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mercoledì 28 marzo 2018

I cinque malfatti

Beatrice Alemagna, I cinque malfatti, Topipittori, 2014
Quando un’amica, attrice e narratrice, mi ha parlato dei cinque malfatti non ho potuto fare a meno di precipitarmi in libreria per conoscerli e incontrarli, per trovare la loro storia.
E ora mi piacerebbe provare a incuriosire anche voi.

“ERANO CINQUE.
CINQUE COSI MALFATTI”.


IL BUCATO aveva quattro grossi buchi in mezzo alla pancia, IL PIEGATO era chiuso in due come una lettera, IL MOLLE era sempre stanco e mezzo addormentato, IL CAPOVOLTO aveva le gambe per aria e il naso in giù, LO SBAGLIATO era un ammasso di stranezze, una catastrofe.
I cinque malfatti sono inconcludenti, fannulloni, sbilenchi, delle “vere nullità” agli occhi del PERFETTO, un tipo straordinario, bello, con un corpo slanciato e una capigliatura fluttuante.



IL PERFETTO entra in scena vanesio per trovare una SOLUZIONE per guarire la stramberia dei cinque malfatti, un PROGETTO per aggiustare le loro parti deficitarie, un’IDEA per normalizzare l’unicità di ognuno.
Ma i cinque malfatti scoprono e riconoscono le loro fragilità e difficoltà come elementi che caratterizzano la loro identità e ciascunità. Scoprono la ricchezza della diversità di tutti.

Posso immaginare la meraviglia e le risate dei bambini mentre la mia amica legge ad alta voce la storia dei cinque malfatti, questi COSI incompiuti, sgangherati, mancanti che rovesciano l’efficientismo e il produttivismo del mondo adulto, che riconoscono la fragilità come una realtà che riguarda tutti, che nascondono nelle pieghe della loro identità il proprio talento.


domenica 25 marzo 2018

The Florida Project


The Florida Project (Un sogno chiamato Florida), titolo originale del film di Sean Baker, è un complesso residenziale che si trova alle porte del parco di divertimenti di Disneyworld.
È un luogo sospeso, è una sorta di terra di mezzo attraversato da attori che si incrociano senza mai incontrarsi e mescolarsi, è uno spazio dove tutto è eccessivamente colorato, sgargiante, esagerato, ingigantito, cementificato.
In questo luogo senza tempo e identità spicca la residenza di Magic Castle. Dalla prima inquadratura del film veniamo messi, insieme a due bambini, con le spalle al muro di un lilla vistoso e pacchiano, un colore chiassoso che disorienta e ci conduce in una realtà degradata e ai margini del sogno americano.

Su questo scenario ambiguo e discrepante si muovono, corrono, giocano, esplorano, vivono avventure indimenticabili tre bambini, Scooty, Dicky e Jancey, guidati dalla loro coetanea Moonee.
Moonee è una bambina vivace, curiosa, seduttiva, ribelle e riottosa. Vive in una stanza del Magic Castle con una giovane mamma che gioca la sua vita ai limiti della legalità. La bambina e la mamma sono vigilate dallo sguardo paterno di Bobby, manager del residence e, forse, custode dell’infanzia.
Moonee è l’infanzia che irrompe sulla scena di un mondo adulto fasullo, infelice, perverso, ingiusto che si trascina verso i non luoghi del divertimento. L’infanzia, forse proprio perché non sorvegliata dallo sguardo adulto, emerge come dimensione viva e autentica che sa occupare gli spazi e i tempi vuoti dell'estate con la propria immaginazione: crede che un albero crollato possa continuare a crescere, trasforma metaforicamente e letteralmente una casa abbandonata.
L’infanzia sperimenta il contatto con il mondo, le dinamiche, le relazioni, ricerca ostacoli non necessari, il piacere e lo scontro, la gara e la condivisione. (Significativa a tal proposito è la scena, che si ripete più volte nel film, in cui i bambini gustano insieme un unico cono gelato).
Il gioco dell’infanzia ci regala presente, il presente di un mondo che chiede di essere riabitato e rivitalizzato dalla natura immaginativa, scherzosa, assorta, stupefatta, capricciosa, volitiva del bambino in gioco.

domenica 11 marzo 2018

"Sul gioco" di Cesare Tacchi


Faccio/ come/ se/
dico/ come/ se
gioco/
questo è realtà/
non è sogno
è razionale/
non per utilità/
ma per gioia/
per simpatia/
per gioco/
mi metto in/ gioco
come un bambino/
ho energia/
ho il pensiero/
ho gli strumenti
ho un inizio/
un numero uno
vocalizzo parole/
non banali/
sono come un vecchio/
che ha trovato l’infuso/ la pozione/
per diventare piccolo/ piccolo/
e/ inesorabilmente/ continuo
questo gioco/ e sfioro il tempo/
in fondo al tempo/ c’è la morte/
nella luce della porta/ io mi faccio
piccolo/ nasco nuovo/rimando/
continuo/

