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mercoledì 28 ottobre 2015

Materia e materiali

La materia è il mondo. Per i bambini il mondo è materia risonante, plasmabile, piacevole o disgustosa, morbida o pungente.
Da anni in Bicocca si lavora sui materiali destrutturati, sullo scarto industriale, su ciò che sembra non avere valore e invece, grazie a uno sguardo amoroso e immaginativo, può essere ripensato, riconfigurato, trasformato per diventare, di nuovo, mondo vitale.
Anche di questo si parlerà al MUBA, nel convegno Materie intelligenti. Materia e materiali negli apprendimenti dei bambini il 6 novembre dalle 9.00 alle 18.00.



domenica 25 ottobre 2015

"Il bambino che scoprì il mondo"


Ci sono film e libri che vengono prescritti ad un pubblico di soli bambini, come se superata la soglia dell’età anagrafica dell’infanzia non si possa regredire o perdere tempo per vedere o leggere opere per bambini o come se diventare adulti significhi perdere irrimediabilmente “quel nucleo infantile atemporale” (Bachelard, 2008) che permane, come suggerisce Bachelard, in ogni animo umano e che si rivela nelle immagini degli artisti.
O Menino e o Mundo, del regista brasiliano Alê Abreu, è un film per tutti ed è un film in cui l’infanzia reale e simbolica non trova più spazio in un mondo che non è fatto non solo a misura di bambino ma anche a misura d’uomo. Il mondo, che scopre il bambino protagonista del film, è il “soggetto di un’immensa sofferenza”(Hillman, 2002) è malato, inquinato, saturo di smog; è un mondo che difende con arroganza il primato del profitto e della crescita incontrollata, un mondo che reprime con la violenza ogni forma di bellezza e d’arte. E’ il nostro mondo.
E il bambino, nelle immagini poetiche e senza parole del film, prova a sopravvivere in questo mondo - come “Federico”, il topino della storia di Leo Lionni - seminando l’immaginazione, lo stupore, la musica e la poesia che sono cresciute nell’albero sotto cui, ormai cresciuto, troverà ristoro.


A Milano  il film è in programmazione al cinema Beltrade.


venerdì 23 ottobre 2015

Rivista Bambini, immagini del gioco



Sulla rivista bambini è uscito un articolo sulle immagini del gioco e dell'educazione.
Di altre immagini si tratta rispetto al post precedente, non estemporanee, spontaneistiche, fatte ai bambini mentre giocano, ma immagini artistiche, frutto di lavoro, elaborazione, interpretazione.
Tali immagini sono veicoli di conoscenza, vettori di amplificazione dei significati. Con tali immagini è possibile entrare a scuola e nei diversi contesti educativi, per alimentare un'attitudine al gioco, e per comprendere la sua inafferrabile natura.
Sono immagini da portare a scuola e non da prendere nella scuola.

domenica 18 ottobre 2015

L'esposizione dell'infanzia. Il teatro virtuale dell'esperienza educativa


Questa breve e sentita, forse non originale, riflessione nasce dal dilagare incessante di pagine su facebook di nidi e scuole dell’infanzia (e di tanti altri servizi socio-educativi) che espongono indistintamente e pubblicamente l’intimità dell’accadere educativo aprendo quotidianamente il sipario sulla scena educativa e mostrando minuziosamente e in tempo reale ciò che accade ai suoi piccoli protagonisti. E condividendo le immagini pubblicate il teatro si ripete all’infinito davanti allo sguardo rapace o distratto di tutti e nessuno.
Attraverso le fotografie si duplica e si rinforza il dispositivo di controllo degli adulti sull’infanzia: i bambini possono essere osservati e controllati incessantemente da genitori, parenti o amici e, al contempo, ai genitori e ai bambini non viene più concesso quello spazio fisico e mentale di necessario distacco.
Allora la sovrabbondanza di immagini mi interroga.
Come può un educatore esserci  con tutto il corpo, la mente e il cuore nel qui ed ora dell’esperienza educativa se è occupato a immortalare, magari mettendoli in posa, i suoi piccoli allievi? Come possono “vedere” il bambino se lo guardano attraverso lo schermo della prestazione e dell’esibizione? