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sabato 7 marzo 2015

The Repairman - Storia di un riparatore




Scanio Libertetti è il nome del protagonista del film The repairman del regista Paolo Mitton, uscito in questi giorni nelle sale cinematografiche a distanza di tre anni dalla sua conclusione.
Scanio, che si priva della “A” dell’aura mitologica di combattività e potenza,  è una figura ambigua, marginale ed emarginata,  difficilmente inscrivibile nella categoria economica e vitale dell’occupabilità,  che sembra non volersi adeguare e incanalare nella logica della crescita, della produzione e del consumo, nella frenetica e ossessiva corsa dell’esistenza. Si muove goffo e sgraziato come l’anatra dell’immagine iniziale del film che in un battito lento e faticoso  finisce con l’andare a sbattere contro i tralicci dell’alta tensione per poi tentare di riprendere il suo volo.
Scanio è un ragazzo che non ha finito l’università, è disoccupato, rifiuta un lavoro in un “bunker” industriale, vive mantenuto da una fidanzata che amorevolmente proverà a cambiarlo, è considerato uno sfigato dai suoi amici che lo vorrebbero efficiente e inserito nella piccola società della provincia piemontese e italiana. Insomma, un perdente inoccupato e perdigiorno, un adulto visto con diffidenza e marchiato con il sigillo dell’immaturità e della puerilità.
Ma Scanio è anche e soprattutto un riparatore, un inventore, gioca con le sue invenzioni, è immerso e rapito nel flusso della sua creatività,”un’esperienza di flow” – direbbe Mihaly Csikszentmihalyi - uno stato di estaticità che lo conduce in una realtà differente dove l’esistenza e l’io sono momentaneamente sospesi per lasciare spazio alla facoltà immaginativa. Scanio ha le spalle basse e abbassate non per rassegnazione ma per rientrare in contatto con le cose, con la realtà per ricrearla, per aggiustarla, per ridargli vita. Non a caso l’unica persona che sembra sostenere e incoraggiare Scanio è lo zio, che come il nipote si dedica a un lavoro artigianale con un assistente un po’ ritardato.
Scanio è un puer ludens, figura della sovversione che sceglie e si lascia scegliere dalla libertà, l’inutilità e la magia dell’immaginazione ludica che portano a superare la necessità dell’accettazione sociale e a continuare a giocare la vita.

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