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giovedì 27 febbraio 2020

Giocare al tempo del Coronavirus

Siamo sospesi in una bolla, almeno noi che viviamo nelle zone gialle e rosse. Una bolla che ha contorni ancora morbidi e permeabili (almeno nella zona gialla), nella quale vigono regole diverse da quelle del quotidiano e nella quale si può soggiornare mascherati (volendo, con mascherine, oppure le maschere del Carnevale, chissà).
Se non ci fosse il virus questa descrizione andrebbe benissimo per lo spazio-tempo del gioco, il cerchio magico descritto da Johan Huizinga nel suo Homo ludens.
Essere esperti della speciale condizione del gioco, separata dall'ordinario, mimetica, magica è forse un vantaggio in questo momento, perché aiuta a relativizzare il presente, a vederlo come un momento di passaggio, dove fare esperienza di una condizione diversa, transitiva, temporanea nel quale giocare ruoli differenti, con maschere variabili e mutevoli.
Di certo ci si può spaventare, si può essere allarmisti e ansiosi, però questo atteggiamento, motivato o meno, non aiuta a vivere le situazioni della vita in cui si è messi alla prova, genera solo reazioni scomposte che alimentano la paura e scatenano il panico.
Non voglio minimizzare il pericolo, non sono un medico e non ho gli strumenti per valutare il rischio che stiamo correndo, ma come pedagogista, e pedagogista del gioco, posso valutare la capacità di quest'ultimo di sviluppare resilienza, di stimolare le capacità di resistenza in modo proattivo e flessibile alle difficoltà che la vita ci pone di fronte. È il gioco a insegnarcelo: è possibile fare esperienza delle cose più difficili e faticose con un atteggiamento più leggero, più possibilitante, più speranzoso, esercitando l'intelligenza, le emozioni e la passione per affrontare gli ostacoli e le difficoltà.
Giocare vuol dire affrontare volontariamente ostacoli non necessari, come ci ha insegnato Suits. Giocando facciamo fatica, ma in modo consapevole, scegliendo di farla, con il solo scopo di divertirci e migliorare.
Se fosse anche solo per questo dovremmo giocare di più in questo periodo, anche perché il gioco ci insegna a stare nelle regole, proprio perché queste, più sono rigide e più sono temporanee e limitate nello spazio-tempo.
Ma giocare è importante in questo periodo anche per altri motivi. Il gioco è una attività che ci consente di stare insieme, facendo qualcosa di coinvolgente e divertente, un modo diverso per passare questi giorni di sospensione, con i bambini, con i ragazzi, con gli amici, in famiglia.
Ieri su La Stampa è uscito un articolo di Federico Taddia, che ha intervistato anche me, riguardo a come passare questo periodo di chiusura delle scuole aiutandosi con i giochi da tavolo.
In questa intervista ho raccontato della mia esperienza di gioco da tavolo in famiglia, in particolare in questi giorni con Pandemic, un gioco cooperativo nel quale tutti i giocatori devono collaborare per sconfiggere la trasmissione di 4 malattie contagiose nel pianeta.



In primo luogo volevo spendere due parole sul gioco da tavolo in generale perché l'esperienza di sedersi insieme a giocare è di per sé un momento importante di socializzazione e condivisione di momenti preziosi. Un modo per imparare a rispettare i turni, a leggere le regole di un gioco, a condividerne le finalità e modalità. I giochi cooperativi, in più, si svolgono con la coalizione di tutti i giocatori contro il sistema gioco, quindi per vincere bisogna scegliere strategie, negoziare, cedere e rischiare, tutti insieme.
In particolare poi Pandemic è un modo con cui stiamo affrontando, in casa, anche il tema della malattia, della trasmissione, potendo verificare in modo simulato come avviene un contagio, e perché è più comune dove la densità degli abitanti di una città è più elevato e dove i collegamenti e le vie di mobilità della popolazione sono maggiori. Si capisce che non sono importanti solo i medici, ma anche chi fa ricerca, chi organizza le situazioni di crisi, chi prende le decisioni. Che a volte è più importante donare che prendere, proprio per arrivare alla sconfitta del virus e molte altre cose utili a rendere il presente più comprensibile.
Inoltre giocare a Pandemic aiuta a rendere più leggero il senso di oppressione che viene dai media e da tutti i lamentosi che ci circondano. Criticare e lagnarsi sono atteggiamenti diffusi, ma nel gioco non servono a nulla, vince chi si impegna di più a superare le difficoltà, trova una soluzione imprevista, aiuta gli altri e ha voglia di sconfiggere il male, in tutte le sue forme.

