento più forte, mi sento capace, sono, prima di tutto, un bambino che gioca come tutti gli altri bambini. Un bambino che gode di un’esperienza vitale e fondamentale che deve essere garantita a tutti.
Per questo, l’associazione l’abilità Onlus, da oltre vent'anni impegnata nell'ambito del gioco, dell’infanzia e della disabilità, ha deciso di continuare a promuovere e garantire il diritto al gioco per tutti i bambini anche in questo periodo di grande complessità.
É così iniziata, per i bambini che frequentano l’associazione, la distribuzione di una scatola di giochi adeguati alle possibilità di ciascun bambino, la RIGHT BOX e l’invio ai genitori di un manuale di giochi personalizzato. Un manuale che non propone solo giochi e attività ma vengono forniti suggerimenti e indicazioni su come stimolare e organizzare l’ambiente di gioco, dato che in un bambino con disabilità il gioco non si sviluppa con la stessa urgenza e naturalezza come in un percorso di sviluppo tipico. Il gioco necessita di essere strutturato nei suoi tempi, spazi, corpi, materiali e attività. Proviamo, quindi, ad indicare come potrebbe essere organizzato lo spazio a casa, come preparare i bambini all'esperienza di gioco che vivranno attraverso strumenti di comunicazione alternativi al linguaggio verbale, proviamo a suggerire giochi che potrebbero essere costruiti facilmente anche con materiali di riciclo. Ad esempio, i birilli per giocare a bowling potrebbero essere preparati con delle bottigliette di plastica riempite con materiale vario che genera rumore quando vengono fatte cadere: il rinforzo sonoro permette al bambino di meglio comprendere l’effetto provocato dal lancio della sua palla.
Mandiamo anche del materiale pronto per essere stampato, come la tombola degli animali o il gioco delle caramelle; ma per chi non ha a disposizione la stampante questi giochi si possono preparare disegnando o ritagliando immagini da riviste o vecchi libri.

L'Associazione L'abilità Onlus -@Simona Brusa


Oppure si possono trasformare le faccende domestiche in gioco: si può far finta di essere un cuoco e preparare una torta o la pizza (nel manuale ci sono ricette scritte con un linguaggio semplificato e accompagnate da immagini), si può far finta di essere un cameriere e apparecchiare e sparecchiare la tavola (magari con una tovaglietta che aiuta il bambino a capire visivamente dove mettere i vari utensili), si può far finta di essere la mamma e aiutarla a mettere i panni in lavatrice o stendere.
Per i giochi di stimolazione sensoriale si possono utilizzare tessuti e stoffe differenti, materiali di diverse consistenze, ma anche cascate di farina gialla sulle braccia, sulle gambe o sui piedi che provocano la sensazione di una piacevole carezza sulla pelle.
Si possono cantare le canzoncine preferite dai bambini, seduti su un cuscino in un angolo tranquillo e poco distraente della casa.
E di seguito tanti altri giochi. Il manuale è un libro aperto che si potrà continuare ad arricchire e ampliare con l’immaginazione dei genitori e dei bambini.
Si può giocare davvero con poco. Ciò che occorre è il desiderio. Il desiderio, forse a volte sopito, degli adulti di rimettersi in gioco per incontrare il desiderio del bambino, quel sentimento di ricerca appassionata della gioia. Grazie alla predisposizione di un ambiente di gioco strutturato e facilitante, il bambino si può abbandonare al piacere, al di là degli ostacoli della sua quotidianità e disabilità, e nella dimensione del piacere può giocare i suoi limiti riscoprendo le sue possibilità e le sue forze, sviluppando benessere per affrontare situazioni e momenti difficili, come quello attuale. Il gioco ci restituisce trasformati e rigenerati alla realtà. Solo per questo vale la pena provare e continuare a giocare.

domenica 22 marzo 2020

Privilegio dell'infanzia


La verità è che io vivo sempre nella mia infanzia. […] 
In verità, abito sempre nel mio sogno e 
di tanto in tanto faccio una visita alla realtà. 
I. Bergman


“Per dir la verità, penso ai miei primi anni con piacere e curiosità. La fantasia e i sensi ricevevano nutrimento e io non ricordo d’essermi mai annoiato. Anzi, i giorni e le ore esplodevano di stranezze, scene inaspettate, istanti magici. Riesco ancora ad aggirarmi per il paesaggio della mia infanzia e rivivere luci, odori, persone, spazi, momenti, gesti, toni di voce e oggetti. Raramente si tratta di episodi su cui si può raccontare qualcosa, si tratta piuttosto di film, brevi o lunghi, girati a caso, senza un punto culminante.
Privilegio dell’infanzia: muoversi senza impedimenti tra magia e pappa quotidiana, tra terrore sconfinato e gioia esplosiva. Non c’erano limiti al di fuori delle proibizioni e delle regole, e queste erano simili a ombre, il più delle volte incomprensibili. Per esempio non capivo il tempo: devi imparare una buona volta a fare attenzione al tempo, hai ricevuto un orologio, hai imparato a leggere l’orologio. Eppure il tempo non esisteva. Arrivavo in ritardo a scuola, arrivavo in ritardo a tavola. Passeggiavo sereno nel parco dell’ospedale, osservavo e fantasticavo, il tempo si fermava finché qualcosa mi ricordava che dovevo aver fame, e poi erano scenate.
Era difficile distinguere la fantasia da quello che era considerato reale. Se mi sforzavo potevo magari costringere la realtà a mantenersi reale, ma c’erano per esempio i fantasmi e gli spiriti. Come dovevo fare con loro? E le fiabe, erano reali?” 
I. Bergman (1992), Immagini, Garzanti, Milano, p.332.

