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giovedì 31 dicembre 2015

"Mio padre è un PPP"



Polleke è una bambina di 12 anni protagonista dell’ultimo romanzo dell’autore olandese Guus Kuijer.
Polleke pensa poesie che compone con le parole nascoste tra la vita di Spink, un PPP, un padre particolarmente problematico, tossicodipendente e senzatetto. Polleke vorrebbe che fosse suo padre a scrivere poesie, vorrebbe che riuscisse a realizzare e mostrare il suo talento di poeta. Ma Spink non ha una casa, si droga, non sa “cosa deve fare al mondo”.

Attraverso la poesia, la facoltà immaginativa, la bambina trasmuta la realtà, scende nei suoi abissi con leggiadra profondità, la comprende, la ripresentifica restituendoci con serietà e levità un mondo dove ognuno può essere e fare qualcosa.



mercoledì 30 dicembre 2015

Lo Yark. Il mostro che adora i bambini buoni

B. Santini, Lo Yark, LO editions, Milano, 2015


Nome: Yark
Famiglia: mostri
Specie: orchi
Habitat: zone popolate da bambini buoni
Alimentazione: carnivora…
Morfologia: alto circa 6 metri, zanne acuminate, unghie adunche, pelo ispido, alette da pipistrello
Caratteristiche: olfatto sopraffino, abile volatore, passo felpato, talento artistico
Intelligenza: lievemente inferiore alla media
Coscienza: talvolta. Ma ama gli animali.
Punto debole: l’ingestione di bambini cattivi gli provoca terrificanti mal di pancia e reazioni allergiche da grave intossicazione.
Rischio estinzione: ALTISSIMO. La distruzione dell’habitat dovuta a maleducazione, cibo spazzatura, mancanza d’amore ha comportato la quasi totale scomparsa della sua principale fonte alimentare: i bimbi buoni
Contromisure: cambiare dieta?


martedì 29 dicembre 2015

"I bambini pensano grande"

I pensieri infantili sono sottili. A volte sono così affilati da penetrare nei territori più impervi arrivando a cogliere, in un istante, l’essenza di cose e relazioni. Ma sono fragili e volatili, si perdono già nel loro farsi e non tornano mai indietro.
Così alla maggior parte delle bambine e dei bambini non è concesso il diritto di riconoscere la qualità dei propri pensieri e rendersi conto della loro profondità. A molti non è concesso neppure di arrivare ad esprimerli, perché un pensiero che non trova ascolto difficilmente prende forma e respiro.

Una moltitudine innumerevole di associazioni, intuizioni, connessioni e vere e proprie folgorazioni infantili restano dunque nascoste sotto terra, scavando un labirinto di canali che non arriveranno mai alla luce del sole, perché privati della dignità che nasce dal credere nella propria capacità di pensiero.
F. Lorenzoni, I bambini pensano grande. Cronaca di un'avventura pedagogica, Sellerio, Palermo, 2014, p.11.

Felice Casorati, Gli scolari, 1927-28

Edmond Theodor van Hove, Boy with a blue ribbon

Marlene Dumas, The Teacher, 1987

Kumi Yamashita, Seated Figure, 2012

Norman Rockwell, The young lady with a shiner, 1953


sabato 26 dicembre 2015

Volti animali

“Con tutti gli occhi la creatura vede
l’aperto. Solo i nostri occhi sono all’indietro
rivolti e completamente schierati intorno ad essa
come trappole intorno al suo libero esito.
Ciò che è fuori lo sappiamo soltanto dal viso
dell’animale; e già fin dall’inizio il bambino
lo si piega, lo si costringe a vedere soltanto
figure all’indietro e mai l’aperto, quello che
sì profondo è nel volto animale”.

Rilke R. M., (2001), Elegie Duinesi, Bur, Milano, p.85.

Eri Iwasaki

Eri Iwasaki

Eri Iwasaki

Eri Iwasaki

Eri Iwasaki

Velia Gelli

Velia Gelli

domenica 20 dicembre 2015

Maternage - Tracce di un viaggio


Lunedì 21 dicembre 2015, alle ore 18.00, verrà inaugurata al Museo Diocesano di Milano la mostra Maternage- Tracce di un viaggio, un’installazione dell’artista Laura Morelli nata dal progetto di l'abilità Onlus "In viaggio senza valigie".

