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domenica 12 luglio 2020

La sagra della primavera



Per dare inizio a un’azione teatrale è necessario uno spazio vuoto qualsiasi, un uomo che lo attraversa e un altro che lo osserva, afferma Peter Brook (1998). Il teatro esiste solo quando accade, continua il regista inglese.
Allora scrivere di teatro e assistere a uno spettacolo attraverso la mediazione di un dispositivo virtuale potrebbero sembrare due atti assurdi, contro natura, se non addirittura impossibili.
Oggi vogliamo provare a raccogliere nuovamente la sfida (ci avevamo già provato nel saggio dedicato al teatro di Brook nel testo curato da Antonacci, 2012), vogliamo provare a lasciare traccia di una rappresentazione di teatrodanza che il diffondersi della pandemia ci ha costretti a guardare in un modo inedito e differente.
Senza escludere a priori la possibilità del teatro in video, che peraltro può offrire all’arte performativa l’occasione di ampliare la sua vocazione minoritaria e sperimentarsi con nuovi linguaggi (come del resto negli ultimi anni si sta già provando a fare attraverso l’introduzione e l’ibridazione con componenti virtuali e digitali sulla scena), riteniamo sia necessario rimanere vigili e critici rispetto al rischio di banalizzazione del teatro a intrattenimento culturale in streaming, di consumo a tutti i costi e soprattutto di trasferimento della scena “direttamente a casa” con la conseguente perdita dell’insostituibile emozionate incontro tra attore e spettatore che avviene solo nel momento presente dell’atto teatrale.
Consapevoli della complessità della situazione e che il senso di ogni proposta andrebbe interrogato singolarmente, abbiamo provato ad accostarci a una delle opere più note della regista e danzatrice tedesca Pina Bausch, “La sagra della primavera”, (Le Sacre du printemps). Lo spettacolo debuttò nel 1975 e fece grande scalpore per la sua scena “povera” ed essenziale, così come, nel 1913, la prima messa in scena dell’opera di Igor Stravinsky generò una profonda rottura con la tradizione per la musica “primitiva e rozza” e la sua dimensione corale.
La nuova versione dello spettacolo, riproposto da 38 danzatori provenienti da diversi paesi d’Africa sarebbe dovuta andare in scena nei teatri del mondo a partire dalla primavera del 2020, ma a causa del covid-19 lo spettacolo è stato sospeso e si è, così, deciso di proporre la ripresa della prova generale realizzata sulle spiagge del Senegal poco prima del lockdown.
Non nascondiamo lo spaesamento iniziale per esserci trovati in uno spazio che non ci era più familiare (non mi riferisco allo scenario inconsueto della spiaggia ma al luogo simbolico e materiale della presenza scenica), ma come spettatori siamo anche preparati allo spiazzamento generato, ogni volta, da ciascuna performance e dallo spostamento nel luogo intermedio e intermediario del teatro.
Abbiamo però ritrovato quello spazio vuoto di cui parla Brook, un rettangolo di sabbia vuoto, definito e delimitato entro cui stava per succedere qualcosa. E abbiamo atteso con lo stesso desiderio e la medesima curiosità di quando assistiamo in presenza. A partire da questo attimo di attesa stupito si è dispiegato lo spettacolo, che la riproduzione in video ha consentito di rivedere più volte perché chiedeva di essere riguardato e riascoltato, perché ci interrogava, perché, ogni volta, i corpi degli attori stagliati nel cielo e radicati nella terra ci connettevano con la dimensione corale e comunitaria del teatro. 
Ci auguriamo di rivivere presto l’emozionante incontro tra attore e spettatore nella radura del teatro.

E’ possibile vedere lo spettacolo con un contributo di 5 sterline fino al 31 luglio 2020. I proventi raccolti serviranno per sostenere l’attività della compagnia e il futuro della produzione.
https://vimeo.com/ondemand/dancingatdusk

domenica 5 luglio 2020

La sedia blu

C. Boujon (2016), La sedia blu, Babalibri, Milano

Bruscolo e Botolo passeggiano nel deserto. Improvvisamente scorgono in lontananza una macchia blu, incuriositi si avvicinano e trovano una sedia blu. Subito i due amici iniziano a giocarci e trasformano la sedia in un rifugio, una slitta, un camion dei pompieri, un’automobile da corsa, un elicottero. 
La sedia è magica, può diventare qualsiasi cosa.
Ti può difendere da una bestia feroce, ti permette di compiere esercizi da equilibrista come al circo e così all'infinito...
Ma ad un certo punto arriva un dromedario, senza immaginazione, che prova a mettere fine al gioco. Con severità sentenzia: «una sedia è fatta per sedersi».

