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domenica 28 maggio 2017

Alamar di Pedro González-Rubio



«Sto aspettando di salire su questa barca, sto andando verso il mare. Sto camminando, non c’è fretta di arrivare».


Un bambino, Natan, e suo papà, Jorge, salgono su un autobus, giungono sulle rive dell’oceano e aspettano una barca. La barca li traghetterà verso l'atollo corallino di Banco Chinchorro dove vive il nonno Matraca, li immergerà nella natura, nell'acqua immensa e profonda dei mari del Messico.
Inizia così il racconto di giornate che si ripetono uguali, eppure ognuna diversa, tra il flusso e il riflusso delle onde, tra gesti quotidiani e rituali di tradizioni ancestrali, tra immersioni e riaffioramenti per procurarsi il cibo, tra il silenzio cantato del mare, del cielo e delle loro creature.
Ogni giorno Natan, Jorge e Matraca partono con la barca dalla palafitta del nonno per pescare e per poi ritornare a «contemplare la notte».
Sulla palafitta e sull'atollo c'è il tempo per guardare, ammirare, ascoltare, per stringere amicizia con l'airone Blanquita, per restituire soggettività e socialità a esseri non-umani. C'è il tempo per giocare, per fare la lotta con il papà in un corpo a corpo animale, per sperimentare prove e ostacoli, per ascoltare la voce lontana e sapiente del nonno, per stabilire e curare, nel qui ed ora, la relazione paterna consapevoli dell'incertezza del suo esito, della deriva indefinita che potrà prendere il fiore e il messaggio nella bottiglia che Natan affida al mare.


L'ultima scena di Alamar ci riporta nella realtà urbana delle nostre città. E al termine del film si rende necessario un momento di sosta, che va oltre il tempo indispensabile di decantazione dei titoli di coda (ci piace sottolineare che tra i protagonisti appare anche Blanquita),  per ritornare nel nostro mondo supponente, predatorio e separatore. Non nel senso di una contrapposizione dicotomica tra natura e cultura o di una idealizzazione della natura e del "buon selvaggio" (Van Aken in Fuori, 2015), ma come presa di consapevolezza e opportunità che offre questo film per riequilibrare  il nostro sguardo occidentale che non è più capace e disponibile a percepirsi parte del mondo, a rimettersi in connessione con la natura, a riconoscere e dare un nome alle piante, ai frutti, ai fiori, agli animali, a prendersi cura di esse, a stupirsi e meravigliarsi con curiosità animata e animale.
È la primitività del bambino, che non è uno stato di arretratezza e inferiorità da cui emanciparsi, ma, come ci ricorda Klee, è la capacità di uno sguardo non giudicante e incontaminato che sa accostarsi alla realtà nella ricerca della sua essenza.
È lo sguardo di Natan, Jorge e Matraca. Uomini che continueranno a stupirsi per lo sbocciare reiterato di un fiore bianco e il formarsi impalpabile e magico di una bolla di sapone.


mercoledì 17 maggio 2017

Scenario Forum. International Conference

Performative Teaching, Learning, Researcher.
25-28 Maggio 2017. University College Cork (Ireland)





"Scenario FORUM". Conferenza Internazionale che si svolgerà presso University Cork College, dal 25 al 28 Maggio 2017. Un'occasione preziosa di confronto, scambio e contaminazione tra saperi e pratiche educative e differenti linguaggi performativi.

Al convegno sarà presente anche Francesca Antonacci per il gruppo Puer Ludens, il 26 Maggio alle ore 11.00, con un intervento dal titolo "Roots in the sky. The Encounter of Tightrope walking and Education". Una riflessione che guarda all'equilibrio quale potente simbolo di bilanciamento psicosociale (Durand, 1964), oltre che pratica psicofisica volta a una condizione generale di benessere.
"La pratica del funambolo, come quella di ogni performer, è un percorso di disciplinamento del corpo e della mente, integrati pienamente, per dar forma a attività espressive capaci di comunicare messaggi profondi e ricchi di significati simbolici. L’artista performativo è colui che affranca il proprio corpo da condizionamenti, paure e automatismi per liberarne il potenziale espressivo e renderlo capace di superare la barriera interpersonale, di creare ponti tra le persone e di attivare percorsi di condivisione" (Antonacci & Schiavone, 2017).



giovedì 11 maggio 2017

Giocare a pensare. Metodi e tecnologie per l'uso educativo e didattico dei robot

GIOCARE A PENSARE. METODI E TECNOLOGIE PER L’USO EDUCATIVO E DIDATTICO DEI ROBOT
 
Sabato 20 maggio 2017, 9:00 – 18:00
Edificio U9, Viale dell'Innovazione 10, 20126 MILANO
Google Maps

 

"I robot vengono sempre più spesso utilizzati come strumenti didattici nei servizi per l’infanzia, nelle scuole e in contesti extrascolastici per lo sviluppo di conoscenze, abilità, competenze disciplinari e trasversali e per la costruzione di ambienti educativi inclusivi. È perciò sempre più importante riflettere sulla natura degli apprendimenti sollecitati dalle esperienze di robotica educativa, sulle metodologie di progettazione e valutazione didattica e sulle tecnologie robotiche in grado di facilitare l’apprendimento e l’inclusione. Il Convegno – della durata di un giorno – si propone come momento di incontro e di scambio tra ricercatori, insegnanti, formatori e operatori socio-educativi impegnati a vario titolo e con diverse competenze di sfondo (pedagogiche, psicologiche, informatiche, robotiche, filosofiche, antropologiche, sociologiche) in questa area di ricerca. Comprenderà interventi di ricerca e resoconti di esperienze".
 