giovedì 27 febbraio 2020

Giocare al tempo del Coronavirus

Siamo sospesi in una bolla, almeno noi che viviamo nelle zone gialle e rosse. Una bolla che ha contorni ancora morbidi e permeabili (almeno nella zona gialla), nella quale vigono regole diverse da quelle del quotidiano e nella quale si può soggiornare mascherati (volendo, con mascherine, oppure le maschere del Carnevale, chissà).
Se non ci fosse il virus questa descrizione andrebbe benissimo per lo spazio-tempo del gioco, il cerchio magico descritto da Johan Huizinga nel suo Homo ludens.
Essere esperti della speciale condizione del gioco, separata dall'ordinario, mimetica, magica è forse un vantaggio in questo momento, perché aiuta a relativizzare il presente, a vederlo come un momento di passaggio, dove fare esperienza di una condizione diversa, transitiva, temporanea nel quale giocare ruoli differenti, con maschere variabili e mutevoli.
Di certo ci si può spaventare, si può essere allarmisti e ansiosi, però questo atteggiamento, motivato o meno, non aiuta a vivere le situazioni della vita in cui si è messi alla prova, genera solo reazioni scomposte che alimentano la paura e scatenano il panico.
Non voglio minimizzare il pericolo, non sono un medico e non ho gli strumenti per valutare il rischio che stiamo correndo, ma come pedagogista, e pedagogista del gioco, posso valutare la capacità di quest'ultimo di sviluppare resilienza, di stimolare le capacità di resistenza in modo proattivo e flessibile alle difficoltà che la vita ci pone di fronte. È il gioco a insegnarcelo: è possibile fare esperienza delle cose più difficili e faticose con un atteggiamento più leggero, più possibilitante, più speranzoso, esercitando l'intelligenza, le emozioni e la passione per affrontare gli ostacoli e le difficoltà.
Giocare vuol dire affrontare volontariamente ostacoli non necessari, come ci ha insegnato Suits. Giocando facciamo fatica, ma in modo consapevole, scegliendo di farla, con il solo scopo di divertirci e migliorare.
Se fosse anche solo per questo dovremmo giocare di più in questo periodo, anche perché il gioco ci insegna a stare nelle regole, proprio perché queste, più sono rigide e più sono temporanee e limitate nello spazio-tempo.
Ma giocare è importante in questo periodo anche per altri motivi. Il gioco è una attività che ci consente di stare insieme, facendo qualcosa di coinvolgente e divertente, un modo diverso per passare questi giorni di sospensione, con i bambini, con i ragazzi, con gli amici, in famiglia.
Ieri su La Stampa è uscito un articolo di Federico Taddia, che ha intervistato anche me, riguardo a come passare questo periodo di chiusura delle scuole aiutandosi con i giochi da tavolo.
In questa intervista ho raccontato della mia esperienza di gioco da tavolo in famiglia, in particolare in questi giorni con Pandemic, un gioco cooperativo nel quale tutti i giocatori devono collaborare per sconfiggere la trasmissione di 4 malattie contagiose nel pianeta.



In primo luogo volevo spendere due parole sul gioco da tavolo in generale perché l'esperienza di sedersi insieme a giocare è di per sé un momento importante di socializzazione e condivisione di momenti preziosi. Un modo per imparare a rispettare i turni, a leggere le regole di un gioco, a condividerne le finalità e modalità. I giochi cooperativi, in più, si svolgono con la coalizione di tutti i giocatori contro il sistema gioco, quindi per vincere bisogna scegliere strategie, negoziare, cedere e rischiare, tutti insieme.
In particolare poi Pandemic è un modo con cui stiamo affrontando, in casa, anche il tema della malattia, della trasmissione, potendo verificare in modo simulato come avviene un contagio, e perché è più comune dove la densità degli abitanti di una città è più elevato e dove i collegamenti e le vie di mobilità della popolazione sono maggiori. Si capisce che non sono importanti solo i medici, ma anche chi fa ricerca, chi organizza le situazioni di crisi, chi prende le decisioni. Che a volte è più importante donare che prendere, proprio per arrivare alla sconfitta del virus e molte altre cose utili a rendere il presente più comprensibile.
Inoltre giocare a Pandemic aiuta a rendere più leggero il senso di oppressione che viene dai media e da tutti i lamentosi che ci circondano. Criticare e lagnarsi sono atteggiamenti diffusi, ma nel gioco non servono a nulla, vince chi si impegna di più a superare le difficoltà, trova una soluzione imprevista, aiuta gli altri e ha voglia di sconfiggere il male, in tutte le sue forme.

Infine, da ultimo, e come vuole il motto, non meno importante, con le "malattie" di Pandemic, come in ogni gioco, dopo la partita, puoi anche generare il nuovo...