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giovedì 31 agosto 2017

Utopie di bambini. Il mondo rifatto dall'infanzia di Luca Mori

L.Mori (2017), Utopie di bambini. Il mondo rifatto dall'infanzia, Edizioni ETS, Pisa.

 

 «Questo mondo è tutto da rifare
(Chiara, 9 anni)

Utopie di bambini. Il mondo rifatto dall’infanzia è un testo originale e molto interessante che dà voce ai bambini, che giocano e vengono giocati dalle parole. Quando gli viene concesso il tempo e lo spazio per parlare, confrontarsi ed esprimere i loro pensieri i bambini stupiscono e continuamente si stupiscono.

Durante l'anno scolastico 2015-16, Luca Mori ha viaggiato in tutta Italia entrando in numerose scuole per dialogare con oltre cinquecento bambini intorno al tema dell’utopia, richiamandosi soprattutto a Platone, con un interrogativo di fondo: "cosa si dovrebbe fare, avendo la possibilità di sistemarsi sull’isola e di iniziare tutto daccapo, per viverci al meglio?" (p.15).
I bambini si sono interrogati collettivamente, oscillando tra le domande, non sempre hanno trovato una risposta ma insieme hanno fatto ipotesi e scoperte, hanno sostato in una dimensione intermedia e possibilitante tra il mondo in cui vivono e quello a loro desiderabile. Hanno attivato una conoscenza immaginativa che non ha significato “trastullarsi costruendo castelli per aria o sulle nuvole” (p.15), ma nella sospensione dell’incredulità (Lorenzoni, 2014, p.202) si sono aperti ad altri mondi per avviare una riflessione sul presente, sul mondo in cui ci si trova.

“Ogni classe costruisce la propria utopia, spesso operando in modo analogo, altre volte in modo diverso, spesso ripetendo il senso comune degli adulti, altre volte distanziandosene, talvolta in modo autonomo e consapevole. I bambini non sono adulti piccoli. Sono bambini. Su molte cose hanno le idee chiare su se stessi e sugli adulti” (p.10).

Colpisce, in modo particolare, il loro sguardo critico e creativo quando provano a immaginare una scuola diversa da quella a cui sono abituati. Una scuola dove «si impara giocando, ad esempio con le recite, sulla guerra civile, sugli Egizi, ecc.» e dove si può giocare oltre il tempo dei dieci minuti della ricreazione. Un luogo «luminoso e caldo» dove si va liberamente a fare le lezioni che «dovrebbero essere divertenti»; le materie, «anche se sono state distinte per nome, si possono combinare». Le maestre dovrebbero «farsi capire senza urlare» e potrebbero esserci degli insegnanti speciali come un “casaro per imparare a fare il formaggio, […] un pittore all’altezza di Van Gogh, uno scalatore per la palestra di roccia, un istruttore di canoa, un ginnasta” (p.64).
Una scuola itinerante, ponte verso il fuori, il mondo. «Potremmo fare uno scivolo trasparente indistruttibile d’acqua, che parte dalla scuola e va a girare tutta l’isola, tutto il mondo!» (p.62).

I pensieri dei bambini si rincorrono, si scontrano, si intrecciano in una fitta trama di infinite possibilità che disegnano il broccato dell’utopia infantile.

 

 




sabato 26 agosto 2017

Ciccì coccò e piciupaciù

"C’è sempre qualche vecchia signora che affronta i bambini facendo delle smorfie da far paura e dicendo delle stupidaggini con un linguaggio informale pieno di ciccì e di coccò e di piciupaciù. Di solito i bambini guardano con molta severità queste persone che sono invecchiate invano; non capiscono cosa vogliono e tornano ai loro giochi, giochi semplici e molto seri".
Bruno Munari, Arte come mestiere, 1966
 
Marcel Marceau


Mario Cattaneo

Ferdinando Scianna, Carmona, Spagna, 1983

Robert Doisneau – La voiture fondue, 1944

Alfred Stieglitz - The Last Joke Bellagio, 1887

Ferdinando Scianna, Abbiategrasso, 1996


Giancarlo Vitali, La pazza di Sant’Agata, 1984

Elliott Erwitt, Venezia, 1949
 
 