Per il gruppo Puer Ludens partecipa Elisa Rossoni che presenterà, con Mirko Gelsomini (Dipartimento di Elettronica, Informazione e Bioingegneria del Politecnico di Milano), la sperimentazione di un gioco con la realtà virtuale immersiva rivolto a bambini con disabilità intellettiva dello Spazio gioco di L'abilità onlus.

martedì 9 maggio 2017

The power of Play - Voices from the Play Community

È finalmente uscito il libro nato dal progetto della comunità del CounterPlay Festival. Un volume ricchissimo, che vede anche il contributo del gruppo Puer ludens! Dodicesimo capitolo: Puer ludens. A poetic gaze on Play, di Francesca Antonacci.
Su ResearchGate si trova l'abstract del contributo.





domenica 7 maggio 2017

La guerra dei cafoni


Torrematta è un luogo che non si trova sulle carte geografiche, è uno spazio circoscritto e collocato nella realtà eppure distinguibile da essa, è il campo di battaglia della guerra dei cafoni.
A Torrematta, ogni estate, si svolge il gioco della guerra,  il conflitto atavico tra i cafoni e i signori guidati rispettivamente da  Scaleno e da Francisco Marinho, detto il Maligno. Ogni banda possiede una bandiera da difendere, un fortino in cui proteggersi e elaborare strategie di attacco, dei confini che non possono essere violati, spade, armi di legno e meduse da gettare contro i nemici, un linguaggio condiviso, dei nomi simbolici che istituiscono dei ruoli all’interno del gruppo (Prosperu, Culacchio, Mucculone, Tedesco, Merendina, Pavesino, Calimero, Elvis, Sorso di Mieru, Telefunken, Cibalgina, Toshiro Mifune, Zanzarina, Tonino, Tippetappe). In ogni banda è presente una figura femminile, Mela (la cafona) e Sabbrina (la signora), intorno a cui ruotano e si muovono, sospinti da Eros, i giovani adolescenti. Ognuna delle ragazze ha un cane: Sabbrina un peluche e Mela Mosè, amico fidato, guida e custode dell’aldilà.
La guerra dei cafoni è un gioco che viene messo in scena e si perpetua dalla notte dei tempi con il solo scopo di giocare, lottare, esperire il conflitto, la violenza e l’aggressività in un contesto delimitato e protetto, di sperimentare la propria forza e i propri limiti, la capacità di difendersi e aggredire per ribadire e salvaguardare lo stato e la reputazione di sé e del proprio gruppo di appartenenza. È un gioco da cui gli adulti sono esclusi, non sono ammessi se non come spettatori.
A rompere la magica cornice ludica, a spezzare l’equilibrio della guerra ancestrale tra cafoni e signori è Cugginu, un estraneo che si intromette nel gioco e nelle sue logiche, ne rovescia le regole,  sconfina nella realtà e determina l’interruzione del gioco e un finale non previsto della battagliola.

 
Al di là dell’ambientazione storica nell’Italia degli anni Settanta, al di là della lotta di classe, La guerra dei cafoni ci interessa perché mette in scena la dimensione bellica (e amorosa) dell’uomo, mai completamente afferrabile e definibile ma necessariamente non eludibile e censurabile nei contesti dell’educare. Il gioco della guerra, come innumerevoli altre attività di teatro, danza, giochi di ruolo, arti marziali, è terreno indispensabile dove fare esercizio della violenza e dell’aggressività in un contesto mediato che può trasformarla, scatenarla, bonificarla, temperarla, riconfigurarla (Antonacci, 2012, 2013). Continuando a negare a bambini e ragazzi lo spazio del conflitto, in base a un pregiudizio infondato, all’allarme del pericolo e secondo una retorica della pace buonista e stucchevole, non si permette di venire in contatto con le dimensioni conturbanti, complesse e misteriose del nostro essere con il rischio di non saper gestire e farci travolgere dagli effetti della violenza.
 
 

Il film, per la regia di Davide Barletti e Lorenzo Conte, è tratto dall’omonimo romanzo di Carlo D’Amicis, edizioni Minimum Fax.

 


lunedì 1 maggio 2017

Il gioco delle nuvole


“Il vecchio gioco delle nuvole che si dissipano e riprendono corpo, senza risultati”.
J.W. Goethe, La forma delle nuvole, Archinto, Milano, 2000, p. 34.

Wolfgang Tillmans, Lux, 2009


John Constable, Study of Cirrus Clouds, ca. 1822



John Constable, Study of Clouds



John Constable, Study of Clouds and Trees, 1821-22



V. Van Gogh, Campo di grano con cipressi, 1889



R. Magritte, La corde sensible, 1960



Franco Piavoli, Al primo soffio di vento, 2002
 
 D. Barletti, L. Conte, La guerra dei cafoni, 2017