Cesare Tacchi, Manoscritto dedicato ai suoi studenti, novembre 2006


Il letto (pensando a un prato…!), 1966
“Sentire” “… Se dipingete chiudete gli occhi e cantate…” (Pablo Picasso), 1974


Struttura bianca su nero, 1962

Poltrona inutile, 1967

Cancellazione d’artista [Reperto], 1968

Cesare Tacchi. Una retrospettiva
7 febbraio – 6 maggio 2018
Palazzo delle Esposizioni
Via Nazionale, 194 – 00186 Roma


sabato 10 marzo 2018

Cara Italia, Caro Ghali

Comincia con bambini trascurati, strattonati e dimenticati da adulti troppo occupati il video di Ghali Cara Italia.
"Perché sono ancora un bambino", un altro indizio di una dolce regressione all'infanzia, sempre più esplicita nei testi o nelle immagini, a tradire una fanciullezza che molti  ventenni negherebbero e bollerebbero come la peste, col loro desiderio di farsi adulti, o comunque scanzonati, ma cool. Un'infanzia invece fatta proprio di bambini veri, in carne e ossa (come nella dedica di Album), che nella poetica di Ghali non ha alcuna sfumatura negativa.
Così insiste il riferimento nel testo e nelle immagini al sé bambino e alla mamma, onnipresente nelle sue opere, stimata e amata, anche in questo caso senza la vergogna tipicamente adolescenziale e giovanile.
Questo viaggio da pifferaio magico alla rovescia, che Cara Italia ci racconta, trasformando Ghali in incantatore amorevole di bambini, avviene nei boschi, nelle profondità della natura e della terra e sfida presenze inquietanti e rissose, sconfitte e infine superate con armi semplici, da bambino.
Infine il video è un omaggio a Laputa, il castello nel cielo, uno dei capolavori di Miyazaki, maestro del cinema di animazione (ancora considerato - a torto - "solo per bambini"), e racconta la storia di due bambini così folli, irragionevoli e coraggiosi da opporsi alla violenza della distruzione bellica e sfidare il capo dei militari, con successo.
Ma mi ha convinta a scriverne questo verso: "Felice di fare musica per ragazzini". 
In un mondo in cui se piaci ai teenager non piaci ai ventenni e se piaci ai quindicenni non piaci ai diciassettenni, e se piaci ai tredicenni non piaci ai quindicenni, Ghali è "fe-li-ce" di rivolgersi ed essere amato dai più piccoli. I più fanno a gara per smarcarsi dall'infanzia, che fa troppa paura, perché è vista come passato da abbandonare, ma forse ancora più pericolosamente come futuro da fuggire, pensando a un domani senza lavoro, senza prospettive, che ci vedrà tutti perenni fruitori di contenuti e videogiocatori, eterni fanciulli (questo sì in senso negativo, come la patologia psicanalitica) dediti ad ammazzare il tempo.
Non noi, non Ghali (almeno spero): qui il bambino brilla ancora, come principio di speranza.


giovedì 8 marzo 2018

Percorsi Bbtween Performing Arts, in Bicocca

Sono partiti i primi percorsi del ciclo Bbetween 2018 Performing Arts - A theatrical experience.
Si tratta di minicicli di alcuni incontri, tutti con la stessa struttura, ognuno dedicato a uno spettacolo diverso, così organizzati: un primo laboratorio presso l'Università Milano Bicocca, la visione dello spettacolo in teatro tutti assieme, la visita al dietro le quinte con gli attori e infine un incontro di rielaborazione e chiusura dell'esperienza.
Sono in partenza i primi percorsi, le iscrizioni sono ancora aperte, e continueranno fino a fine maggio 2018. Qui tutte le informazioni.
Queste le prime due edizioni:
Freud o l'interpretazione dei sogni, di Stefano Massini, al Piccolo teatro di Milano.
Il bambino sogna, di Hanoc Levin, al teatro Franco Parenti.

martedì 6 marzo 2018

Perdere tempo. Strategie educative di rallentamento

Educazione affettiva di Federico Bondi e Clemente Bicocchi (2015)

"Perdere tempo ad ascoltare.
Vogliamo insegnare imparando ad ascoltare e raccogliendo la cultura e le emozioni di ogni bambino.
Perdere tempo a parlare insieme.
Vogliamo parlare con i bambini e non solo dei bambini senza preoccuparci di tagliare i tempi per essere sempre più produttivi.
Perdere tempo nel rispetto di tutti.
La vita di gruppo, la conoscenza reciproca e gli affetti nascono dall’ascolto e dal rispetto dei tempi e dei ritmi di ognuno.

