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domenica 4 ottobre 2020

Non ci resta che vincere

 


Campeones (malamente tradotto in italiano Non ci resta che vincere) è un film del 2018 del regista spagnolo Javier Fesser. È un film divertente che sa accostarsi senza ipocrisia, con leggerezza e profondità, alle tematiche della diversità e della disabilità. 

La storia inizia presentandoci il suo protagonista, Marco Montes, una persona burbera e litigiosa e allenatore professionista di basket. A causa di un furioso alterco avvenuto in campo Marco viene allontanato dalla sua squadra e, trovato in stato di ebbrezza al volante, deve scontare la pena svolgendo un lavoro socialmente utile. Per ordine del giudice dovrà allenare una squadra composta da persone con disabilità intellettiva.

Così avviene l’incontro con la diversità, propria e altrui. Un incontro trasformativo che si realizza nel gioco e attraverso il gioco della pallacanestro scardina le gabbie classificatorie che imprigionano le persone con disabilità dentro uno stereotipo, paraocchi che impediscono di vedere l'unicità di ciascuno (all’inizio del film viene proposto il solito elenco di parole denigranti e purtroppo ancora in uso come "subnormali, mongoloidi, ritardati mentali").

Ogni giocatore è una persona al di là della sua disabilità, con la sua storia, le sue peculiarità, i suoi interessi e passioni, le sue paure e fragilità proprio come Marco.

Juanma ha paura dell’acqua e per questo non si lava ma ricerca continuamente l’abbraccio, Marín è ipocondriaco e crede di avere sempre qualche malanno, Benito tira solo la palla all’indietro, Jesús è "rimasto all'infanzia", ha un gruppo musicale e suona ogni domenica, Sergio ogni tanto si isola e si perde a fissare un punto del soffitto. Marco ha paura dell’ascensore, è troppo basso per giocare a basket e bloccato emotivamente.

Ognuno gioca la propria partita insieme agli altri e vincere, forse, non significa arrivare primi, ma partecipare, ciascuno con le proprie capacità, peculiarità e disabilità, alla partita della vita.



venerdì 18 settembre 2020

About a city - A Human Place - La scuola che verrà

Mettere al centro le persone, i bisogni, diritti e le aspirazioni di chi abita le città, i territori e le comunità: A Human Place, la nuova edizione di About a City curata da Fondazione Giangiacomo Feltrinelli invita a ripensare i luoghi in cui viviamo in questa nuova fase.





Tre gli ambiti: educazione e scuola, fra conoscenze, esperienze, luoghi e percorsi educativi per una città a misura di bambini e bambine, ragazzi e ragazze; diritto alla case e a forme di convivenza inedite; immaginari, per pensare a nuove tensioni trasformative delle città e dei luoghi in cui viviamo, dando voce alle aspirazioni dei giovani e delle comunità.

Venerdì 18 settembre 2020. “La scuola che verrà: tempi, spazi e relazioni” coordinano la sessione Francesca Antonacci e Monica Guerra.

Qui il programma completo dell'iniziativa:  

Per info e iscrizioni su: fondazionefeltrinelli.it/aboutacity2020

Gli appuntamenti live sono a ingresso libero e gratuito fino a esaurimento posti nel rispetto delle norme vigenti in materia di sicurezza sanitaria.

Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, viale Pasubio 5. 
In streaming su Facebook, YouTube e su fondazionefeltrinelli.it

mercoledì 9 settembre 2020

Gioco e Cambiamento Sociale - Tavola Esagonale 2020

 La Tavola Esagonale è un importante momento di condivisione e comunicazione dei saperi ludici, della ricerca sul gioco e sul giocare in ambito accademico e professionale, in stretta collaborazione con Play - Festival del Gioco.

L’edizione 2020 ha come tema “Gioco e Cambiamento Sociale”, raccogliendo ricerche, testimonianze, riflessioni ed esperienze.

La Tavola Esagonale si articolerà in 3 diverse sezioni (digitali):

  • Accademica: 9 settembre 2020 dalle 9:30. Si concentrerà sugli aspetti della ricerca scientifica, e si svolgerà completamente in forma digitale con un palinsesto articolato in tavoli di presentazione che lasceranno spazio al dialogo con il pubblico. 
  • Edularp.it: in continuità con i convegni degli ultimi due anni propone appuntamenti dedicati al mondo del gioco di ruolo in ambito educativo organizzato in sinergia con Il Congegno di Leonardo.
    • 10 Settembre 2020 ore 17: LARP e comportamenti prosociali
    • 17 Settembre 2020 ore 17: LARP e intercultura
    • 24 Settembre 2020 ore 17: Assaggi di Edu-Laog
  • Edu-play: in continuità con le edizioni passate della Tavola Esagonale propone incontri e momenti di confronto che coinvolgono esperti del settore ed operatori sul gioco nelle sue diverse applicazioni in ambito aziendale, formativo ed educativo.
    • 11 Settembre 2020 ore 18: Didattica Ludica: competenze in gioco
    • 18 Settembre 2020 ore 18 PROCESS DRAMA, Edu-LARP e Democrazia
    • 25 Settembre 2020 ore 18: Perché la tua attività legata al gioco non ha valore scientifico ma dovrebbe.

