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domenica 29 marzo 2020

Giocare con le disabilità al tempo del Coronavirus. Le iniziative dell’associazione L’abilità Onlus.


Il gioco, scrive il filosofo Bernard Suits, è il tentativo volontario di superare ostacoli non necessari.
Il gioco consente, all’interno del suo cerchio magico, di uno spazio e un tempo delimitati dalla quotidianità ma inseriti nel fluire della vita, di affrontare ostacoli, difficoltà, limiti che decidiamo di sfidare liberamente e volontariamente per il piacere di farlo, per metterci alla prova, per sperimentarci, per percepire le nostre possibilità e le nostre forze.
Ma quando gli ostacoli e i limiti sono necessariamente e costantemente presenti nella quotidianità, quando sono costitutivi della vita e dell’esistenza, che senso ha giocare? Che senso potrebbe avere immergersi in un’esperienza che, ancora una volta, richiede lo sforzo di provare, riprovare, sbagliare e forse riuscire? (Mi interrogo provando a inscenare il poco efficace tentativo di mettermi nei panni di un genitore di un bambino con disabilità).
Che senso ha giocare se questi ostacoli e limiti aumentano in questo periodo di complessità e isolamento, in cui sono scomparse tutte le rassicuranti routine? Come può un bambino con disabilità intellettiva aver desiderio di giocare se è sofferente perché improvvisamente gettato in una situazione difficilmente accettabile e comprensibile? Perché un bambino con autismo dovrebbe aver voglia di giocare quando si sentirebbe più protetto nel perpetuarsi di un gesto stereotipato e infinitamente reiterato? Perché un bambino con tetraparesi spastica dovrebbe sforzarsi di superare ostacoli non necessari quando, in ogni istante, deve impegnarsi per controllare il suo corpo che faticosamente riesce ad afferrare un gioco? Perché un bambino non vedente dovrebbe sperimentarsi nel gioco quando trascorre le giornate a superare ostacoli in un mondo o in una casa che non sono strutturati per la disabilità sensoriale?
Perché il gioco è vita. Il gioco è desiderio insito in ogni bambino oltre la sua disabilità lieve, media, grave o gravissima. (Così mi ha insegnato ogni bambino con cui, nel corso degli ultimi dieci anni, ho provato a giocare).
Il gioco è una zona protetta, è una zona magica, dice Huizinga, dove regna la libertà di partecipare solo per il gusto di divertirsi e di provare piacere, dove regna la libertà di esplorare ed esserci per come si è e per quello che si è capaci o non capaci di fare. Provo, riprovo, magari sbaglio, poi riesco. E mi sento più forte, mi sento capace, sono, prima di tutto, un bambino che gioca come tutti gli altri bambini. Un bambino che gode di un’esperienza vitale e fondamentale che deve essere garantita a tutti.
Per questo, l’associazione l’abilità Onlus, da oltre vent'anni impegnata nell'ambito del gioco, dell’infanzia e della disabilità, ha deciso di continuare a promuovere e garantire il diritto al gioco per tutti i bambini anche in questo periodo di grande complessità.
É così iniziata, per i bambini che frequentano l’associazione, la distribuzione di una scatola di giochi adeguati alle possibilità di ciascun bambino, la RIGHT BOX e l’invio ai genitori di un manuale di giochi personalizzato. Un manuale che non propone solo giochi e attività ma vengono forniti suggerimenti e indicazioni su come stimolare e organizzare l’ambiente di gioco, dato che in un bambino con disabilità il gioco non si sviluppa con la stessa urgenza e naturalezza come in un percorso di sviluppo tipico. Il gioco necessita di essere strutturato nei suoi tempi, spazi, corpi, materiali e attività. Proviamo, quindi, ad indicare come potrebbe essere organizzato lo spazio a casa, come preparare i bambini all'esperienza di gioco che vivranno attraverso strumenti di comunicazione alternativi al linguaggio verbale, proviamo a suggerire giochi che potrebbero essere costruiti facilmente anche con materiali di riciclo. Ad esempio, i birilli per giocare a bowling potrebbero essere preparati con delle bottigliette di plastica riempite con materiale vario che genera rumore quando vengono fatte cadere: il rinforzo sonoro permette al bambino di meglio comprendere l’effetto provocato dal lancio della sua palla.
Mandiamo anche del materiale pronto per essere stampato, come la tombola degli animali o il gioco delle caramelle; ma per chi non ha a disposizione la stampante questi giochi si possono preparare disegnando o ritagliando immagini da riviste o vecchi libri.

