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sabato 26 gennaio 2019

Playtime


Guardando e riguardando il film Playtime di Jacques Tati (1967) ci si chiede dove e quale sia il tempo del divertimento e del gioco nel mondo metropolitano e industriale, disumanizzato e automatizzato, messo in scena dal regista francese.
Fin dalla prima immagine il nostro sguardo è sospinto dalla spaziosità del cielo verso la reclusione in spazi ordinati, geometrici, separati, grigi, anodini, i non-luoghi dell’epoca moderna. Ambienti intercambiabili, anonimi, alienanti che sembrano temere l’incontro e la contaminazione. Siamo a Parigi, ma potremmo essere in qualsiasi altra città costituita da palazzi di vetro e cemento che si specchiano uno nell’altro e in cui si riflette qualche istantanea della storia della città, colta solo dallo sguardo curioso e stupito della fotografa americana.
In questo mondo dominato dal lavoro e dalla produzione sembra non esserci più spazio e tempo per il gioco, lo svago, la dissipazione del piacere, l’inutile, la perdita di tempo. Tutt’al più, girovagando come automi insieme a Monsieur Hulot, veniamo indirizzati da frecce diritte e lineari verso i luoghi dell’intrattenimento mercificato e massificato, che cadono a pezzi e si sgretolano come il ristorante Royal Garden.
Ma alla fine del film, la città si rianima di colori, suoni, bambini, giochi, palloncini, sguardi di meraviglia in una giostra di auto che finalmente seguono traiettorie circolari, girano inutilmente in tondo per il solo piacere di farlo.
E il nostro sguardo è sospinto nuovamente verso la spaziosità del cielo, dai movimenti di macchina ludici di Jacques Tati.



domenica 13 gennaio 2019

Ufff...

C. K. Dubois (2017), Ufff…, Babalibri, Milano

«Per oggi basta con questo aggeggio» dice il papà,
«andate fuori a giocare!»



Privati del loro giochino elettronico e liberati dalla perpetua connessione, i due uccellini Nuki e Tati si trovano imprigionati nella noia. Ufff…non sanno cosa fare. Il fuori non sembra essere più uno spazio interessante e accattivante, i due uccellini non vogliono (o forse non sanno) giocare all’aperto.
Giacciono flaccidi e senza forze su un ramo e vani risultano i tentativi da parte del papà di proporre loro dei giochi.



Ma la natura, come suggerisce Monica Guerra (2015), mette a disposizione tempi distesi e spazi vuoti, aperti e liberi dove perdersi, sentirsi disorientati e recuperare il silenzio dentro di sé. E da quel silenzio scoppia il fragore esilarante di un semplice e naturale PROT! che farà ritrovare a Nuki e a Tati il piacere di divertirsi giocando insieme.

lunedì 7 gennaio 2019

Il bambino

Che cos'è un bambino?
Ma anche noi ce lo chiediamo.

Di certo non è purezza, ingenuità, candore.
Un bambino è
ciò che siamo stati e non riusciamo a ricordare,
una condizione di eterno cominciamento,
lo stupore,
una rabbia senza freni,
un capriccio grande per una caramella,
il pianto senza consolazione,
chi vede una palla e si illumina,
chi non ha meta, solo un movimento assorto nel creato,
chi non ha ribrezzo ad assaggiare una cimice o una zolla di terra,
l'irrimediabilmente altro.

Teniamolo davanti e non dietro di noi, per volgere lo sguardo nella giusta direzione.

Il piccolo mondo di Villa Topi

Giulia e Sam non potrebbero essere più diversi, non hanno nulla che li accomuni, né il temperamento, o il genere, il tipo di famiglia, o la religione. Eppure sono amici, a dispetto di tutto. Giulia è esuberante, coraggiosa pasticciona, Sam è timido, posato, ubbidiente.
Custodiscono i loro tesori in un bauletto, la chiave viene nascosta nella casa affollata di Sam, ascoltano con incanto un violinista, aiutano il robivecchi a smistare carta, metallo e stoffe usate.
Nascono dall'immaginazione infante di Karina Schaapman, che ha realizzato le scenografie, le foto e i testi, per il bel libro Villa Topi, Nord-Sud edizioni, 2011.



Mi è capitato recentemente di rileggerlo e sono rimasta a osservare le piccole stoviglie, i minuscoli giocattoli della stanza di Sam, la cena apparecchiata per Shabbat, l'androne ricolmo di viveri in miniatura.


Sam e Giulia affrontano la paura per il buio della notte, la malattia, la nascita dei fratellini di Sam, il bucato: ogni giorno è una nuova avventura, quotidiana ma al tempo stesso piena di pathos.


Pensavo a Karina intenta a preparare i maglioni per Sam e Giulia, a infilarli, a predisporre i loro spazi. La cura e la tenerezza si legge nei particolari, nei microscopici rubinetti, nei cuscini ricamati, nei baffetti, nelle fattezze appena abbozzate dagli occhi a spillo, eppure così espressive. Un volume da tenere tra le mani a lungo, da rileggere molte volte, senza sperare di trovarvi nulla che non sia il mistero dell'infanzia.