L’estate che verrà di Claudia Cipriani (2016)


Perdere tempo per darsi tempo.
Ci piace seguire sentieri inesplorati, linee circolari, indirette, per scoprire e apprezzare le piccole cose.
Perdere tempo per condividere le scelte.
È importante organizzare a scuola, insieme ai bambini, zone di libertà, dove tutti possono sentire la responsabilità di ciò che hanno scelto.
Perdere tempo per giocare.
Il gioco libero permette ai bambini di esprimersi, di condividere le regole, di capire il mondo, di entrare in rapporto con gli altri.


Una gita scolastica di Pupi Avati (1983)

Perdere tempo a camminare.
Passeggiare insieme ai bambini, muoversi a piedi, andare al ritmo dei nostri passi, aiuta a conoscerci di più e a vivere meglio in un territorio.
Perdere tempo per crescere.
Per prepararci al nostro futuro è necessario dare tutto il tempo e lo spazio al nostro presente.
Perdere tempo per guadagnare tempo.
Rallentare perché la velocità s’impara nella lentezza".


G. Zavalloni (2012), La pedagogia della lumaca. Per una scuola lenta e non violenta, Emi, Bologna, pp.33-34.


domenica 4 marzo 2018

The Shape of Water



E chi sei tu? Chiesi all’acquata, che dolcemente pioveva,
Ed essa, strano a dirsi, mi diede questa risposta, che ora traduco:
Della terra sono il Poema, rispose dunque l’acquata,
Eterna mi sollevo impalpabile dalla terra e dal mare insondabile,
Su verso il cielo, donde, in forma vaga, totalmente mutata eppure sempre la stessa,
Discendo a lavare le aridità, i detriti, gli strati di polvere del mondo,
E quanto in essi, senza il mio ausilio, sarebbe seme latente, non nato;
Perenne di giorno, di notte, restituisco la vita all’origine mia, la abbellisco e purifico;
(Perché il canto, emerso dal suo luogo natale, dopo il compimento e l’errore,
Ascoltato o non ascoltato, debitamente con amore ritorna).
Walt Whitman

L’acqua, nella poesia “La voce della pioggia” di Walt Whitman, è un elemento multiforme, ambiguo, impalpabile e mai afferrabile. L’acqua scorre e ristagna, è eterna, è fonte di vita e di morte.

L’acqua, nel film “The Shape of Water” di Guillermo del Toro, è simbolo di trasformazione, dissoluzione, contagio, rinascita (Antonacci, 2007).
L’acqua penetra in molte immagini del film: inonda, cade a dirotto, gocciola dal soffitto, riempie una vasca e poi un’intera stanza.
L’acqua lava “gli strati di polvere del mondo” e della guerra, pulisce letteralmente e metaforicamente le crudeltà del colonnello Strickland.
L’acqua accoglie una strana e sinuosa creatura, dio del mare, metà uomo-metà pesce. Un animale che la razionalità umana vede come oggetto da vivisezionare per dominare la Terra e lo Spazio e che il cuore, organo dell’immaginazione, vede come creatura tra le creature. Animale mitologico che abita un mondo intermedio tra la terra e l'acqua, un mondo intermediario tra visibile e invisibile.
L’acqua attrae a sé una giovane donna, Elisa, che si lascia incuriosire e intridere da essa. Elisa non può parlare, è muta, è accumunata alla creatura anfibia dalla mancanza del linguaggio verbale. E la mancanza della parola la accomuna anche all’infanzia. Elisa è portatrice di uno sguardo d’infanzia, minore e minorato, che per questo sa ascoltare per capire, sa intuire la singolarità dell’altro, sa accogliere la diversità. Gli unici due amici di Elisa sono la collega afroamericana Zelda e il vicino di casa omosessule Giles, figure segnate e stigmatizzate dalla differenza.
L’acqua culla e abbraccia Elisa e la creatura, nell’immagine finale del film invitando a lasciarci ammaliare da essa, a lasciarci sprofondare nei sui cupi fondali, alla ricerca dell’amore.  



giovedì 1 marzo 2018

VASSILISSA E LA BAMBOLA

Domenica 4 Marzo, 16:30, Libreria del Convegno, Cso. Campi, 72, Cremona.
La fiaba nella Cura e nella formazione: VASSILISSA E LA BAMBOLA
A cura di Susetta Sesanna


Ogni volta che si racconta una storia si crea un cerchio magico, un luogo dove avviene un incontro
appassionato: l'incontro tra chi narra e chi ascolta, tra la vita e la sua rappresentazione, tra visibile ed invisibile. Ogni volta che si racconta una storia si accede ad una dimensione spazio temporale che concede una sosta nello scorrere ordinario ed impetuoso della vita e dona il presente dell'atto teatrale grazie alla ripetizione del gesto dell'attore.
Susetta Sesanna, antropologa,attrice, narratrice, collabora in progetti e seminari con il Dipartimento di scienze umane per la formazione dell'Università Milano Bicocca.