La mostra vuole restituire un progetto educativo che l’associazione l’abilità ha realizzato, attraverso diverse azioni e interventi, per sostenere le famiglie di bambini con disabilità, nella fascia di età 0-6 anni, nel momento della prima comunicazione della disabilità, quando i genitori si trovano ad intraprendere un viaggio che improvvisamente li dirotta verso una meta imprevista.
La mostra ripercorre le tracce di questo viaggio accompagnando lentamente e discretamente dentro il guscio dell’esperienza della diversità e della disabilità, per provare ad accostarsi alle parole, alle emozioni e agli oggetti che i genitori hanno restituito, dentro una valigia, alla fine del progetto.

Maternage è un viaggio silenzioso che risuona delle voci dei papà, delle mamme, dei fratelli e delle sorelle, è un viaggio che ci invita a sostare tra la penombra e la luce della quotidianità delle famiglie, un viaggio tra i sapori, gli odori e i colori che avvolgono il mondo dei bambini con disabilità.
Un viaggio che coinvolge tutto il corpo, la mente e il cuore.
Un viaggio forse necessario per ri-volgere il nostro sguardo alle dimensioni fragili e umbratili dell’esistenza, per rimanere in contatto con la nostra costitutiva debolezza e incompiutezza.

Durante il periodo di apertura della mostra si svolgeranno workshop, seminari e laboratori per bambini condotti da pedagogisti, psicologi, artisti, antropologi che testimonieranno le loro visioni sul mondo della disabilità e della diversità.

Maternage sarà aperta al pubblico dal 22 dicembre al 7 febbraio 2016, dal martedì alla domenica dalle 10 alle 18.

L’ingresso alla mostra è gratuito previo l’acquisto del biglietto d’ingresso al Museo Diocesano.

Maternage
Dal 22 dicembre 2015 al 7 febbraio 2016
Museo Diocesano di Milano
Corso di Porta Ticinese 95
Orario 10-18, dal martedì alla domenica


martedì 15 dicembre 2015

Il palloncino rosso




Un palloncino è una cosa inanimata, priva di quel soffio vitale che lo possa dotare non solo di movimento, ma anche di pensieri e di emozioni. I palloncini, di cui noi abbiamo esperienza, non hanno personalità: sono balocchi e, come tali, cose per bambini; sono teneri, allegri e colorati; invitano alla festa, chiedono di essere lanciati e ripresi; si possono gonfiare e sgonfiare, schiacciare e scoppiare...
Un palloncino rosso impigliato ad un lampione a gas, in una Parigi in bianco e nero, triste e rassegnata nello srotolarsi della sua monotona quotidianità. E’ questo il soggetto del cortometraggio con cui Albert Lamorisse vince l’Oscar nel 1957: la storia di una relazione giocosa tra un palloncino e il bambino che lo libera, il racconto di un'amicizia, cominciata per gioco, dal suo sorgere al suo finire.
E’ Pascal, il bambino, a credere, da subito, a questa relazione, riconoscendo nel palloncino, non un giocattolo di cui disporre a proprio piacimento, ma un altro con cui giocare; un essere animato, accettato e accolto come si accoglierebbe un nuovo amico; Pascal non fa domande e non ha bisogno di spiegazioni razionali, di fronte al prodigio di un palloncino rosso che decida quali strade percorrere, quali scherzi fare e che mostri di avere propri sentimenti e di sperimentare emozioni: dalla tristezza alla gioia, dall’amore alla paura. Il bambino riconosce la sua vicinanza e amicizia, perchè la crede possibile, così come crede nella pioggia che bagna, nel tram che passa, nei pasticcini che, invitanti, gli sorridono dalla vetrina. Lo sguardo di Pascal è uno sguardo incantato, non perchè si stupisca dello straordinario incontro, ma perchè sa vedere oltre il visibile, oltre la plastica rossa riempita d’aria e trattenuta da uno spago.