L'Associazione L'abilità Onlus -@Simona Brusa


Oppure si possono trasformare le faccende domestiche in gioco: si può far finta di essere un cuoco e preparare una torta o la pizza (nel manuale ci sono ricette scritte con un linguaggio semplificato e accompagnate da immagini), si può far finta di essere un cameriere e apparecchiare e sparecchiare la tavola (magari con una tovaglietta che aiuta il bambino a capire visivamente dove mettere i vari utensili), si può far finta di essere la mamma e aiutarla a mettere i panni in lavatrice o stendere.
Per i giochi di stimolazione sensoriale si possono utilizzare tessuti e stoffe differenti, materiali di diverse consistenze, ma anche cascate di farina gialla sulle braccia, sulle gambe o sui piedi che provocano la sensazione di una piacevole carezza sulla pelle.
Si possono cantare le canzoncine preferite dai bambini, seduti su un cuscino in un angolo tranquillo e poco distraente della casa.
E di seguito tanti altri giochi. Il manuale è un libro aperto che si potrà continuare ad arricchire e ampliare con l’immaginazione dei genitori e dei bambini.
Si può giocare davvero con poco. Ciò che occorre è il desiderio. Il desiderio, forse a volte sopito, degli adulti di rimettersi in gioco per incontrare il desiderio del bambino, quel sentimento di ricerca appassionata della gioia. Grazie alla predisposizione di un ambiente di gioco strutturato e facilitante, il bambino si può abbandonare al piacere, al di là degli ostacoli della sua quotidianità e disabilità, e nella dimensione del piacere può giocare i suoi limiti riscoprendo le sue possibilità e le sue forze, sviluppando benessere per affrontare situazioni e momenti difficili, come quello attuale. Il gioco ci restituisce trasformati e rigenerati alla realtà. Solo per questo vale la pena provare e continuare a giocare.

domenica 22 marzo 2020

Privilegio dell'infanzia


La verità è che io vivo sempre nella mia infanzia. […] 
In verità, abito sempre nel mio sogno e 
di tanto in tanto faccio una visita alla realtà. 
I. Bergman


“Per dir la verità, penso ai miei primi anni con piacere e curiosità. La fantasia e i sensi ricevevano nutrimento e io non ricordo d’essermi mai annoiato. Anzi, i giorni e le ore esplodevano di stranezze, scene inaspettate, istanti magici. Riesco ancora ad aggirarmi per il paesaggio della mia infanzia e rivivere luci, odori, persone, spazi, momenti, gesti, toni di voce e oggetti. Raramente si tratta di episodi su cui si può raccontare qualcosa, si tratta piuttosto di film, brevi o lunghi, girati a caso, senza un punto culminante.
Privilegio dell’infanzia: muoversi senza impedimenti tra magia e pappa quotidiana, tra terrore sconfinato e gioia esplosiva. Non c’erano limiti al di fuori delle proibizioni e delle regole, e queste erano simili a ombre, il più delle volte incomprensibili. Per esempio non capivo il tempo: devi imparare una buona volta a fare attenzione al tempo, hai ricevuto un orologio, hai imparato a leggere l’orologio. Eppure il tempo non esisteva. Arrivavo in ritardo a scuola, arrivavo in ritardo a tavola. Passeggiavo sereno nel parco dell’ospedale, osservavo e fantasticavo, il tempo si fermava finché qualcosa mi ricordava che dovevo aver fame, e poi erano scenate.
Era difficile distinguere la fantasia da quello che era considerato reale. Se mi sforzavo potevo magari costringere la realtà a mantenersi reale, ma c’erano per esempio i fantasmi e gli spiriti. Come dovevo fare con loro? E le fiabe, erano reali?” 
I. Bergman (1992), Immagini, Garzanti, Milano, p.332.

