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mercoledì 27 settembre 2017

Giocare e Danzare a Tilane

Accadeva sabato scorso alla Biblioteca Tilane in occasione di Game On - un percorso culturale, educativo e sociale sul tema del gioco.

"I bambini sono diritti come steli e hanno occhi pieni di stupore."
Abbondanza/Bertoni



"Il gioco è il movimento, il ritmo della musica, il rimbalzare della palla, la danza che ci salva dalla ferrea marcia della vita. È il momento "insensato" che dà valore al giorno e lo rende memorabile. Credo profondamente che viviamo  in un universo giocoso."
Stuart Brown 


"Giocare è una questione di sguardo, una questione corporea, è una disposizione d'anima più che un'attività."
F. Antonacci 




domenica 24 settembre 2017

La nuit où j'ai nagé di Damien Manivel, Kohei Igarashi

 
È notte. Fuori nevica. Nella penombra di una casa silenziosa un uomo si prepara per andare al lavoro, al mercato del pesce. Un bambino lo sente, si sveglia,  non riesce a riprendere sonno, disegna dei pesci e inizia a giocare.
Noi spettatori rimaniamo svegli con lui, iniziamo a osservarlo, a guardarlo. Siamo obbligati a rivolgerci al bambino perché è sempre davanti al nostro sguardo.
Qualcuno in sala si annoia, sbuffa forse infastidito dal suo procedere incespicante, dalla sua attenzione alle cose semplici e minute, dal suo stupore per la semplice presenza della realtà, dal suo essere infante, senza parole. Tutto il film è senza parole, si odono solo i rumori attutiti dalla neve. Una neve bianca, a tratti abbagliante, che crea il vuoto e, come in un haiku, fa brillare il bambino.
Il bambino ribelle che trasgredisce le regole, non va a scuola e si addormenta sulla macchina di uno sconosciuto, il bambino-animale che parla con i cani e si sofferma a guardare un uccello nero tra i rami sottili di un albero spoglio, il bambino incurante del tempo e dello spazio che va alla ricerca del padre.
La nuit où j'ai nagé è un esercizio di sguardo, forse estenuante e faticoso perché ci chiede di rallentare, di attenuare ogni pretesa chiarificatrice per lasciarci guidare dal bambino, dal suo essere misterioso e inafferrabile.
Il film è stato presentato alla 74. Mostra del cinema di Venezia.

 

mercoledì 6 settembre 2017

Roby che sa volare di Gabriele Clima

Gabriele Clima, Roby che sa volare, 2014, Coccole Books, Cosenza
 
Nel tentativo di riconoscere e analizzare i miti “pericolosi” che orientano i pensieri educativi in ambito scolastico, Ken Robinson (2016) propone una riflessione critica sull’ideologia della standardizzazione, mito unilaterale e inconfutabile che sta danneggiando le scuole e gli studenti soggiogandoli ai principi dell’omologazione e della conformità.
“Per «conformità» intendo la tendenza istituzionale, nell’istruzione, a giudicare gli studenti in base a un unico standard di capacità e a trattare quelli che non lo soddisfano come «meno abili» o «disabili» - in quanto deviazioni della norma. In questo senso, l’alternativa alla conformità non è tollerare i comportamenti di disturbo: è celebrare la diversità” (Robinson, 2016, p.64).

Roby che sa volare è un racconto di Gabriele Clima, illustrato con leggiadria da Cristina Cerretti, che celebra la diversità, celebra i talenti individuali che possono assumere molteplici forme e dovrebbero essere promossi in modi altrettanto differenti.

Roby è un bambino che spesso prende il volo in un cielo in cui non c’è nessun altro se non lui e il vento. Senza alcun preavviso il vento inizia a soffiare e trasporta Roby lontano dalla realtà, gli fa vedere il mondo da un’altra prospettiva, lo distrae dai compiti, gli fa combinare disastri, lo fa sembrare strano.
Ma un bambino non può volare. Robi “deve imparare a stare con i piedi per terra. É così che funziona nel mondo reale”.

Gli adulti lo reguardiscono, provano a ingabbiarlo dentro una diagnosi, a controllarlo ma Roby non sa resistere al richiamo del vento. Solo la sorellina più piccola sembra capirlo, forse perché ai bambini piccoli, pensa Roby, “è permesso volare o perché capiscono al volo, senza doverci pensare, che cosa è importante e cosa no”.

Così Roby continua a prendere il volo finché un giorno la maestra Serena suggerisce al bambino un modo per volare senza farsene accorgere e travolgere. Roby inizia a scrivere le storie che gli suggerisce il vento, quelle che soffia l’immaginazione creatrice e quelle che  i sognatori distratti possono raccontare e condividere con chi li circonda al ritorno dalle loro avventure.
La storia di Roby è la storia di tanti bambini con iperattività o con disturbi dell’attenzione che ogni insegnante ha la responsabilità di riconoscere, accogliere e sostenere nella loro diversità.
Il libro di Gabriele Clima ci fa volare con leggerezza e consapevolezza verso l’inizio di un nuovo anno scolastico.


[…] "basta aprire le braccia e lasciarsi portare".