Vi aspettiamo online!

La partecipazione è libera e gratuita.

Tutti gli eventi i diretta su:

 Per maggiori informazioni: tavola.esagonale@playres.it

martedì 8 settembre 2020

Educare alla bellezza - Seminario per ripartire insieme

In che modo il luogo teatro e il linguaggio artistico hanno un senso e un valore per la scuola?

Nei giorni 3, 4 e 5 settembre 2020, presso la Lavanderia a Vapore - Centro di residenza per la danza - di Collegno, il seminario "EDUCARE ALLA BELLEZZA" ha provato a tracciare le linee per una ripartenza condivisa nel mondo della scuola.

                                           

Uno spazio per immaginare nuovi strumenti per la didattica, riconoscere il valore della corporeità come strumento comunicativo e dialogico, avvalendosi del teatro e della danza come linguaggi in grado di favorire lo sviluppo delle potenzialità espressive e creative nei singoli, nella relazione, nel gruppo.

Il seminario, rivolto agli insegnanti delle scuole secondarie di secondo grado e degli istituti professionali, a partire dai contenuti teorici espressi il primo giorno, si è sviluppato intorno a pratiche laboratoriali proposte dagli artisti coinvolti nel progetto. Tra i formatori anche Francesca Antonacci.

Per maggiori informazioni: https://www.lavanderiaavapore.eu/



domenica 30 agosto 2020

Monos. Un gioco da ragazzi



Monos. Un gioco da ragazzi è un film del 2019 del regista Alejandro Landes. Il film si ispira al romanzo di William Golding “Il signore delle mosche” (1954) e ha richiamato alla memoria alcune scene dell’omonimo film diretto da Peter Brook nel 1963 (rimandiamo, a questo proposito, al saggio di Francesca Antonacci nel testo Puer Ludens, edito nel 2012 da Franco Angeli).
Il gioco in cui si cimentano gli otto protagonisti del film è il gioco della guerra, che si svolge in una terra isolata dal resto del mondo, sulle montagne e tra le fitte giungle dell’America Latina. I ragazzi sono impegnati a difendere un ostaggio, una donna americana che semplicemente chiamano “La dottoressa”, da eventuali attacchi nemici. I giochi sono manovrati, inizialmente, da un generale autoritario (l’attore è stato per davvero un bambino soldato) di una misteriosa organizzazione che ha addestrato i ragazzi a divenire soldati.
Al di là della chiave di lettura socio-politica che vede la storia come allegoria degli scontri che hanno devastato la Colombia negli ultimi anni, a noi interessa qui esplorare la cornice del gioco. I ragazzi, nel tempo liminale tra infanzia e adultità, fanno finta di essere soldati, si travestono e truccano i loro volti e corpi con la terra, combattono tra loro con ferocia e violenza, giocano per allenarsi (stupefacente per l’ambientazione paesaggistica e l’atmosfera giocosa la scena iniziale, in cui i ragazzi giocano a calcio con una benda sugli occhi), mettono in scena, intorno al fuoco, rituali d’accoppiamento e animaleschi (monos, in spagnolo, significa scimmie), scuoiano animali, vivono in tane scavate nella terra e nelle rocce.
Ogni gesto e ogni azione sono intensificate e caricate di un significato ludico. E forse per questo rimaniamo perturbati e attoniti di fronte a un gioco che i ragazzi vivono fino alle estreme conseguenze, e quando uno di loro, colui che viene definito “il piagnucolone” proverà a uscire dal gruppo e scappare determinerà, forse, la fine del gioco.
Il finale è aperto, non si presta a facili interpretazioni e univoche soluzioni ma si insinua nello spettatore generando domande provocanti e inquietanti.



martedì 25 agosto 2020

I Giochi di un tempo

@photocredit Stefano Triulzi

I Giochi di un tempo è un quaderno a cura della Pro Loco di Sarmede, piccolo comune in provincia di Treviso conosciuto come il “paese delle fiabe” per essere sede, dal 1983, della Mostra Internazionale dell’Illustrazione per l’Infanzia. Il quaderno, edito da Kellerman (2014), raccoglie alcuni vecchi giochi, “cari a coloro che hanno conosciuto la società rurale e urbana d’altri tempi”.
Bandiera, ‘L campanon, La bala solitaria, Quatro cantòn sono alcuni dei giochi rievocati con una scrittura d’altri tempi, il corsivo, e accompagnati da illustrazioni esplicative.
Non si tratta di un' operazione nostalgica e anche se lo fosse, scrive Bernardi nell’introduzione, “non c’è da vergognarsi, ognuno ha diritto ai sospiri del caso pensando alla sua giovinezza”.
Crediamo piuttosto che questo quadernetto, attraverso il racconto e la conoscenza di giochi di un tempo passato, possa arricchire l’esperienza ludica odierna. Forse, come ci indica il cartello di Pignone, è ancora pensabile e fattibile che i bambini, oggigiorno, tornino in strada a giocare, magari in gruppo, come suggerisce Antonacci, per "proteggersi, incoraggiarsi, aiutarsi a vicenda". Per crescere i bambini hanno bisogno di giocare, sperimentarsi, vincere e perdere, litigare, lottare anche senza il controllo dei genitori ma sentendo la loro fiducia. Così si potrà tornare a rioccupare le piazze, le vie, i cortili lastricati e i giardinetti spogli per ritrovare uno spazio di libertà, avventura, scontro e confronto, rischio e crescita.