La sedia blu è un libro meraviglioso di Claude Boujon che entusiasma i lettori bambini con la strabiliante capacità immaginativa di Bruscolo e Bertolo e invita i lettori adulti a dismettere i panni del camelide giudicante per abbandonarsi al potere magico dell’immaginazione ludica e ritrovarsi nel gioco con il bambino.

martedì 9 giugno 2020

Il vincolo e la possibilità

"La danza è una gabbia dove si impara a volare."
Claude de Nougaro

Vi invito a guardare questi due video di danza contemporanea "Interconnect" (2018) e "Able" (2008) della compagnia Californiana di danza Jacob Jonas The Company poichè grazie a questi possiamo osservare come il linguaggio poetico e trasformativo della danza abbia fatto diventare i vincoli imposti delle possibilità, trasformando così la realtà messa in scena in una splendida performance che unisce, seppur in modo diverso, i protagonisti delle coreografie di video arte.












Per quanto riguarda il primo video "Interconnect" si potrebbe ipotizzare che il coreografo abbia guidato nella creazione della performance i due danzatori dando loro l'indicazione di danzare solo a terra, intrecciandosi . Questo vincolo ha aperto la possibilità e l'unicità della performance che abbiamo visto dando origine al poetico linguaggio immaginativo che la danza, anche attraverso il video, ci ha regalato. 
Per quanto riguarda il secondo "Able" il coreografo e i danzatori, attraverso la breakdance, hanno creato una rappresentazione ancor più intensa della rottura e della protesta che questo linguaggio artistico solitamente vuole dare. 
I corpi dei danzatori con disabilità, hanno sprigionato e dato vita ad una performance intensa e poetica dimostrando ancora una volta come il vincolo può diventare spinta per creare nuove possibilità. Il linguaggio della danza spesso utilizza i vincoli, li ricerca, per creare mondi ed esplorazioni intense, per allenare i danzatori ad una presenza di lusso e dar vita a performance artistiche con forte potere trasformativo sia per chi le guarda che per chi le mette in scena. 
Creando nuove possibilità la danza lancia a noi educatori un messaggio importante, soprattutto oggi che siamo chiamati a ripensare , alla luce di nuovi e numerosi vincoli imposti, la relazione educativa e la scuola. L'invito che questo linguaggio artistico ci fa è quello di non soffermarci sui vincoli per andare a progettare e stare nel nuovo scenario che abbiamo di fronte ma di utilizzarli come spinta vitale per aprirci nuove possibilità, nuove strade che non è scontato siano peggiori ma solo diverse. Accogliamo questo invito e modo di porsi di fronte ai vincoli per vivere questa stagione di cambiamenti in atto come un'occasione di conoscere l'inedito e non dare nulla per scontato, per decentrarci e uscire dalla zona di conforto per esplorare nuove strade. Perchè i vincoli di avere spazi da ripensare, nuovi modi di stare in relazione a distanza e in presenza e diversi rapporti educatori/insegnanti studenti non è detto che portino distanza, anzi ci danno l'occasione di ripensarla, la vicinanza. Potrebbero metterci gli uni di fronte agli altri in modo più autentico e attivo e scardinare ciò che altrimenti non sarebbe stato nemmeno messo in discussione. 
È ora di "danzare e volare in queste nuove gabbie". 

domenica 7 giugno 2020

Il litigio

C. Boujon (2014), Il litigio, Babalibri, Milano

Il signor Bruno e il signor Bigio sono due conigli, uno è marrone e l’altro grigio.
I conigli vivono in due tane vicine e sono amici. Un brutto giorno iniziano a non sopportare più le abitudini l’uno dell’altro e cominciano a litigare, litigare e ancora litigare. Potrebbero non smettere mai. Finché sulla scena compare una volpe affamata.
Il resto della storia non ve lo raccontiamo per non privarvi del piacere di guardare, leggere e sfogliare questo bel libro di Claude Boujon.
Ci piace proporvelo perché è una storia che dà voce alla possibilità del confronto, del conflitto, del diverbio, della violenza, dimensioni costitutive che, non dovrebbero essere solo preventivamente censurate, ma esperire, gestite e rielaborate. Per crescere insieme.


mercoledì 3 giugno 2020

Le radici nel cielo - Conferenza online - 9 giugno ore 18.00


Le radici nel cielo.
La postura del funambolo come attitudine psicofisica per attraversare l'incertezza.