venerdì 25 agosto 2017

Tali erano quelle bambole


"Di fronte alla bambola eravamo costretti ad affermarci, ché, se ci abbandonavamo a lei, non rimaneva allora più nessuno. Nulla essa ricambiava, così eravamo noi indotti ad assumere imprese per lei, a dividere il nostro essere a poco a poco sempre più vasto in parte e controparte, e in certa misura traverso lei staccare da noi il mondo, che indelimitato traboccava dentro di noi. Come in un alambicco mescolavamo noi in essa quanto inconoscibilmente ci accadeva, e lo vedevamo là dentro colorarsi e ribollire. Cioè, anche questo lo ritrovammo noi, essa era così smisuratamente sprovvista di fantasia, che la nostra immaginazione su di lei si fece inesauribile.
Per ore, per intere settimane, poteva appagarci l’assettare in pieghe intorno a questo immobile manichino la prima seta del nostro cuore: ma io non posso immaginare che non venissero certi pomeriggi troppo lunghi in cui le nostre sdoppiate fantasie si stancavano e a un tratto sedevamo innanzi a lei e ne attendevamo qualcosa.

R. M. Rilke in Morale del giocattolo. Rilke, Baudelaire, Kleist. Tre incursioni nell’immaginario dell’infanzia, Stampa alternativa Nuovi equilibri, 1991, pp.36-37.

 
 
Isidoro Grünhut, La bambola, 1891


Ferdinando Scianna, Sant’Elia, 1983


Harrington Mann, Detail of Annabel and Her Toys


Alain Laboile

“[…] ignave: trascinate per le mutevoli emozioni del giorno, in ognuna restavano impigliate; fatte confidenti, complici al pari di un cane, ma non come lui ricettive e obliose, bensì un peso in tutt’e due i casi; iniziate alle prime indicibili esperienze dei loro proprietari, distratte tra le loro primissime inquietanti solitudini come nel mezzo di stanze vuote, quasi solo importasse sfruttare grossolanamente con tutte le membra la nuova vastità – portate con noi nei lettini reticolati, trascinate nelle pesanti pieghe delle malattie, ricorrenti nei sogni, avviluppate nei destini delle notti di febbre: tali erano quelle bambole. Ché mai si davano esse la minima fatica in tutto questo; ma poi giacevano invece là all’orlo del sonno infantile, al più riempite del rudimentale pensiero di cadere, abbandonate al sogno; avvezze com’erano a essere infaticabilmente vissute durante il giorno con forze estranee” (Ivi, pp. 32-33).



Albert Anker, Il piccolo malato, 1878
Eliott Erwin


Friedrich von Amerling, Ritratto di Maria Francesca del Liechtestein, 1836


Mihatovići near Tuzla, September 2002

“In un tempo in cui tutti ancora si affannavano a risponderci sempre rapidamente e rassicurandoci, fu essa, la bambola, la prima che ci avvolse di quel silenzio più grande della vita, che poi sempre tornò ad alitarci dallo spazio ogni volta che in qualche luogo giungevamo ai confini della nostra esistenza. Di fronte a lei, come ci fissava, provammo noi la prima volta (o m’inganno?) quel vuoto nel sentimento, quella pausa del cuore, dove uno trapasserebbe, se poi l’intera natura procedendo oltre soavemente non lo sollevasse, come una cosa inanimata, a valicare gli abissi. Non siamo noi strane creature, che ci lasciamo andare e guidare a porre la nostra prima inclinazione là dov’essa non ha speranza?” (Ivi, p.38).




mercoledì 23 agosto 2017

In a Heartbeat



"In a Heartbeat" è un corto d'animazione di pochi minuti prodotto come senior thesis da due giovani studenti, Beth Davis e Esteban Bravo del Ringling College of Art and Design di Sarasota, Florida.
Nella semplicità poetica di immagini virate tra il blu omologato dell'uguaglianza (tutti sono in abiti blu) e il rosso dell'unicità (dei soli cuori) e della colonna sonora che ne sottolinea il pulsare emotivo, il cortometraggio racconta, senza dialoghi, la scoperta dell'amore tra due ragazzi dello stesso sesso. 
La forza del desiderio (Recalcati, 2014) del puer ludens é viva nella sua profondità e verità pur nella confusione e paura adolescenziale che ne minaccia la sua realizzazione negli spazi del mondo omosessuale di oggi. 
Il battito del cuore, nello stato nascente dell'innamoramento, non ha confini, esplode e irrompe, si fa sentire, incontrollato ma controllato nell'incontro magico-circostanziale con l'altro. 
Poiché l'occhio del cuore é toccato dalla ciascunità (Hillman, 2009), l'oggetto del desiderio é unico, irripetibile nella sua volontà, é traguardo e processo del gioco del cuore.
Il gioco delle emozioni tra Sherwin e Jonathan nasce e cresce tra ricerca e nascondigli, sfiorarsi e toccarsi, manifesto e segreto e infine corse e pause.
Si arriva alla fine del cortometraggio con il nostro di heartbeat che si placa quando anche noi ci fermiamo. È nel nostro so-stare d'incanto, come sempre in silenzio, contemplando due ragazzi, sotto un albero, un cuore ricomposto, l'altro che inizia a risuonare, che ricircolano pensieri su quello che nella nostra adultità chiamiamo amor fou.