Pascal è un bambino per cui la magia non entra in contraddizione con la vita, ma si fonde con essa. Non è così però per gli altri bambini del film: quasi tutti gli altri ragazzini, di cui ci parla Lamorisse, sono disincantati: bambini per cui il palloncino è un balocco bizzarro che genera dapprima allegria, per poi infastidire e suscitare inimicizia: per questo il loro gioco diventa inseguirlo, catturarlo ed ucciderlo. Forse anche loro, alla fine, ne hanno riconosciuto la presenza animata, ma hanno preferito spegnerla, non trovando altro modo di relazionarsi con essa, non avendo scoperto, come Pascal, una nuova possibilità di giocarci. Il loro sguardo non riconosce il palloncino come possibilità di amicizia ma come un essere diverso da sè e per questo fastidioso.
La disponibilità al gioco, con un balocco che prende vita, infatti, non è cosa da poco. Pascal non solo si lascia incantare dal palloncino, non solo ne apprezza gli scherzi e l’allegria: ne fa il proprio migliore amico, il compagno della sua solitudine. Il palloncino rosso lo accompagna nei momenti di gioia e tristezza, dialogando con lui, ricercandone l'attenzione, invitandolo a giocare ed a scherzare. Pascal lo ricerca continuamente, mentre gli adulti, come il preside e la nonna lo scacciano perchè lo vedono come una presenza che reca disordine e scompiglio nel mondo che essi cercano di ordinare e controllare.
La fine dell’amicizia è segnata dalla morte del palloncino, ucciso da un branco di compagni di Pascal, dopo essere stato inseguito, legato e torturato. 

Il palloncino rosso fa da specchio all'anima del bambino: corre, rallenta, si nasconde, scherza, corteggia, si muove a zig zag, accelera e rallenta. La presenza autentica del palloncino rosso innesca un dialogo con lo sguardo di chi, spettatore, lo contempla nel suo muoversi, suscita intime corrispondenze, avvince e commuove.
Le persone e i tram si muovono verso una meta; il palloncino attraversa lo spazio, servendosene per i suoi volteggi irriverenti e giocosi. E' colore che scalda il bianco e nero della città. Invade le regole dettate dal mondo adulto che delimita e stabilisce confini tra il dentro e il fuori. Il palloncino non può entrare in casa, non può entrare in chiesa, né a scuola e nemmeno in pasticceria. Appartiene all'aria ed è in questo elemento che il bambino verrà sollevato e fatto fluttuare nella scena finale. Anche lui palloncino infante tra i palloncini colorati della città di Parigi.
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domenica 13 dicembre 2015

Gilliamesque. L'autobiografia pre-postuma di Terry Gilliam


“È assurdo fino a che punto il mondo occidentale si sia disconnesso dalla realtà. Senza contare il resto, c’è il fatto che nulla stimola l’immaginazione quanto un legame diretto con il mondo in cui viviamo. Quando ripenso al paesaggio in cui sono cresciuto, so che dall’altra parte della strada sterrata che passava davanti casa nostra c’era una grande palude, e che più avanti lungo la strada c’era un bosco terrificante con una casa mezza diroccata, abitata non si sa da chi. Subito la mente comincia a fantasticare. Anche la palude era magica, perché un anno tagliarono un sacco di alberi e li accatastarono sul ciglio della strada, e strisciando sotto i tronchi trovavamo un sacco di meravigliosi nascondigli pieni di muschio”.
T. Gilliam, Gilliamesque. Un’autobiografia pre-postuma, BigSur, Roma, 2015, p. 7.

Gilliamesque, l’autobiografia pre-postuma del regista Terry Gilliam, è un’opera d’arte, una raccolta caoticamente ordinata di disegni, locandine cinematografiche, fotografie, schizzi e illustrazioni, appunti scritti a penna . È un libro che, come ha detto lo stesso Gilliam, “ha a che fare con l’arte e non con la vita” e che ci immerge nel mondo immaginifico di un artista che ha saputo restituirci l’invisibile.

Ricordiamo tra i suoi film, a noi particolarmente cari, Parnassus- L’uomo che voleva ingannare il diavolo (2009), Tideland. Il mondo capovolto (2005), La leggenda del re pescatore (1991). Opere che invitano a una comprensione di natura simbolica aprendo alla possibilità di arricchire il nostro immaginario sull’infanzia, il gioco, l’educazione.