Martedì 9 giugno, alle ore 18.00, insieme al funambolo Andrea Loreni e alla formatrice Giulia Schiavone, si parlerà di educazione e funambolismo.



Come il funambolo ricerca un equilibrio precario in condizioni estreme, anche l’educatore sembra dover sostenere prove analoghe. Una delle questioni principali dell’educatore sembra infatti essere il suo modo di posizionarsi, di ‘prendere posizione’ sulla scena educativa.

L’incontro, aperto a tutti, e in particolare rivolto a educatori, insegnanti e formatori, performer e praticanti di discipline artistico-corporee, sarà occasione per riflettere sul proprio abituale modo di camminare e di attraversare la scena educativa-performativa, un invito a esperire l’equilibrio come tensione vitale al movimento e alla ricerca di un continuo bilanciamento.


La partecipazione è gratuita.
Per prenotazione: https://ilfunambolo.com/radici-nel-cielo/

domenica 24 maggio 2020

Quando abitare la casa diventa un gioco!

In questo lungo periodo di didattica a distanza, ho spesso constatato come il compito di noi insegnanti, accanto al faticoso tentativo di tener viva la presenza dei maestri e della classe  nella vita del bambino, fosse quello di generare piccole esperienze che si rivelassero, non solo occasioni di apprendimento, ma soprattutto momenti piacevoli da condividere coi propri familiari. Prendendo ispirazione dalle proposte curate da MCE, è nata l 'idea di proporre, ogni settimana, un'esplorazione, attraverso cui i bambini potessero ri-conoscere e ri-abitare, con occhi nuovi, la propria casa.
La casa è il luogo dove tutti noi siamo stati forzati a rimanere, negli ultimi mesi, forse come non ci era mai capitato in precedenza...perché non farne un'opportunità per permettere ai bambini di esplorarla in modo diverso, rinominandola in modo giocoso ?
Siamo partiti dalle finestre,  che abbiamo chiamato gli occhi delle nostre case,  invitando i bambini ad aprirle e a guardare fuori da ognuna di esse, per poi scegliere la 'visuale preferita' da cui raccontare il proprio pezzetto di mondo. La settimana successiva, abbiamo esplorato tutti i nascondigli che le nostre abitazioni offrono, scegliendone uno da eleggere a 'tana', dove rifugiarsi coi propri giochi più importanti, per ritagliarsi momenti, in uno spazio dove stare da soli. L'esplorazione è proseguita con una caccia al tesoro, attraverso cui i bambini invitavano i familiari a cercare i loro oggetti più preziosi - il tesoro!- accuratamente nascosti in un angolo della casa, aiutandoli con una mappa da loro preparata. Infine, le nostre case, dopo essere state torrette di avvistamento, rifugi ed isole del tesoro, sono state trasformate in sale dove allestire musei e collezioni private, curate dai bambini con i loro cari. Partendo da spunti offerti da alcune opere d'arte di carattere simbolico, i bambini si sono coinvolti in una ricerca molto giocosa ed appassionata che li ha portati a costruire il loro piccolo museo d'arte domestica, che qualcuno ha voluto chiamare MUDOC - Il museo degli oggetti di casa!
Siamo rimasti a bocca aperta, nell'ammirare la cura con cui hanno ricercato le cose, dentro e fuori la casa, accostandole alle opere per studiarne i colori, per poi farne forme, figure, percorsi che testimoniano esplorazioni uniche. Se nelle prime settimane questo modo di esplorare la propria casa era stato condiviso attraverso le pagine di un giornalino, con quest' ultima esperienza non potevamo che aprire un vero museo, anche se virtuale! Ognuno ha messo un pezzettino di sè negli oggetti che ha scelto e in come li ha ri-giocati. Per questo il risultato è un regalo meraviglioso, da gustare con calma, prendendosi tutto il tempo...come in un vero museo: il MUSEO VIRTUALE DI OPERE D'ARTE E COSE DOMESTICHE!









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giovedì 21 maggio 2020

Favolacce

Favolacce è il nuovo film dei fratelli Damiano e Fabio D'Innocenzo, appena uscito in questo così strano 2020.