sabato 12 agosto 2017

La storia di Mina

 
Un uccello che è nato per la gioia
può mai cantare se lo chiudi in gabbia?
W. Blake

Leggere La storia di Mina di David Almond in questi giorni di vacanza è un invito a ritrovare il tempo estatico dell’infanzia, ad abbandonarsi alla beata solitudine del bambino dove ogni dovere e fine strumentale imposti dalla frenesia della quotidianità sono assenti.
Ma attenzione!
Nella sinossi del testo c’è un avvertimento importante.
Bisogna essere pronti a incontrare Mina, una bambina che adora la notte. Bisogna essere disposti ad arrampicarsi con lei in cima ad un albero e con le gambe a penzoloni lasciarsi oscillare nel lento scorrere del tempo e osservare “la bellissima bellezza del mondo”. Occorre essere disponibili a incontrare una bambina affetta da stramberia (curabile con pillole!), “sciocca, cocciuta, indisciplinata” e con la testa sempre tra le nuvole. Una “strana creatura” che con le sue curiosità e interrogativi sui misteri della vita importuna la maestra, una bambina che sa giocare con le parole, le fa mormorare e urlare, cantare e danzare, vagare e serpeggiare ma sa anche guardare e ascoltare il silenzio di una pagina bianca. E sa attendere che un uccello la attraversi come nel cielo sgombro, che si riempia di “ricordi, di storie drammatiche, di sogni e di visioni”.

Mina non riesce a stare a scuola, odia la scuola, una prigione che ingabbia e normalizza, che utilizza il sarcasmo come strumento per mettere a tacere gli “sconfinati e sconfinanti” (Lorenzoni, 2014) pensieri dei bambini. Per Mina la scuola migliore non può che essere il mondo e per questo compie e suggerisce ai lettori delle attività straordinarie, esercizi di immaginazione e di stupore che possono suscitare il desiderio della conoscenza.

Mina scrive storie che non hanno un andamento lineare, che non hanno senso secondo i parametri valutativi e standardizzati degli adulti ma che le permettono di respirare, di esprimere i suoi pensieri e le sue emozioni,  il dolore legato alla perdita del padre, le scoperte strabilianti del mondo. Storie meravigliose che mettono “in risonanza il cosmo e l’intimità di ciascuno” (Lorenzoni, 2014) e accompagnano Mina sulla soglia di un futuro in attesa di divenire presente.

 


 

lunedì 7 agosto 2017

“Il movimento sta alla base di ogni divenire”. In villeggiatura al Zentrum Paul Klee

 
1921 - Paul Klee im Atelier
“L’arte gioca con le cose ultime un gioco inconsapevole e tuttavia le attinge!
Coraggio, uomo! Sappi apprezzare questa villeggiatura, questo mutare per una volta, come l’aria, il punto di vista, questo vederti trasposto in un mondo che, svagandoti, ti dà forza per l’invitabile ritorno al grigiore quotidiano.
Di più, ti aiuta a deporre la spoglia, per qualche istante a crederti Dio; ad attendere sempre con gioia il riposo serale, in cui l’anima va a ristorarsi, a rinvigorire le proprie forze snervate, a colmare di nuovi succhi le vene esauste.
Lasciati trascinare in questo mare corroborante, lungo ampie correnti e sul filo di graziosi ruscelli, come è appunto la grafica, con le sue aforistiche ramificazioni”.
P. Klee (2004), Confessione Creatrice e altri scritti, Abscondita, Milano, pp. 20-21.
 