giovedì 10 dicembre 2015

Timbuktu Colors - Progettare spazi di gioco con i bambini

Timbuktu Magazine è la prima rivista digitale per bambini su iPad nata nel 2010 dall’idea di due giovani italiane, Elena Favilli (esperta in giornalismo e editoria per l’infanzia) e Francesca Cavallo (autrice di teatro e conduttrice di laboratori teatrali per bambini),  trasferitesi a San Francisco per dar vita al progetto.
Dopo il successo di Timbuktu Magazine le due ragazze daranno avvio, a partire da gennaio, a un nuovo progetto che vi vogliamo raccontare perché ha la potenzialità innovativa e trasformativa del cambiamento con e attraverso il gioco.
Timbuktu Colors, questo il nome del progetto, si propone di costruire tre playground a San Francisco, in tre comunità svantaggiate della Bay Area, coinvolgendo nella progettazione i bambini e le loro famiglie. Timbuktu Colors è una piattaforma, a cui si potrà accedere per dare e ricevere suggerimenti su come trasformare luoghi abbandonati, parchi fatiscenti o angoli nascosti in spazi dove poter giocare.
“Il pilota servirà a creare un kit che possa essere usato in tutto il mondo per il co-design e la costruzione di spazi urbani dedicati al gioco che siano low cost e di alta qualità”.
In questo modo chiunque e in qualunque luogo, anche le comunità dove sono poche se non assenti le opportunità di gioco, potrà partecipare per colorare e ridipingere gli spazi di gioco del proprio quartiere o della propria città. Ognuno, in un clima di condivisione e collaborazione, potrà contribuire a rendere le grigie, frenetiche e anonime città in spazi dove incontrarsi e ritrovare il piacere del gioco.

Le due ragazze si augurano di trovare i partner giusti per portare questo progetto anche in Italia. 

lunedì 7 dicembre 2015

L'infanzia ritratta da Vivian Maier

E’ in corso a Milano una mostra dedicata all’opera di Vivian Maier, fotografa per passione e tata per professione.

“Seppur scattate decenni or sono, le fotografie di Vivian Maier hanno molto da dire sul nostro presente. E in maniera profonda e inaspettata… Maier si dedicò alla fotografia anima e corpo, la praticò con disciplina e usò questo linguaggio per dare struttura e senso alla propria vita conservando però gelosamente le immagini che realizzava senza parlarne, condividerle o utilizzarle per comunicare con il prossimo. Proprio come Maier, noi oggi non stiamo semplicemente esplorando il nostro rapporto col produrre immagini ma, attraverso la fotografia, definiamo noi stessi”. M. Heifermann

Qui alcune fotografie della mostra che colgono l’infanzia tra gli anni Cinquanta e Sessanta tra New York e Chicago.


Vivian Maier. Una fotografa ritrovata presso Forma Meravigli, via Meravigli 5, Milano.








domenica 6 dicembre 2015

The Crow's Egg di M.Manikandan


É lo sguardo profondo e vitale di due bambini che colpisce e rapisce in The Crow’s Egg, film del regista indiano Manikandan selezionato al Toronto International Film Festival 2014. É lo sguardo di due fratelli, “Piccolo Uovo Di Corvo e Grande Uovo Di Corvo” cresciuti nello slum di una città nel sud dell’India che ci restituisce un mondo invaso e conquistato dal mito occidentale della crescita e del consumo. All’inizio del film il campo da gioco viene occupato e usurpato per costruirvi una pizzeria e i due bambini sono costretti a rinunciare al loro gioco prediletto, arrampicarsi sugli alberi per bere uova di corvo. Il processo di globalizzazione si compie con l’acquisto di ben due televisori che ingombrano la baracca e con il loro potere pervasivo di insegnamento offrono e inculcano una serie di comportamenti e modi di essere che non ammettono repliche, alternative, resistenza (Pasolini, 2003).
Irretiti dalla televisione i due bambini smettono di giocare per procurarsi i soldi per assaggiare una pizza, venerata e idolatrata dalle immagini pubblicitarie.
Ma sarà lo sguardo del Bambino che proverà ad insinuarsi oltre le barriere che separano i ricchi dai poveri per rilanciare a noi spettatori una riflessione profonda sulla nostra “civiltà dei consumi”, sul nostro mondo lacerato da sempre più evidenti e abnormi disparità economiche.

E allora viaggiare, anche attraverso le immagini cinematografiche, è il modo migliore per conoscersi (Mernissi, 2000), per guardarsi attraverso lo sguardo di chi è differente da sé e mettere criticamente in discussione il contesto in cui viviamo e da cui proveniamo.