L'arte è un mezzo per esperire
il divenire di una cosa
V. Šklovskij (L'arte come procedimento, 1917)

Si tratta di un film che ti entra sotto la pelle, sin dalle prime immagini  e dalle prime parole e poi non ti lascia più stare, per un bel po' di tempo. Le sue immagini sono distese, lunghe, densamente poetiche, perché la ripresa indugia sui particolari, ingrandendoli a dismisura, deformandoli, mostrandone il lato meraviglioso e osceno, senza soluzione di continuità.
Inizia come un racconto, prendendo in un certo senso le distanze dalle immagini, come se si trattasse del sogno di un'altra persona, della vita di qualcun altro, rispetto al quale non abbiamo legami, ma solo un sentore di somiglianza, come percepita da un secondo piano focale.
Riporto alcune parole delle prime scene, senza la pretesa di una trascrizione rigorosa, come seguendo la mia memoria: "Nella campana della carta ho trovato il diario di una bambina, scritto in penna verde, con una calligrafia acerba e sognante. Non resto stupito dai fatti in sé, ma dalla sensazione di misteriosa reticenza che mi provocano, come se non tutto fosse effettivamente su carta, eppure presente con pesantezza... Quanto segue è ispirato a una storia vera, la storia vera è ispirata a una storia falsa, la storia falsa non è molto ispirata”.
Questo gioco di straniamento è decisamente adatto a rispecchiare la condizione odierna, che ci vede nostro malgrado lontani, protetti, separati. Eppure al tempo stesso, per quanto mi riguarda almeno, rivela quanto le tecniche di distanziamento producano un effetto di intensificazione, di accresciuta implicazione, di rinnovato interesse per il mondo, per i fatti degli altri. Certo, senza immedesimazione diretta, che tende più spesso a coprire, a falsificare e a tradire l'altro, facendone espressione dei nostri propri pensieri, dei nostri propri sentimenti. Da questo punto di vista il richiamo esplicito a un certo realismo cinematografico, pur capace di condensare nelle immagini concrete i riferimenti mitici e simbolici, ci riporta all'amato PPP.
La prima cosa è lo sguardo sul mondo dei bambini, mai retorico, mai compiaciuto, fortunatamente ce ne scampano, con una passione per i loro giochi, i loro interessi e le loro relazioni. Le scene con l'acqua sono semplicemente meravigliose, da rivedere, da immergersene, nella loro semplicità e a tempo stesso sofisticazione. Anche qui c'è un rallentamento, un indugiare capace di cogliere qualcosa di magico dell'infanzia, che spesso altrove rimane celato o viene pervertito in modo francamente disgustoso. Qui no, c'è un riserbo struggente per i bambini, quasi che i registi ne siano al tempo stesso innamorati e terrorizzati.


La scuola, come spesso accade, mostra la sua mancanza di senso, e il suo essere potenziale spazio di fuga, si gioca solo nel volto nichilistico dell'escapismo, fino all'estinzione. La dirigente è incapace di vedere, l'insegnante è molto capace di spiegare, ma il senso del suo stare a scuola (e fuori dalla scuola) con i bambini, pur passando inosservato, è l'asso nella manica dei  registi, il loro, senza alcuna esagerazione volgare, coup de théâtre.
Perché in realtà è la fuga la vera protagonista del film, tutti alla fine fuggono da qualche parte, chi se ne va, chi torna a letto, chi si nasconde in garage, chi abbandona coraggioso tutto quanto che rimane indietro, chi semplicemente non ce la fa, neanche a scappare.
La fuga con la sua cappa di tensione brumosa, che ti tiene incollato e inquieto per tutta la durata, pronto ad accogliere una catastrofe mai annunciata, ma presentita, come dice la voce fuori campo all'inizio "presente con pesantezza". Eppure il finale scioglie, come senza tragedia, come un senso di sollievo, per la riuscita evasione da questo mondo così estraneo, così falso e pieno di violenza (tutta simbolica e senza senso) dei grandi.
Solo un genitore riesce a strappare suo figlio dalla fuga mortifera, con un istinto animale, grazie a  una ritirata, volgendosi indietro a un parente lontano, un congiunto importante solo perché a lui si vuole bene.
Ho ascoltato qualche stralcio di intervista ai registi e mi ha colpito uno stupore e un senso di rivincita, che sento così vicino, per non aver inverato la maledizione dei grandi: quando crescerai allora la penserai diversamente, allora capirai. E invece dalle sue parole viene sconfessato questo esiziale monito degli adulti che "crescendo avrei perso questo sguardo così preciso, e invece no, adesso sono cresciuto e non sono cambiato".
Meno male.