giovedì 27 febbraio 2020

Giocare al tempo del Coronavirus

Siamo sospesi in una bolla, almeno noi che viviamo nelle zone gialle e rosse. Una bolla che ha contorni ancora morbidi e permeabili (almeno nella zona gialla), nella quale vigono regole diverse da quelle del quotidiano e nella quale si può soggiornare mascherati (volendo, con mascherine, oppure le maschere del Carnevale, chissà).
Se non ci fosse il virus questa descrizione andrebbe benissimo per lo spazio-tempo del gioco, il cerchio magico descritto da Johan Huizinga nel suo Homo ludens.
Essere esperti della speciale condizione del gioco, separata dall'ordinario, mimetica, magica è forse un vantaggio in questo momento, perché aiuta a relativizzare il presente, a vederlo come un momento di passaggio, dove fare esperienza di una condizione diversa, transitiva, temporanea nel quale giocare ruoli differenti, con maschere variabili e mutevoli.
Di certo ci si può spaventare, si può essere allarmisti e ansiosi, però questo atteggiamento, motivato o meno, non aiuta a vivere le situazioni della vita in cui si è messi alla prova, genera solo reazioni scomposte che alimentano la paura e scatenano il panico.
Non voglio minimizzare il pericolo, non sono un medico e non ho gli strumenti per valutare il rischio che stiamo correndo, ma come pedagogista, e pedagogista del gioco, posso valutare la capacità di quest'ultimo di sviluppare resilienza, di stimolare le capacità di resistenza in modo proattivo e flessibile alle difficoltà che la vita ci pone di fronte. È il gioco a insegnarcelo: è possibile fare esperienza delle cose più difficili e faticose con un atteggiamento più leggero, più possibilitante, più speranzoso, esercitando l'intelligenza, le emozioni e la passione per affrontare gli ostacoli e le difficoltà.
Giocare vuol dire affrontare volontariamente ostacoli non necessari, come ci ha insegnato Suits. Giocando facciamo fatica, ma in modo consapevole, scegliendo di farla, con il solo scopo di divertirci e migliorare.
Se fosse anche solo per questo dovremmo giocare di più in questo periodo, anche perché il gioco ci insegna a stare nelle regole, proprio perché queste, più sono rigide e più sono temporanee e limitate nello spazio-tempo.
Ma giocare è importante in questo periodo anche per altri motivi. Il gioco è una attività che ci consente di stare insieme, facendo qualcosa di coinvolgente e divertente, un modo diverso per passare questi giorni di sospensione, con i bambini, con i ragazzi, con gli amici, in famiglia.
Ieri su La Stampa è uscito un articolo di Federico Taddia, che ha intervistato anche me, riguardo a come passare questo periodo di chiusura delle scuole aiutandosi con i giochi da tavolo.
In questa intervista ho raccontato della mia esperienza di gioco da tavolo in famiglia, in particolare in questi giorni con Pandemic, un gioco cooperativo nel quale tutti i giocatori devono collaborare per sconfiggere la trasmissione di 4 malattie contagiose nel pianeta.



In primo luogo volevo spendere due parole sul gioco da tavolo in generale perché l'esperienza di sedersi insieme a giocare è di per sé un momento importante di socializzazione e condivisione di momenti preziosi. Un modo per imparare a rispettare i turni, a leggere le regole di un gioco, a condividerne le finalità e modalità. I giochi cooperativi, in più, si svolgono con la coalizione di tutti i giocatori contro il sistema gioco, quindi per vincere bisogna scegliere strategie, negoziare, cedere e rischiare, tutti insieme.
In particolare poi Pandemic è un modo con cui stiamo affrontando, in casa, anche il tema della malattia, della trasmissione, potendo verificare in modo simulato come avviene un contagio, e perché è più comune dove la densità degli abitanti di una città è più elevato e dove i collegamenti e le vie di mobilità della popolazione sono maggiori. Si capisce che non sono importanti solo i medici, ma anche chi fa ricerca, chi organizza le situazioni di crisi, chi prende le decisioni. Che a volte è più importante donare che prendere, proprio per arrivare alla sconfitta del virus e molte altre cose utili a rendere il presente più comprensibile.
Inoltre giocare a Pandemic aiuta a rendere più leggero il senso di oppressione che viene dai media e da tutti i lamentosi che ci circondano. Criticare e lagnarsi sono atteggiamenti diffusi, ma nel gioco non servono a nulla, vince chi si impegna di più a superare le difficoltà, trova una soluzione imprevista, aiuta gli altri e ha voglia di sconfiggere il male, in tutte le sue forme.

Infine, da ultimo, e come vuole il motto, non meno importante, con le "malattie" di Pandemic, come in ogni gioco, dopo la partita, puoi anche generare il nuovo...


mercoledì 26 febbraio 2020

"La gara delle coccinelle": il gioco delle lettura senza parole




Ascoltare una storia è per un bambino un’esperienza di incantamento; è l'alimento di cui l'infanzia dovrebbe grandemente nutrirsi: la voce di chi legge, le emozioni di cui la narrazione si fa portatrice, l’attesa di ogni nuova parola e delle immagini, che ogni pagina regala, orchestrano una magia, pronta a rinnovarsi ogni volta venga aperto il libro. 
Ma cosa succede se proponiamo ai bambini un silent book come "La gara delle coccinelle" di Amy Nielander? Potrebbe accadere che i bambini vogliano essere loro a raccontare la storia, o meglio a leggerla, dato che è una vera e propria lettura quella che il bambino compie, trasformando le immagini in parole, le scene illustrate in narrazione. 