Infine, da ultimo, e come vuole il motto, non meno importante, con le "malattie" di Pandemic, come in ogni gioco, dopo la partita, puoi anche generare il nuovo...


mercoledì 26 febbraio 2020

"La gara delle coccinelle": il gioco delle lettura senza parole




Ascoltare una storia è per un bambino un’esperienza di incantamento; è l'alimento di cui l'infanzia dovrebbe grandemente nutrirsi: la voce di chi legge, le emozioni di cui la narrazione si fa portatrice, l’attesa di ogni nuova parola e delle immagini, che ogni pagina regala, orchestrano una magia, pronta a rinnovarsi ogni volta venga aperto il libro. 
Ma cosa succede se proponiamo ai bambini un silent book come "La gara delle coccinelle" di Amy Nielander? Potrebbe accadere che i bambini vogliano essere loro a raccontare la storia, o meglio a leggerla, dato che è una vera e propria lettura quella che il bambino compie, trasformando le immagini in parole, le scene illustrate in narrazione. 




 "La gara delle coccinelle" è un albo illustrato in modo raffinato e sempre diverso: le coccinelle, protagoniste delle immagini, sono ognuna diversa dall'altra, rappresentate con grande amore e cura per i dettagli dall'autrice. Interagiscono con la pagina, su cui sono rappresentate, in modo imprevedibile, offrendo al bambino (ma anche all'adulto che si voglia cimentare in questa incantevole lettura) miriadi di piste possibili da seguire, sul filo della propria immaginazione, cui questi curiosi e coloratissimi insetti offrono appigli, per tessere un racconto sempre nuovo.




martedì 25 febbraio 2020

LEGGO!

Attilio, LEGGO!, Edizioni Lapis, Roma, 2019.

Si può leggere in solitudine o in compagnia, si può leggere in vacanza o la domenica, si può leggere mentre si sta facendo una cosa importante (come la cacca), si possono leggere le figure, si può leggere per dormire, si può leggere un libro e poi regalarlo, si può ascoltare chi legge o leggere agli amici, si può leggere dondolandosi sull’altalena, si possono leggere due libri contemporaneamente, si può leggere a chi è lontano.



In ogni momento e in ogni luogo la lettura è un’esperienza coinvolgente e avvolgente, un’esperienza magica che conduce nello spazio sospeso, potenzialmente infinito e trasformativo dell’immaginazione. I libri, universi di carta, sono specchi e finestre sul mondo.
“Ascoltare una voce che legge e imparare ad amare i libri può davvero salvare il cuore di un bambino e forse, perché no, la sua vita”. (Patricia Aldana cit. in Vecchini, pag. 28)


                                  


domenica 9 febbraio 2020

La poesia è conoscenza e passione


Eccovi
bambini cattivi
eccovi accucciati qui
sul pavimento a schegge della scuola
come giovani belve
con gli occhi inflessibili
e il corpo che scatta
pronto
a ogni scricchiolio
eccovi
a spaccare le uova 
di uccello piccolo
per non accarezzare l’infinito,
per sbirciare
che dentro non c’è
che il vuoto
a prenderlo a pugni
fracassarlo il vuoto
raggirato
proibito
a voi così pieni
sazi così inzuppati.
Eccolo
caro vuoto
lampante e insensato
passiamocelo da mano
a mano stringiamolo
cospirando con il sudore,
si chiama io si chiama 
tu, ci chiama a un appello
senza cognomi
e non ha metafore
ma scrive una poesia gigante
una testa lanciata a 200 all’ora
in avanti
in avanti
verso il non conosciuto
a dorso di asino
e di matita:
«la poesia è conoscenza e passione»
ha detto uno di voi
uno di otto anni.

Chandra Livia Candiani (2014), La bambina pugile ovvero La precisione dell’amore, Einaudi, Torino, pp.60-61


giovedì 6 febbraio 2020

Chi trova un pinguino ...






Cosa succede quando un bambino trova un pinguino sulla porta di casa?
Lo riporta a casa, al Polo Sud come gli hanno insegnato i libri, gli adulti, il mondo.
Nessun pinguino potrebbe vivere qui con noi. 
Oliver Jeffers scrive e illustra l’incontro o meglio il viaggio di un bambino e del pinguino da riportare a casa. Un viaggio di scoperte, di storie raccontate, di emozioni che il bambino è contento di condividere con il pinguino.
Una volta lasciato sulla banchisa e quindi sulla via di ritorno il bambino si sente solo, rivede il pinguino triste e capisce che il pinguino non voleva tornare a casa ma si sentiva solo e cercava un’amico.
Le immagini semplici nella loro poetica espressione, così come il testo ridotto in poche frasi, accompagnano il bambino (e l’adulto) nella riflessione che gli stereotipi e le consuetudini non permettono di vedere la realtà per quello che é, la possibilità di una nuova esperienza relazionale perché ritenuta impossibile.
Soprattutto, il bambino cade in uno degli errori più semplici ma tragici che spesso incorre chi non compie la più vera delle azioni educative: l’ascolto. 
Allargare lo scambio, costruire relazioni, essere ospitale, divenire parte del “noi” si realizza solo nel tempo unico dello stare in ascolto dell’altro. 
Nessuno può sapere cosa cerca il cuore del pinguino: é solo nel silenzio attivo di fronte a chi é diverso che si ascoltano le voci delle identità nascoste e dei loro intimi desideri.