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mercoledì 14 giugno 2017

Essere nel principio

“Quel che più ci commuove nel bambino è il fatto che vive nel principio. Per lui, ciò che viene sperimentando accade sempre per la prima volta. Essere nel principio è lasciarsi realmente essere in ciò che si fa, che si scopre, che si percepisce. Essere all’inizio significa essere hic et nunc, hicstans et nuncstans. Noi siamo sempre tra il passato e l’avvenire. Essere nel principio è rinunciare a quest’assenza”.

Grotowski cit. in Antonacci F., Guerra M., Mancino E. (a cura di), Dietro le quinte. Pratiche e teorie tra educazione e teatro, FrancoAngeli, Milano, 2015.

 

Ferdinando Scianna, Bagheria, 1960

Carlo Mattioli, Anna che si nasconde, 1986
 

Ferdinando Scianna, Milano, 1998


Elisabeth Louise Vigée-LeBrun, Mademoiselle Brongniart, 1788


Jean-Baptiste Charpentier le Vieux, Boy Feeding Chicks, 1764


Jean-Baptiste-Siméon Chardin, The House of Cards, 1736-7

Jacob Jordaens, Study of little child, 1626


Alaine Laboile
 


domenica 4 giugno 2017

I figli della notte di Andrea De Sica



I figli della notte di Andrea De Sica è un film complesso, nel senso etimologico del termine (com-plexus), cioè che è tenuto insieme nell’aggrovigliarsi e nell’intrecciarsi del rapporto inestricabile tra educazione e vita.
Il film si apre con un’immagine al bianco: un volto giovane e indefinito si dissolve in un bianco abbagliante che diventa quasi immediatamente necessario immergersi nel nero dell’esperienza di reclusione di due adolescenti, Giulio e Edoardo.
I due ragazzi vengono mandati in un collegio, dai rispettivi genitori, per ritrovare «il giusto passo» perché, ribelli e “monelli” (Ruggiero, Ti sento), si erano allontanati dai percorsi stabiliti e preconfezionati dalle loro famiglie benestanti per divenire la futura classe dirigente.


Giulio e Edoardo vengono così letteralmente rinchiusi in un luogo senza tempo, un dispositivo panoptico dove i ragazzi sono ancora sottoposti a una disciplina normalizzante, correttiva e punitiva attraverso un “sistema incorporeo di procedure in atto” (Massa, 1997): la divisa omologante della scuola (colpisce all’inizio la camicia  a fiori eversiva di Edoardo), gli orari prestabiliti per telefonare e connettersi con l’esterno, la mancanza di gioco e divertimento (Giulio e Edoardo possono sfidarsi in una partita a palla al muro solo di nascosto durante la notte), la tacita omertà degli studenti, dei professori e del direttore, il sapere inculcato secondo il mero principio di utilità e produttivismo, l’obbedienza come obiettivo imperante per imparare a comandare, la sorveglianza costante e pervasiva degli studenti con telecamere nascoste ovunque e, per concludere, la presenza assente degli adulti nella voce metallica e sfuggente di un cellulare o nella figura “angelica” e imperturbabile di un educatore. Adulti che non hanno tempo e non sono in grado di stare accanto alla vitalità, all’energia, alla passione, all’incertezza e all’insicurezza dei ragazzi e accompagnarli nella faticosa scoperta di ogni peculiare progetto di vita, al di là della sicurezza socio-economica, che non è garanzia di realizzazione personale e capacità di orientarsi nella complessità del mondo, anche nell'errore, anche nella difficoltà.

Il collegio, con il suo isolamento e le sue pratiche pervasive cerca di tenere fuori e allontanare il perturbante, il nero, l’oscurità, la passione, il desiderio. E i due ragazzi, nel ribollire di un’età di possibilità infinite e voglia di sperimentare, mettersi alla prova e “vivere sempre più” (Schipa, Vivere), non possono far altro che fuggire per ritrovare il desiderio e l’amore in un locale notturno proibito e seducente.

Ci fermiamo qui, all’incipit del film, perché se aggiungessimo altro alla trama vi rovineremmo il piacere della visione e la tensione che pervadono il racconto.

Vorremo solo concludere con l’immagine finale, che è anche l’inizio. Un’immagine al bianco: lo stesso volto del giovane, nascosto da se stesso con un paio di occhiali scuri, si dissolve nel bianco abbacinante che sembra inghiottire una vita che non è stata accompagnata ad attraversare il nero.
 
 



sabato 3 giugno 2017

Tararì tararera…

 
Tararì tararera è un libro scritto da Emanuela Bussolati in lingua Piripù, “per il puro piacere di raccontare storie ai Piripù Bibi”.
Data la premessa, apposta sulla copertina come avvertimento o come allettamento all’esperienza strabiliante che si potrà compiere girando la prima pagina, probabilmente molti genitori e insegnanti aggrotteranno le sopracciglia, storceranno le labbra in segno di disapprovazione e volgeranno il loro sguardo ad altri libri patinati e didattici che li rassicurino sul corretto sviluppo cognitivo che l’attività della lettura può offrire.

Come ha ben argomentato Enrica Buccarella, in un articolo sul blog di Topipittori, la lettura, con l’ingresso alla scuola primaria (e aggiungiamo noi, purtroppo sempre più precocemente anche nella Scuola dell’infanzia) viene proposta come mero strumento in vista dell’apprendimento, come tecnica da imparare mediante esercizi, necessariamente prima delle vacanze di Natale, pena l’ingabbiamento del bambino nelle parole etichettanti, vuote di criticità e riflessività, degli insegnanti o dei genitori come «è in ritardo», «è indietro rispetto ai compagni», «è iperattivo», «probabilmente ha qualche (generico!) problema ma non è ancora stato diagnosticato». Frasi che lasciano poco scampo alle possibilità infinite del bambino di realizzare la persona che è se non rispetta le tappe evolutive del ritmo giusto della crescita.
Tararì tararera è un libro che ci fa riassaporare il piacere condiviso della lettura: è un gioco tra chi legge e chi ascolta parole che incantano per il loro suono  e ritmo ancora prima del significato, è un’opera di tessitura tra “i fili del sognare e del ragionare” (Zanzotto cit. in M.Paolini, 2000), è un testo di parole irradianti, che si fondono nella bocca e vengono gustate dall'orecchio, ravvivano i sensi e mutano corso al pensiero. 
La musicalità delle parole della lingua Piripù, il loro timbro corporeo e vocale, trascinano via il concetto, portano in vita l’immagine (Nancy, 2004) e amplificano le possibilità di immaginare e sognare.

Tararì tararera è un libro che custodisce la magia di una sonorità che accoglie, incuriosisce  e diverte i bambini e che per questo appassiona e innesca una tensione conoscitiva, motiva all’ascolto, all’attenzione, alla condivisione, all’immedesimazione, alla partecipazione emotiva, all’apprendimento.

È un libro inclusivo, aggiungiamo in conclusione, perché potrebbe essere letto a tutti i bambini, bambini che provengono da culture differenti e parlano lingue diverse, bambini con una disabilità intellettiva che sono supportati nella comprensione da immagini chiare e semplici.