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sabato 25 luglio 2020

Blub blub blub

Yuichi Kasano (2009), Blub blub blub, Babalibri, Milano.


È un giorno d’estate e fa molto caldo. Ciaf, ciaf, ciaf…
Un bambino sta galleggiando tranquillamente nel mare con il suo salvagente quando, blub… blub… blub…, si sente sollevare dal papà.
Flush! Il papà e il bambino vengono improvvisamente sollevati da una tartaruga, a sua volta sollevata da un tricheco, poi da una balena e così via, fino a creare una torre traballante che arriva fino alla cima delle pagine di questo libro che si sfoglia in verticale. Il gioco si ripete e si trasforma in un’avventura avvincente!

Blub blub blub è un albo scritto e illustrato dall’artista giapponese Yuichi Kasano. È un libro per tutti perché presenta immagini chiare su uno sfondo nitido e un testo semplice e breve. È un testo divertentissimo che racconta un gioco che probabilmente tutti abbiamo fatto al mare, quando il papà ci prendeva sulle spalle e ci faceva volare tra il cielo e il mare. Blub blub blub ci riporta all’infanzia, al gusto della ripetizione, al piacere di fluttuare tra i suoni delle parole, all’attesa meravigliata, alla vertigine del rischio. Un libro per adulti e bambini.

domenica 12 luglio 2020

La sagra della primavera



Per dare inizio a un’azione teatrale è necessario uno spazio vuoto qualsiasi, un uomo che lo attraversa e un altro che lo osserva, afferma Peter Brook (1998). Il teatro esiste solo quando accade, continua il regista inglese.
Allora scrivere di teatro e assistere a uno spettacolo attraverso la mediazione di un dispositivo virtuale potrebbero sembrare due atti assurdi, contro natura, se non addirittura impossibili.
Oggi vogliamo provare a raccogliere nuovamente la sfida (ci avevamo già provato nel saggio dedicato al teatro di Brook nel testo curato da Antonacci, 2012), vogliamo provare a lasciare traccia di una rappresentazione di teatrodanza che il diffondersi della pandemia ci ha costretti a guardare in un modo inedito e differente.
Senza escludere a priori la possibilità del teatro in video, che peraltro può offrire all’arte performativa l’occasione di ampliare la sua vocazione minoritaria e sperimentarsi con nuovi linguaggi (come del resto negli ultimi anni si sta già provando a fare attraverso l’introduzione e l’ibridazione con componenti virtuali e digitali sulla scena), riteniamo sia necessario rimanere vigili e critici rispetto al rischio di banalizzazione del teatro a intrattenimento culturale in streaming, di consumo a tutti i costi e soprattutto di trasferimento della scena “direttamente a casa” con la conseguente perdita dell’insostituibile emozionate incontro tra attore e spettatore che avviene solo nel momento presente dell’atto teatrale.
Consapevoli della complessità della situazione e che il senso di ogni proposta andrebbe interrogato singolarmente, abbiamo provato ad accostarci a una delle opere più note della regista e danzatrice tedesca Pina Bausch, “La sagra della primavera”, (Le Sacre du printemps). Lo spettacolo debuttò nel 1975 e fece grande scalpore per la sua scena “povera” ed essenziale, così come, nel 1913, la prima messa in scena dell’opera di Igor Stravinsky generò una profonda rottura con la tradizione per la musica “primitiva e rozza” e la sua dimensione corale.
La nuova versione dello spettacolo, riproposto da 38 danzatori provenienti da diversi paesi d’Africa sarebbe dovuta andare in scena nei teatri del mondo a partire dalla primavera del 2020, ma a causa del covid-19 lo spettacolo è stato sospeso e si è, così, deciso di proporre la ripresa della prova generale realizzata sulle spiagge del Senegal poco prima del lockdown.
Non nascondiamo lo spaesamento iniziale per esserci trovati in uno spazio che non ci era più familiare (non mi riferisco allo scenario inconsueto della spiaggia ma al luogo simbolico e materiale della presenza scenica), ma come spettatori siamo anche preparati allo spiazzamento generato, ogni volta, da ciascuna performance e dallo spostamento nel luogo intermedio e intermediario del teatro.
Abbiamo però ritrovato quello spazio vuoto di cui parla Brook, un rettangolo di sabbia vuoto, definito e delimitato entro cui stava per succedere qualcosa. E abbiamo atteso con lo stesso desiderio e la medesima curiosità di quando assistiamo in presenza. A partire da questo attimo di attesa stupito si è dispiegato lo spettacolo, che la riproduzione in video ha consentito di rivedere più volte perché chiedeva di essere riguardato e riascoltato, perché ci interrogava, perché, ogni volta, i corpi degli attori stagliati nel cielo e radicati nella terra ci connettevano con la dimensione corale e comunitaria del teatro. 
Ci auguriamo di rivivere presto l’emozionante incontro tra attore e spettatore nella radura del teatro.

E’ possibile vedere lo spettacolo con un contributo di 5 sterline fino al 31 luglio 2020. I proventi raccolti serviranno per sostenere l’attività della compagnia e il futuro della produzione.
https://vimeo.com/ondemand/dancingatdusk

domenica 5 luglio 2020

La sedia blu

C. Boujon (2016), La sedia blu, Babalibri, Milano

Bruscolo e Botolo passeggiano nel deserto. Improvvisamente scorgono in lontananza una macchia blu, incuriositi si avvicinano e trovano una sedia blu. Subito i due amici iniziano a giocarci e trasformano la sedia in un rifugio, una slitta, un camion dei pompieri, un’automobile da corsa, un elicottero. 
La sedia è magica, può diventare qualsiasi cosa.
Ti può difendere da una bestia feroce, ti permette di compiere esercizi da equilibrista come al circo e così all'infinito...
Ma ad un certo punto arriva un dromedario, senza immaginazione, che prova a mettere fine al gioco. Con severità sentenzia: «una sedia è fatta per sedersi».

La sedia blu è un libro meraviglioso di Claude Boujon che entusiasma i lettori bambini con la strabiliante capacità immaginativa di Bruscolo e Bertolo e invita i lettori adulti a dismettere i panni del camelide giudicante per abbandonarsi al potere magico dell’immaginazione ludica e ritrovarsi nel gioco con il bambino.