venerdì 14 agosto 2020

Puer radix

Puer radix è un’espressione che prendiamo in prestito dallo scrittore e poeta Tiziano Fratus per intitolare questo post e per presentarvi alcune opere dello scultore Christian Verginer (le immagini sono prese dal sito dell’artista), che abbiamo avuto occasione di conoscere presso il Messner Mountain Museum a Brunico.
Puer radix, scrive Fratus, è il bambino che “vive quotidianamente un rapporto di stretta connessione con gli elementi naturali e vegetali, con le altre specie viventi animali”, è colui che si prende cura del fuori o “semplicemente chi lavora con altri bambini per una maggiore consapevolezza ecologica ed ecosofica, immergendosi quanto più possibile nel paesaggio” (Fratus in Guerra, 2015, p.20). 
Le opere di Vertiger si interrogano sul rapporto tra uomo e natura, sulla relazione di appartenenza e partecipazione dell’uomo al mondo ma anche sulla sua posizione dominatrice e sfruttatrice e sembrano ricondurci all’infanzia. Infanzia intesa come possibilità di riscoperta di un’attitudine stupefatta e curiosa che vive intensamente il contatto con la natura e con gli altri e capace di una conoscenza connettiva, contemplativa, immaginativa e profonda.
“Infanzia e natura sono condizioni utopiche ed edeniche che abbiamo alle nostre spalle, ma soprattutto di fronte a noi, sono la rivoluzione silenziosa e individuale, la sola che può davvero cambiare il mondo” (Antonacci in Guerra, 2015, p.64).

 Ticking grass, 2020

The life inside, 2016

Together but alone, 2019


The first cut

Soundless, 2019


Man’s best friend


Alienated, 2016


sabato 25 luglio 2020

Blub blub blub

Yuichi Kasano (2009), Blub blub blub, Babalibri, Milano.


È un giorno d’estate e fa molto caldo. Ciaf, ciaf, ciaf…
Un bambino sta galleggiando tranquillamente nel mare con il suo salvagente quando, blub… blub… blub…, si sente sollevare dal papà.
Flush! Il papà e il bambino vengono improvvisamente sollevati da una tartaruga, a sua volta sollevata da un tricheco, poi da una balena e così via, fino a creare una torre traballante che arriva fino alla cima delle pagine di questo libro che si sfoglia in verticale. Il gioco si ripete e si trasforma in un’avventura avvincente!

Blub blub blub è un albo scritto e illustrato dall’artista giapponese Yuichi Kasano. È un libro per tutti perché presenta immagini chiare su uno sfondo nitido e un testo semplice e breve. È un testo divertentissimo che racconta un gioco che probabilmente tutti abbiamo fatto al mare, quando il papà ci prendeva sulle spalle e ci faceva volare tra il cielo e il mare. Blub blub blub ci riporta all’infanzia, al gusto della ripetizione, al piacere di fluttuare tra i suoni delle parole, all’attesa meravigliata, alla vertigine del rischio. Un libro per adulti e bambini.

domenica 12 luglio 2020

La sagra della primavera



Per dare inizio a un’azione teatrale è necessario uno spazio vuoto qualsiasi, un uomo che lo attraversa e un altro che lo osserva, afferma Peter Brook (1998). Il teatro esiste solo quando accade, continua il regista inglese.
Allora scrivere di teatro e assistere a uno spettacolo attraverso la mediazione di un dispositivo virtuale potrebbero sembrare due atti assurdi, contro natura, se non addirittura impossibili.
Oggi vogliamo provare a raccogliere nuovamente la sfida (ci avevamo già provato nel saggio dedicato al teatro di Brook nel testo curato da Antonacci, 2012), vogliamo provare a lasciare traccia di una rappresentazione di teatrodanza che il diffondersi della pandemia ci ha costretti a guardare in un modo inedito e differente.
Senza escludere a priori la possibilità del teatro in video, che peraltro può offrire all’arte performativa l’occasione di ampliare la sua vocazione minoritaria e sperimentarsi con nuovi linguaggi (come del resto negli ultimi anni si sta già provando a fare attraverso l’introduzione e l’ibridazione con componenti virtuali e digitali sulla scena), riteniamo sia necessario rimanere vigili e critici rispetto al rischio di banalizzazione del teatro a intrattenimento culturale in streaming, di consumo a tutti i costi e soprattutto di trasferimento della scena “direttamente a casa” con la conseguente perdita dell’insostituibile emozionate incontro tra attore e spettatore che avviene solo nel momento presente dell’atto teatrale.
Consapevoli della complessità della situazione e che il senso di ogni proposta andrebbe interrogato singolarmente, abbiamo provato ad accostarci a una delle opere più note della regista e danzatrice tedesca Pina Bausch, “La sagra della primavera”, (Le Sacre du printemps). Lo spettacolo debuttò nel 1975 e fece grande scalpore per la sua scena “povera” ed essenziale, così come, nel 1913, la prima messa in scena dell’opera di Igor Stravinsky generò una profonda rottura con la tradizione per la musica “primitiva e rozza” e la sua dimensione corale.
La nuova versione dello spettacolo, riproposto da 38 danzatori provenienti da diversi paesi d’Africa sarebbe dovuta andare in scena nei teatri del mondo a partire dalla primavera del 2020, ma a causa del covid-19 lo spettacolo è stato sospeso e si è, così, deciso di proporre la ripresa della prova generale realizzata sulle spiagge del Senegal poco prima del lockdown.
Non nascondiamo lo spaesamento iniziale per esserci trovati in uno spazio che non ci era più familiare (non mi riferisco allo scenario inconsueto della spiaggia ma al luogo simbolico e materiale della presenza scenica), ma come spettatori siamo anche preparati allo spiazzamento generato, ogni volta, da ciascuna performance e dallo spostamento nel luogo intermedio e intermediario del teatro.
Abbiamo però ritrovato quello spazio vuoto di cui parla Brook, un rettangolo di sabbia vuoto, definito e delimitato entro cui stava per succedere qualcosa. E abbiamo atteso con lo stesso desiderio e la medesima curiosità di quando assistiamo in presenza. A partire da questo attimo di attesa stupito si è dispiegato lo spettacolo, che la riproduzione in video ha consentito di rivedere più volte perché chiedeva di essere riguardato e riascoltato, perché ci interrogava, perché, ogni volta, i corpi degli attori stagliati nel cielo e radicati nella terra ci connettevano con la dimensione corale e comunitaria del teatro. 
Ci auguriamo di rivivere presto l’emozionante incontro tra attore e spettatore nella radura del teatro.

E’ possibile vedere lo spettacolo con un contributo di 5 sterline fino al 31 luglio 2020. I proventi raccolti serviranno per sostenere l’attività della compagnia e il futuro della produzione.
https://vimeo.com/ondemand/dancingatdusk

domenica 5 luglio 2020

La sedia blu

C. Boujon (2016), La sedia blu, Babalibri, Milano

Bruscolo e Botolo passeggiano nel deserto. Improvvisamente scorgono in lontananza una macchia blu, incuriositi si avvicinano e trovano una sedia blu. Subito i due amici iniziano a giocarci e trasformano la sedia in un rifugio, una slitta, un camion dei pompieri, un’automobile da corsa, un elicottero. 
La sedia è magica, può diventare qualsiasi cosa.
Ti può difendere da una bestia feroce, ti permette di compiere esercizi da equilibrista come al circo e così all'infinito...
Ma ad un certo punto arriva un dromedario, senza immaginazione, che prova a mettere fine al gioco. Con severità sentenzia: «una sedia è fatta per sedersi».

La sedia blu è un libro meraviglioso di Claude Boujon che entusiasma i lettori bambini con la strabiliante capacità immaginativa di Bruscolo e Bertolo e invita i lettori adulti a dismettere i panni del camelide giudicante per abbandonarsi al potere magico dell’immaginazione ludica e ritrovarsi nel gioco con il bambino.

martedì 9 giugno 2020

Il vincolo e la possibilità

"La danza è una gabbia dove si impara a volare."
Claude de Nougaro

Vi invito a guardare questi due video di danza contemporanea "Interconnect" (2018) e "Able" (2008) della compagnia Californiana di danza Jacob Jonas The Company poichè grazie a questi possiamo osservare come il linguaggio poetico e trasformativo della danza abbia fatto diventare i vincoli imposti delle possibilità, trasformando così la realtà messa in scena in una splendida performance che unisce, seppur in modo diverso, i protagonisti delle coreografie di video arte.












Per quanto riguarda il primo video "Interconnect" si potrebbe ipotizzare che il coreografo abbia guidato nella creazione della performance i due danzatori dando loro l'indicazione di danzare solo a terra, intrecciandosi . Questo vincolo ha aperto la possibilità e l'unicità della performance che abbiamo visto dando origine al poetico linguaggio immaginativo che la danza, anche attraverso il video, ci ha regalato. 
Per quanto riguarda il secondo "Able" il coreografo e i danzatori, attraverso la breakdance, hanno creato una rappresentazione ancor più intensa della rottura e della protesta che questo linguaggio artistico solitamente vuole dare. 
I corpi dei danzatori con disabilità, hanno sprigionato e dato vita ad una performance intensa e poetica dimostrando ancora una volta come il vincolo può diventare spinta per creare nuove possibilità. Il linguaggio della danza spesso utilizza i vincoli, li ricerca, per creare mondi ed esplorazioni intense, per allenare i danzatori ad una presenza di lusso e dar vita a performance artistiche con forte potere trasformativo sia per chi le guarda che per chi le mette in scena. 
Creando nuove possibilità la danza lancia a noi educatori un messaggio importante, soprattutto oggi che siamo chiamati a ripensare , alla luce di nuovi e numerosi vincoli imposti, la relazione educativa e la scuola. L'invito che questo linguaggio artistico ci fa è quello di non soffermarci sui vincoli per andare a progettare e stare nel nuovo scenario che abbiamo di fronte ma di utilizzarli come spinta vitale per aprirci nuove possibilità, nuove strade che non è scontato siano peggiori ma solo diverse. Accogliamo questo invito e modo di porsi di fronte ai vincoli per vivere questa stagione di cambiamenti in atto come un'occasione di conoscere l'inedito e non dare nulla per scontato, per decentrarci e uscire dalla zona di conforto per esplorare nuove strade. Perchè i vincoli di avere spazi da ripensare, nuovi modi di stare in relazione a distanza e in presenza e diversi rapporti educatori/insegnanti studenti non è detto che portino distanza, anzi ci danno l'occasione di ripensarla, la vicinanza. Potrebbero metterci gli uni di fronte agli altri in modo più autentico e attivo e scardinare ciò che altrimenti non sarebbe stato nemmeno messo in discussione. 
È ora di "danzare e volare in queste nuove gabbie". 

domenica 7 giugno 2020

Il litigio

C. Boujon (2014), Il litigio, Babalibri, Milano

Il signor Bruno e il signor Bigio sono due conigli, uno è marrone e l’altro grigio.
I conigli vivono in due tane vicine e sono amici. Un brutto giorno iniziano a non sopportare più le abitudini l’uno dell’altro e cominciano a litigare, litigare e ancora litigare. Potrebbero non smettere mai. Finché sulla scena compare una volpe affamata.
Il resto della storia non ve lo raccontiamo per non privarvi del piacere di guardare, leggere e sfogliare questo bel libro di Claude Boujon.
Ci piace proporvelo perché è una storia che dà voce alla possibilità del confronto, del conflitto, del diverbio, della violenza, dimensioni costitutive che, non dovrebbero essere solo preventivamente censurate, ma esperire, gestite e rielaborate. Per crescere insieme.


mercoledì 3 giugno 2020

Le radici nel cielo - Conferenza online - 9 giugno ore 18.00


Le radici nel cielo.
La postura del funambolo come attitudine psicofisica per attraversare l'incertezza.

Martedì 9 giugno, alle ore 18.00, insieme al funambolo Andrea Loreni e alla formatrice Giulia Schiavone, si parlerà di educazione e funambolismo.



Come il funambolo ricerca un equilibrio precario in condizioni estreme, anche l’educatore sembra dover sostenere prove analoghe. Una delle questioni principali dell’educatore sembra infatti essere il suo modo di posizionarsi, di ‘prendere posizione’ sulla scena educativa.

L’incontro, aperto a tutti, e in particolare rivolto a educatori, insegnanti e formatori, performer e praticanti di discipline artistico-corporee, sarà occasione per riflettere sul proprio abituale modo di camminare e di attraversare la scena educativa-performativa, un invito a esperire l’equilibrio come tensione vitale al movimento e alla ricerca di un continuo bilanciamento.


La partecipazione è gratuita.
Per prenotazione: https://ilfunambolo.com/radici-nel-cielo/

domenica 24 maggio 2020

Quando abitare la casa diventa un gioco!

In questo lungo periodo di didattica a distanza, ho spesso constatato come il compito di noi insegnanti, accanto al faticoso tentativo di tener viva la presenza dei maestri e della classe  nella vita del bambino, fosse quello di generare piccole esperienze che si rivelassero, non solo occasioni di apprendimento, ma soprattutto momenti piacevoli da condividere coi propri familiari. Prendendo ispirazione dalle proposte curate da MCE, è nata l 'idea di proporre, ogni settimana, un'esplorazione, attraverso cui i bambini potessero ri-conoscere e ri-abitare, con occhi nuovi, la propria casa.
La casa è il luogo dove tutti noi siamo stati forzati a rimanere, negli ultimi mesi, forse come non ci era mai capitato in precedenza...perché non farne un'opportunità per permettere ai bambini di esplorarla in modo diverso, rinominandola in modo giocoso ?
Siamo partiti dalle finestre,  che abbiamo chiamato gli occhi delle nostre case,  invitando i bambini ad aprirle e a guardare fuori da ognuna di esse, per poi scegliere la 'visuale preferita' da cui raccontare il proprio pezzetto di mondo. La settimana successiva, abbiamo esplorato tutti i nascondigli che le nostre abitazioni offrono, scegliendone uno da eleggere a 'tana', dove rifugiarsi coi propri giochi più importanti, per ritagliarsi momenti, in uno spazio dove stare da soli. L'esplorazione è proseguita con una caccia al tesoro, attraverso cui i bambini invitavano i familiari a cercare i loro oggetti più preziosi - il tesoro!- accuratamente nascosti in un angolo della casa, aiutandoli con una mappa da loro preparata. Infine, le nostre case, dopo essere state torrette di avvistamento, rifugi ed isole del tesoro, sono state trasformate in sale dove allestire musei e collezioni private, curate dai bambini con i loro cari. Partendo da spunti offerti da alcune opere d'arte di carattere simbolico, i bambini si sono coinvolti in una ricerca molto giocosa ed appassionata che li ha portati a costruire il loro piccolo museo d'arte domestica, che qualcuno ha voluto chiamare MUDOC - Il museo degli oggetti di casa!
Siamo rimasti a bocca aperta, nell'ammirare la cura con cui hanno ricercato le cose, dentro e fuori la casa, accostandole alle opere per studiarne i colori, per poi farne forme, figure, percorsi che testimoniano esplorazioni uniche. Se nelle prime settimane questo modo di esplorare la propria casa era stato condiviso attraverso le pagine di un giornalino, con quest' ultima esperienza non potevamo che aprire un vero museo, anche se virtuale! Ognuno ha messo un pezzettino di sè negli oggetti che ha scelto e in come li ha ri-giocati. Per questo il risultato è un regalo meraviglioso, da gustare con calma, prendendosi tutto il tempo...come in un vero museo: il MUSEO VIRTUALE DI OPERE D'ARTE E COSE DOMESTICHE!









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giovedì 21 maggio 2020

Favolacce

Favolacce è il nuovo film dei fratelli Damiano e Fabio D'Innocenzo, appena uscito in questo così strano 2020.


L'arte è un mezzo per esperire
il divenire di una cosa
V. Šklovskij (L'arte come procedimento, 1917)

Si tratta di un film che ti entra sotto la pelle, sin dalle prime immagini  e dalle prime parole e poi non ti lascia più stare, per un bel po' di tempo. Le sue immagini sono distese, lunghe, densamente poetiche, perché la ripresa indugia sui particolari, ingrandendoli a dismisura, deformandoli, mostrandone il lato meraviglioso e osceno, senza soluzione di continuità.
Inizia come un racconto, prendendo in un certo senso le distanze dalle immagini, come se si trattasse del sogno di un'altra persona, della vita di qualcun altro, rispetto al quale non abbiamo legami, ma solo un sentore di somiglianza, come percepita da un secondo piano focale.
Riporto alcune parole delle prime scene, senza la pretesa di una trascrizione rigorosa, come seguendo la mia memoria: "Nella campana della carta ho trovato il diario di una bambina, scritto in penna verde, con una calligrafia acerba e sognante. Non resto stupito dai fatti in sé, ma dalla sensazione di misteriosa reticenza che mi provocano, come se non tutto fosse effettivamente su carta, eppure presente con pesantezza... Quanto segue è ispirato a una storia vera, la storia vera è ispirata a una storia falsa, la storia falsa non è molto ispirata”.
Questo gioco di straniamento è decisamente adatto a rispecchiare la condizione odierna, che ci vede nostro malgrado lontani, protetti, separati. Eppure al tempo stesso, per quanto mi riguarda almeno, rivela quanto le tecniche di distanziamento producano un effetto di intensificazione, di accresciuta implicazione, di rinnovato interesse per il mondo, per i fatti degli altri. Certo, senza immedesimazione diretta, che tende più spesso a coprire, a falsificare e a tradire l'altro, facendone espressione dei nostri propri pensieri, dei nostri propri sentimenti. Da questo punto di vista il richiamo esplicito a un certo realismo cinematografico, pur capace di condensare nelle immagini concrete i riferimenti mitici e simbolici, ci riporta all'amato PPP.
La prima cosa è lo sguardo sul mondo dei bambini, mai retorico, mai compiaciuto, fortunatamente ce ne scampano, con una passione per i loro giochi, i loro interessi e le loro relazioni. Le scene con l'acqua sono semplicemente meravigliose, da rivedere, da immergersene, nella loro semplicità e a tempo stesso sofisticazione. Anche qui c'è un rallentamento, un indugiare capace di cogliere qualcosa di magico dell'infanzia, che spesso altrove rimane celato o viene pervertito in modo francamente disgustoso. Qui no, c'è un riserbo struggente per i bambini, quasi che i registi ne siano al tempo stesso innamorati e terrorizzati.


La scuola, come spesso accade, mostra la sua mancanza di senso, e il suo essere potenziale spazio di fuga, si gioca solo nel volto nichilistico dell'escapismo, fino all'estinzione. La dirigente è incapace di vedere, l'insegnante è molto capace di spiegare, ma il senso del suo stare a scuola (e fuori dalla scuola) con i bambini, pur passando inosservato, è l'asso nella manica dei  registi, il loro, senza alcuna esagerazione volgare, coup de théâtre.
Perché in realtà è la fuga la vera protagonista del film, tutti alla fine fuggono da qualche parte, chi se ne va, chi torna a letto, chi si nasconde in garage, chi abbandona coraggioso tutto quanto che rimane indietro, chi semplicemente non ce la fa, neanche a scappare.
La fuga con la sua cappa di tensione brumosa, che ti tiene incollato e inquieto per tutta la durata, pronto ad accogliere una catastrofe mai annunciata, ma presentita, come dice la voce fuori campo all'inizio "presente con pesantezza". Eppure il finale scioglie, come senza tragedia, come un senso di sollievo, per la riuscita evasione da questo mondo così estraneo, così falso e pieno di violenza (tutta simbolica e senza senso) dei grandi.
Solo un genitore riesce a strappare suo figlio dalla fuga mortifera, con un istinto animale, grazie a  una ritirata, volgendosi indietro a un parente lontano, un congiunto importante solo perché a lui si vuole bene.
Ho ascoltato qualche stralcio di intervista ai registi e mi ha colpito uno stupore e un senso di rivincita, che sento così vicino, per non aver inverato la maledizione dei grandi: quando crescerai allora la penserai diversamente, allora capirai. E invece dalle sue parole viene sconfessato questo esiziale monito degli adulti che "crescendo avrei perso questo sguardo così preciso, e invece no, adesso sono cresciuto e non sono cambiato".
Meno male.

mercoledì 20 maggio 2020

Gioco espressivo tra regola e caso



Queste immagini sono state scattate durante un laboratorio ludico condotto con alcune persone anziane. Il gioco consiste nel fare rotolare una pallina da ping pong intinta nella tempera all'interno di una scatola di cartone sul cui fondo è stato inserito un foglio bianco. La pallina lascerà tracce che rappresentano la continua danza tra due forze contrapposte, il desiderio di dirigere la pallina e l’effettivo tragitto compiuto. In ogni momento si può decidere se assecondare il caso o se cercare di dirigere in modo preciso. L'invito è di osservare dentro di noi l'oscillazione continua tra desiderio e realtà. In questo gioco non c’è una cosa giusta o una sbagliata viene dato spazio alla sperimentazione e alla meraviglia. Il dialogo tra regola e caso ha dato esiti sempre diversi a seconda delle scelte individuali relative ai colori usati così come del movimento delle mani. Le regole per dare forma all'esperienza, il caso per generare le tracce di colore, ci hanno messo in contatto con una realtà nuova e imprevista.



La regola e il caso

Come il giorno e la notte
La regola e il caso sono due contrari
come la luce e il buio
come il rosso e il verde
come il caldo e il freddo
come l’umido e il secco
come il maschile e il femminile.
La regola dà sicurezza,
la geometria ci aiuta a conoscere le strutture
o a costruire un mondo nel quale
ci possiamo muovere senza paure.
Il caso è l’imprevisto
a volte terribile
a volte piacevole
l’incontro con una persona
con la quale si stabilisce subito
un contatto di simpatia o di amore,
l’esplosione di una idea risolutrice
la scoperta di un fenomeno.
La regola nasce dalla mente
si costruisce con la logica
tutto è previsto
con la regola si può pianificare un programma.
Il caso nasce dal clima
dalle condizioni ambientali, sociali,
geografiche, dai recettori sensoriali.
Un odore di eucalyptus
la forma di un sasso
il ritmo delle onde del mare…
La regola, da sola è monotona
il caso da solo rende inquieti.
Gli orientali dicono:
la perfezione è bella ma è stupida
bisogna conoscerla ma romperla.
La combinazione tra regola e caso
è la vita, è l’arte
è la fantasia, è l’equilibrio.

tratto da: Bruno Munari “Verbale scritto”

 


Alla fine del gioco oltre ai fogli con le tracce della nostra esperienza, potremo osservare con meraviglia la trasformazione avvenuta sulle palline che disposte secondo un ordine geometrico sembrano assomigliare a corpi celesti.





martedì 12 maggio 2020

Kaleidoscopio

Pubblichiamo una testimonianza, da vera puella ludens, di Giulia Corvi, che lavora in una Comunità educativo residenziale per minori in Lombardia.

Kaleidoscopio
(dal greco kalós “bello”, eîdos “figura” e skopéō “guardo”)

“Oh Giulia, stasera c’è una storia?”
“Certo che c’è! Un po’ diversa però, perché stasera prenderà vita!”
“… (sguardo incerto e sorriso nascosto) … Ma in che senso? Sei un po’ matta eh!”

Non mi è mai capitato di raccontare così tante storie come in questi ultimi tre mesi, ma ciò che più mi ha meravigliata è che la richiesta mi è stata rivolta da ragazzi di quindici anni. Adolescenti persi in quella “radura” di crescita tanto affascinate quanto tenebrosa, ragazzini la cui dimora prima di entrare in comunità era la strada, perché la loro casa era una giungla invivibile.
Quella sera la storia si intitolava “trip da caleidoscopio” e per qualche strana ragione avevo nello zaino quel piccolo oggetto magico.
Quella sera sono stati i ragazzi a generare la trama di quel racconto, a rinnovarlo, a trasformarlo, con le immagini che il cerchio magico creato dal caleidoscopio suscitava loro.
Fu in quel momento che mi risuonò alla mente una domanda che mi era stata posta da un’amica qualche giorno prima e alla quale faticavo ancora a trovare una risposta chiara: “Quali atteggiamenti pensi siano importanti in questo momento di quarantena per il lavoro che state facendo con i ragazzi?”