Six Small Sketches of Children in the Open, 1908

Angel of the Star, 1939

   Silly Question of a Child, 1940

           What Does the Little Girl Want?, 1940

     Early Sorrow, 1938


        Saint, from a Window, 1940
    This Star Teaches Bending, 1940


Intention, 1938

 Tree Faces 2, 1937
The Garden in Bloom, 1930

Secret Lettering, 1937

Beginning of a Poem, 1938
 
The Eye, 1938
 
  With the Eagle, 1918

 
 

sabato 5 agosto 2017

Fuga dall'asilo

Una notizia di cronaca di qualche giorno fa: Bologna, bimbi si allontanano dalla scuola materna. Ritrovati a un chilometro di distanzaNotizia che altri giornali hanno saputo ricamare in modo più stuzzicante per rinforzare il clima di paura che si respira quotidianamente intorno alla tutela dei bambini, come ad esempio in questo articolo.
In entrambi i casi questa storia si pone come straordinario esempio della normale follia quotidiana che permea il mondo dell'educazione infantile.
Due bambini si sono allontanati da scuola, sono stati ritrovati presso un ristorante.
Questo fatto di per sè, per migliaia di anni di storia dell'uomo sul pianeta, non avrebbe fatto notizia. I bambini hanno sempre abitato il mondo, anche piccoli e piccolissimi e nel passato nessuno si sarebbe stupito di ritrovarli a (udite udite) un chilometro di distanza (come se questa grandezza fosse incommensurabile per un bambino di cinque anni).
Il fatto che questa sia una notizia, già dovrebbe allarmarci, ma se proseguiamo e leggiamo cosa accade nel seguito della storia (ammettendo nella ricostruzione giornalistica che qualcosa di vero ci sia in questa vicenda), c'è da restare senza parole. Il gestore della trattoria vede questi bambini da SOLI (orrore!) e cosa fa? Chiama la polizia! Cosa hanno fatto questi bambini? Sono pericolosi? Evidentemente sì, se è necessaria la polizia per scortarli nuovamente "al sicuro", cioè in gabbia, cioè a scuola!



Il ristoratore, come avrebbe fatto qualunque persona ragionevole in questa società, ha chiamato l'autorità per non assumersi la responsabilità, il rischio di avvicinare quei bambini, per poi essere accusato di sottrazione di minore, o peggio. Ha chiamato la polizia perché era ragionevole: nel mondo folle in cui viviamo chi si comporta in modo folle è ragionevole, cioè adeguato al contesto.
Ma se prendessimo una persona davvero assennata, aderente alla realtà e non stuprata dai media, forse avrebbe chiesto loro come si chiamavano e da dove venissero e gli avrebbe offerto magari un piatto di pasta mentre cercava di contattare la scuola da dove provenivano per tranquillizzare le maestre.
La polizia si chiama dove c'è un reato e infatti "le famiglie ora stanno valutando se e come agire nei confronti dell'istituto".
Ma in che mondo viviamo? dove le scuole sono chiuse a chiave e i bambini sono reclusi, trasportati da guardie carcerarie e affidati a guardie carcerarie (che infatti sono punibili se si lasciano scappare i propri detenuti).
Dove è finita, nel giro di meno di mezzo secolo, la fiducia nei bambini e nelle loro capacità adattive, responsive e vitali?
Cosa c'è nel mondo di così pericoloso nel raggio di un chilometro da una scuola, per averne tale terrore?
Non era forse pericoloso il mondo 50 anni fa? 100? 500? 1000?
Il mondo è di certo pericoloso, ma non sono mai esistite strutture carcerarie per i bambini semplicemente perché i bambini hanno sempre abitato il mondo e i suoi pericoli al pari degli adulti, sotto il controllo più o meno capillare della comunità educante: il nonno, la zia, il vicino di casa, il buon senso delle persone.
Tutto ciò esiste ancora oggi: esiste la comunità educante (infatti il gestore ha trovato i bambini e non li ha strangolati seduta stante nascondendoli nel retrobottega), ma siamo drogati e plagiati da un sistema mediatico che infetta paura, terrore e senso di insicurezza. Per placare il quale stiamo derubando l'infanzia del suo tempo e del suo spazio. Della possibilità di fare esperienza, di giocare, di incontrare gli altri, e anche di farsi male, di perdersi e di vivere avventure trasformative. Sono queste le cose che fanno crescere, molto più delle muffite lezioni che i nostri bambini di sorbiscono ore e ore al giorno.
Certo, si corre qualche rischio nel lasciare i bambini più liberi, ma il prezzo da pagare se non lo si fa, è far crescere una generazione di fragili adolescenti, persone incapaci di vivere, assumersi responsabilità, affrontare la paura, superare gli ostacoli; replicando questa generazione di adulti che circonda i bambini di oggi.
I bambini invece, fortunatamente, hanno ancora il desiderio di scappare!