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giovedì 28 luglio 2016

Giochi di una volta: La Campana

Scriveva Mircea Eliade "...i bambini continuano a giocare al gioco della Campana senza sapere di ridare vita ad un gioco iniziatico, il cui scopo è di penetrare e riuscire a tornare fuori da un labirinto; giocando alla campana i bambini scendono simbolicamente agli inferi e tornano sulla terra" (Occultismo, stregoneria e mode culturali, Sansoni, Firenze 1982).



A ogni giro di estate, torna il desiderio di giocare. Complice il tempo di sosta, di ristoro e di benessere, complice la compagnia degli altri. Complice anche la noia del vuoto che si sente quando si ferma l'inesorabile macchina del quotidiano produrre e consumare.
Inchiodati agli schermi degli smartphone, i più. C'è qualcuno che ricorda, o sogna, o desidera (che sono diversi volti dello stesso immaginare) un contatto col reale più vivido: il segno del gessetto sul marciapiede, un sasso, e la voglia di saltare, per fargliela vedere.
Quest'estate Federico Taddia raccoglie e racconta i "Giochi di un'altra estate" su La Stampa.
Martedì 19 luglio ha scritto una pagina sul gioco della Campana: Un sasso, un gessetto, un cortile. E si salta nell'Eterno Labirinto, con una breve intervista anche a me.

Radio Capital, dopo l'articolo mi ha chiamata per un'altra breve intervista radiofonica che si può ascoltare qui.


lunedì 11 luglio 2016

Sotto il segno della libertà. Tra lavoro e gioco

Dobbiamo ora considerare la netta divisione tra lavoro e svago prodotta dall’industria moderna, e il modo in cui essa ha influito su tutti i generi simbolici, dal rito, ai giochi, alla letteratura.
[...] Il lavoro è ora organizzato dall’industria in modo tale da essere separato dal “tempo libero”, che comprende, oltre allo svago, il soddisfacimento di bisogni personali come il mangiare, il dormire, la cura per la propria salute e il proprio aspetto, e anche l’adempimento dei doveri familiari, sociali, civili, politici e religiosi (che in una società tribale sarebbero rientrati nel dominio del continuum lavoro-gioco). Lo svago è prevalentemente un fenomeno urbano, tanto che quando il concetto di svago comincia a penetrare nelle società rurali è perché il lavoro agricolo tende verso un modo di organizzazione industriale, verso una “razionalizzazione”, e perché la vita rurale comincia ad essere permeata dai valori urbani legati alla industrializzazione”. 
Turner V. (2003), Dal rito al teatro (1982), Il Mulino, Bologna, pp.71-75

Henri Rousseau, The Football Players, 1908

Edvard Munch, Workers Returning Home, 1913-1915

Peter Bruegel il Vecchio, Il paese di Cuccagna, 1567

Mona Hatoum 'Performance Still' 1985, 1995

Paul Cézanne, I giocatori di carte, 1892-95

Edvard Munch, Anxiety, 1894

Hank Willis Thomas, The Cotton Bowl, 2011

domenica 10 luglio 2016

La fine del lavoro forzato. Verso il desiderio della conoscenza e del mondo

Joaquin Sorolla, Running along the beach, 1908


Cucire un pupazzo. Attaccare un bottone. Costruire una casetta di cartone. Fare gare in bicicletta, monopattino, skate, di corsa. Fare una passeggiata lungo la Martesana. Fare i turisti in Piazza Duomo. Cercare parole difficili sul vocabolario. Farsi rileggere la storia preferita di quando eravate piccoli. Leggere ad un grande, la vostra storia preferita. Giocare al parrucchiere, al sarto, ai travestimenti. Inventare la coreografia di un ballo. Scrivere una filastrocca, una poesia, uno scioglilingua. Preparare una torta, dei biscotti, un sugo semplice. Rifare il letto, lavare le tazze della colazione, riordinare giochi, mettere a posto la spesa. Imparare a stirare un asciugamani. Imparare a piegare le magliette e soprattutto saperle riconoscere! Imparare ad allacciarsi le scarpe…e chi più ne ha più ne metta.
Gli insegnanti tutti augurano serenità e buon riposo in famiglia. Che siano vacanze calorose e piene d’amore!
Gli insegnanti di una scuola primaria di Milano, Compiti per le vacanze, giugno 2016


Joaquin Sorolla, Children Looking For Shellfish


domenica 3 luglio 2016

Il sole fra le dita di Gabriele Clima

Dai, al diavolo la sedia, Andy, per un po’, senti anche tu un po’ di mondo vero sotto a quel sedere rinsecchito. Senti la terra, e il suo profumo, senti l’erba con le dita aperte, e il suo tocco caldo, e pieno, e giallo, come il sole.
Lo senti, Andy, eh? Lo senti il sole tra le dita?
G. Clima (2016), Il sole tra le dita, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), p. 97.




Dario e Andy, “la mela marcia” e “il mezzo scemo”, sono i protagonisti di un viaggio in fuga da un mondo adulto che li definisce e giudica barbogiamente come ragazzi indolenti, insoddisfatti, “sdraiati” (Serra, 2013) e ipocritamente e moralisticamente come “meno fortunati, portatori di handicap, persone in condizioni di inferiorità”. Giovani da raddrizzare attraverso una pedagogia correttiva e punitiva propugnata da una professoressa sadica e gendarme - per Dario -, o attraverso un intervento ortopedagogico di una educatrice “stomachevolmente” edulcorata che, sostituendosi e interpretando Andy senza vederlo, assume il ruolo di “stampella della dipendenza” (Micheli, Zacchini, 2001).

Dario e Andy, “il Grande” e il “semi-dio”, sono i protagonisti di un viaggio nella fragilità di tutti e di ciascuno (Canevaro, 2015), la fragilità “bella” di un fiore cresciuto dentro un frigorifero o di airone con le ali spezzate. Dario, un adolescente travolto dalle questioni più cruciali dell’esistere e in equilibrio sulla soglia di infinite possibilità. Andy, una creatura mitologica, “metà uomo metà sedia”, che possiede qualcosa di immortale, di intoccabile che sfugge alle leggi degli uomini. Dario e Andy si incontrano, si prendono il tempo per conoscersi, per vedersi attraverso gli occhi dell’altro e scoprire la propria ciascunità.

A noi la scelta di quale viaggio intraprendere, dopo la lettura del libro. Possiamo continuare a giudicare e ingabbiare le persone dentro etichette paralizzanti oppure possiamo decidere di assumere lo sguardo di quella bambina che sembra apparire da un altrove per trasmutare la realtà, per far divenire una pietra “più preziosa di un diamante”, per guardare oltre la disabilità e accostarsi a Andy mentre oscilla sull’altalena della vita.