Maturare una postura caleidoscopica
Questa, come educatrice, è stata la chiave per attraversare con i ragazzi l’immobilità, la noia, l’assurdità di questo virus che improvvisamente ha interrotto il ritmo quotidiano al quale eravamo abituati.
Alle volte per fare dei passi avanti bisogna essere disposti a perdere per un momento l’equilibrio perché la fine di ogni ricerca porta alla stasi, all’immobilità. Ci è stato chiesto di mettere in discussione, ancora una volta, la nostra postura sulla scena educativa, per ritrovare il nostro equilibrio nel disequilibrio dell’incertezza. È stato fondamentale ritrovare quella capacità di cambiare in corsa, consapevoli della necessità di un’attesa che sapesse muoversi in uno spazio sospeso e disorientante, dandosi tempo, imparando ad abitare ancora una volta, i luoghi dell’educazione, con la capacità di creare quelle condizioni affinché dentro i problemi potesse maturare di nuovo il desiderio e in quelle giornate di noia, la capacità di reinventarsi con un respiro nuovo.
Farsi caleidoscopici come il gioco di colori che sa stupire e affascinare.
Ed è quando una pandemia ti costringe ad abbandonare ogni contatto e le parole non sono abbastanza che ti chiedi come poter tenere viva l’energia di quelle tensioni relazionali che si vanno a creare.
Giocare è stato l’antidoto per liberarsi dalla svogliatezza che spesso attanagliava i ragazzi e noi educatori abbiamo riscoperto che il gioco è sempre una questione di sguardi, è un linguaggio di corpi che si incontrano e anche nel silenzio dialogano, caratterizzato da rischi, sfide, insulti e sorrisi ed è in ognuno di questi gesti che la relazione con l’altro cambia e i ragazzi crescono.
Farsi caleidoscopici come il tempo che si dilata e lascia spazio all’ascolto.
Ritrovare il tempo per ascoltarli, per contenere e provare a capire i loro deliri, per alimentare i loro desideri, da realizzare una volta terminato questo teatro dell’assurdo che il virus ha messo in scena e chissà…i sogni di una vita.

“C'è pure chi educa, senza nascondere
l'assurdo ch'è nel mondo, aperto ad ogni
sviluppo ma cercando
d'essere franco all'altro come a sé,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato.” (D. Dolci)

Ed era tra il racconto delle storie condivise, tra finzione e realtà che si lasciava loro la possibilità di depositare paure e alimentare desideri, sapendo che qualcuno era lì pronto ad accoglierli e raccoglierli.
Farsi caleidoscopici per educare lo sguardo, anche e soprattutto verso quei tondi neri che si insinuano ad ogni cambio immagine.
Tondi neri di paure, di rabbia, di agitazione. Quante porte sbattute, quante urla, quanti conflitti trovano dimora ogni giorno in comunità, (con e senza quarantena, sia chiaro) eppure, saper educare lo sguardo significa anche saper abitare in presenza del male, significa saper “prendere la notte” perché da educatori consapevoli sappiamo bene che non è possibile lasciarli diventare adulti senza lotte e competizioni.
Farsi caleidoscopici come la carica generatrice che spinge a trasformar-si e reinventar-si.
Spinta che si genera tra la cura dei riti e ritmi quotidiani, raffinando la capacità di conoscere e riconoscere l’altro, intravedendone e sostenendone potenzialità e limiti. Ed è sotto questa nuova e sospesa ottica del quotidiano che i ragazzi si sono affacciati verso i loro limiti, riconoscendoli, le loro paure, affrontandole, imparando a stare nella fatica, reinventandosi.
Apparecchiamo scene educative, non per rimanerne spettatori, ma per entrarci e costruire un fare e uno stare insieme che sia autentico e generativo.
Ecco perché offrire loro spazi di sperimentazione del bello, del difficile, dell’avventura e dedicare loro tempo per nuove sorprendenti esperienze, significa consegnare a loro desideri e speranze per un futuro che anche a loro riserva qualcosa di grande.

Giulia Corvi, 11 Maggio 2020

domenica 10 maggio 2020

Il trattamento Ridarelli

R. Doyle (2001), Il trattamento Ridarelli, Salani, Milano.

Chi sono i Ridarelli?
I Ridarelli sono sempre esistiti ma pochissime persone li hanno visti. Pare siano piccolissimi, molto pelosi e cambino colore come i camaleonti. Ognuno può immaginarli come vuole.
I Ridarelli si prendono cura dei bambini, li seguono ovunque per verificare che gli adulti li trattino bene. Se i grandi trattano male i bambini si beccano il trattamento Ridarelli.
Se qualcuno, ad esempio, spaventa un bambino o è disonesto con lui e gli dà da mangiare il pesce dicendogli che è pollo, oppure fa una scorreggia e dà la colpa al bambino, gli spetta il trattamento Ridarelli.

Che cos’è il trattamento Ridarelli?
La cacca sulla scarpa. I Ridarelli si procurano la cacca pagando i cani del quartiere e la mettono sul marciapiede ogni giorno, anche più volte durante la giornata, per farla calpestare a tutti i grandi (genitori, maestri, zie, negozianti) che si comportano male con i bambini.

Queste sono le premesse dell’esilarante e irriverente romanzo di Roddy Doyle che tiene, fino alla fine, con il fiato sospeso e il naso tappato per la puzza. Una storia spensierata e spassosa che l’autore ha creato raccontandola ai suoi figli e costruendola insieme a loro, con lo sguardo di bambino.