 "La gara delle coccinelle" è un albo illustrato in modo raffinato e sempre diverso: le coccinelle, protagoniste delle immagini, sono ognuna diversa dall'altra, rappresentate con grande amore e cura per i dettagli dall'autrice. Interagiscono con la pagina, su cui sono rappresentate, in modo imprevedibile, offrendo al bambino (ma anche all'adulto che si voglia cimentare in questa incantevole lettura) miriadi di piste possibili da seguire, sul filo della propria immaginazione, cui questi curiosi e coloratissimi insetti offrono appigli, per tessere un racconto sempre nuovo.




martedì 25 febbraio 2020

LEGGO!

Attilio, LEGGO!, Edizioni Lapis, Roma, 2019.

Si può leggere in solitudine o in compagnia, si può leggere in vacanza o la domenica, si può leggere mentre si sta facendo una cosa importante (come la cacca), si possono leggere le figure, si può leggere per dormire, si può leggere un libro e poi regalarlo, si può ascoltare chi legge o leggere agli amici, si può leggere dondolandosi sull’altalena, si possono leggere due libri contemporaneamente, si può leggere a chi è lontano.



In ogni momento e in ogni luogo la lettura è un’esperienza coinvolgente e avvolgente, un’esperienza magica che conduce nello spazio sospeso, potenzialmente infinito e trasformativo dell’immaginazione. I libri, universi di carta, sono specchi e finestre sul mondo.
“Ascoltare una voce che legge e imparare ad amare i libri può davvero salvare il cuore di un bambino e forse, perché no, la sua vita”. (Patricia Aldana cit. in Vecchini, pag. 28)


                                  


domenica 9 febbraio 2020

La poesia è conoscenza e passione


Eccovi
bambini cattivi
eccovi accucciati qui
sul pavimento a schegge della scuola
come giovani belve
con gli occhi inflessibili
e il corpo che scatta
pronto
a ogni scricchiolio
eccovi
a spaccare le uova 
di uccello piccolo
per non accarezzare l’infinito,
per sbirciare
che dentro non c’è
che il vuoto
a prenderlo a pugni
fracassarlo il vuoto
raggirato
proibito
a voi così pieni
sazi così inzuppati.
Eccolo
caro vuoto
lampante e insensato
passiamocelo da mano
a mano stringiamolo
cospirando con il sudore,
si chiama io si chiama 
tu, ci chiama a un appello
senza cognomi
e non ha metafore
ma scrive una poesia gigante
una testa lanciata a 200 all’ora
in avanti
in avanti
verso il non conosciuto
a dorso di asino
e di matita:
«la poesia è conoscenza e passione»
ha detto uno di voi
uno di otto anni.

Chandra Livia Candiani (2014), La bambina pugile ovvero La precisione dell’amore, Einaudi, Torino, pp.60-61


giovedì 6 febbraio 2020

Chi trova un pinguino ...






Cosa succede quando un bambino trova un pinguino sulla porta di casa?
Lo riporta a casa, al Polo Sud come gli hanno insegnato i libri, gli adulti, il mondo.
Nessun pinguino potrebbe vivere qui con noi. 
Oliver Jeffers scrive e illustra l’incontro o meglio il viaggio di un bambino e del pinguino da riportare a casa. Un viaggio di scoperte, di storie raccontate, di emozioni che il bambino è contento di condividere con il pinguino.
Una volta lasciato sulla banchisa e quindi sulla via di ritorno il bambino si sente solo, rivede il pinguino triste e capisce che il pinguino non voleva tornare a casa ma si sentiva solo e cercava un’amico.
Le immagini semplici nella loro poetica espressione, così come il testo ridotto in poche frasi, accompagnano il bambino (e l’adulto) nella riflessione che gli stereotipi e le consuetudini non permettono di vedere la realtà per quello che é, la possibilità di una nuova esperienza relazionale perché ritenuta impossibile.
Soprattutto, il bambino cade in uno degli errori più semplici ma tragici che spesso incorre chi non compie la più vera delle azioni educative: l’ascolto. 
Allargare lo scambio, costruire relazioni, essere ospitale, divenire parte del “noi” si realizza solo nel tempo unico dello stare in ascolto dell’altro. 
Nessuno può sapere cosa cerca il cuore del pinguino: é solo nel silenzio attivo di fronte a chi é diverso che si ascoltano le voci delle identità nascoste e dei loro intimi desideri.