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lunedì 24 agosto 2015

Nello spazio e nel tempo del gioco

“Il mondo del gioco piuttosto non ha, parlando con rigore, nessun luogo e nessuna durata all’interno delle coordinate di spazio e tempo reali – ma ha un suo proprio spazio interno e uno suo proprio tempo interno. E tuttavia noi giocando trascorriamo il tempo reale e abbiamo bisogno di uno spazio reale. Ma lo spazio del mondo del gioco non è continuo rispetto allo spazio che normalmente abitiamo. E analogamente accade con il tempo. Lo strano andirivieni tra realtà e mondo del gioco non si lascia chiarire da nessun modello di relazione tra spazio e tempo che già conosciamo. Il mondo del gioco non è sospeso in un semplice regno del pensiero, ha sempre un palcoscenico reale, ma non è mai una cosa reale tra altre cose reali”.
E. Fink, Oasi del gioco, Cortina, Milano, 2008, p.29


Paul Klee, Hermitage, 1918

Amadeo de Souza-Cardoso, Untitled (Bridge), 1914

Alberto Savinio, Oggetti nella foresta, 1928

Cy Towbly, Untiteld, 1961

Mimmo Rotella, Luna Park, 1958

Paul Klee, Nocturnal Festivity, 1921

giovedì 20 agosto 2015

Ore d'infanzia al Museo Berardo di Lisbona

"O ore dell'infanzia, quando
dietro alle figure c'era più del semplice
passato, e a noi dinanzi non il futuro.
Crescevamo, certo, e talora ci davamo premura
di crescere più in fretta, a metà per contentar quei grandi
che tutto quel che avevano era d'esser grandi.
Eppure nel nostro solitario andare
quel che dura ci recava diletto e là
stavamo, tra giocattolo e mondo, nello spazio
intermedio che dal principio
fondato fu per evento puro".

R.M. Rilke, Poesie II (1908-1926), Einaudi-Gallimard, Torino 1995, Elegie Duinesi, Quarta elegia,
pp.72-73.


Nicky Hoberman, Spooke II, 1998

Jack Smith, Child writing, 1954

Paula Rego, Little Red Riding Hood on the Edge, 2003

James Rielly, Smoke Screen, 1977

The two sisters, c.1924

Noé Sendas, q.u.w.s.m., 2001

domenica 2 agosto 2015

The Town of Light

Un esperienza esplorativa, una narrazione partecipata. The Town of Light è un gioco ambientato nell'ex ospedale psichiatrico di Volterra. La ricostruzione fedele degli spazi si basa su una esplorazione libera in prima persona della struttura, abbandonata e fatiscente, guidati dalla voce di Renèe, una paziente schizofrenica ricoverata negli anni precedenti la seconda guerra mondiale. Attraverso i suoi ricordi e le sue visioni si può avanzare nella storia e negli ambienti: immaginazione e memoria diventano le facoltà conoscitive che tengono insieme tempo e spazio. Il richiamo alla dialettica tra tempo e spazio non è la sola cosa interessante gli appassionati del mondo immaginativo, questa esperienza si snoda in un percorso continuamente giocato nella relazione tra luce e ombra, tra Notturno e Diurno.  Si procede in un continuo passaggio tra spazi illuminati e spazi bui, cercando fonti luminose spesso indispensabili per proseguire. Ma la luce non è solo uno spazio di visibilità e veicolo per l'accesso a nuove esperienze, essa è anche pericolo e accecamento se pensiamo che Città della Luce, il nome del gioco, deriva da una immagine di una paziente per definire il Manicomio, una struttura di visibilità totale dove si cerca con fatica e angoscia uno spazio nascosto in cui risposare e sostare.
Il sito di The Town of Light
Un articolo sul sito di Volterra City

Giochi tradizionali - intervista

Mi hanno intervistato sul valore e l'importanza dei giochi tradizionali a Radio Cusano Campus, ecco il collegamento al Podcast della trasmissione.
Il tempo estivo, è un tempo di sosta e pausa. Al tempo stesso l'estate è anche luogo di vacanza, di viaggio, di spostamento in un luogo lontano da casa, per trovare il modo di dis-locarsi.
Tempo e spazio si fanno nuovi e aprono a nuove possibilità.
Giocare è il modo migliore per dare forma a questi tempi e questi spazi, liberàti dal lavoro e dalle routine, per stare con gli altri, nella natura, riappropriandosi delle sfere del desiderio e del piacere.

The Tribe



Perché suggerire un film come The Tribe in questo blog?
Perché il film del regista ucraino Myroslav Slaboshpytskkiy invita a sostare nei silenzi e a penetrare nelle crepe di una visione incontaminata o correttiva dell’infanzia e dell’adolescenza restituita da  un sapere pedagogico edulcorato e buonista che non sa andare al di là di generici appelli moralisti.
Perché The Tribe, mostrandoci la superficie epidermica di giovani corpi incandescenti e enigmatici, ci inabissa nella profondità contradditoria e indissolubile della vita e della morte, dell’amore e dell’odio. Le immagini, private di ogni parola detta o scritta (non ci sono sottotitoli, né voice-over), mettono in luce lo splendore gestuale e comunicativo del corpo nel buio e nel degrado di un istituto e di una società dove vige la legge violenta e sopraffattoria della banda.
Perché The Tribe è un film spiazzante che immerge in una modalità percettiva altra dove forse il primato della parola o significato si riconnette al colore fonetico, al timbro corporeo e vocale (Nancy, 2004), è un film disturbante, a volte insostenibile, che coinvolge lo spettatore in un corpo a corpo con immagini ambigue, mute e sonore che amplificano il gesto, la violenza, le dimensioni oscure e inscindibili dell’umano.
Per questo e per altro ancora lo consiglio.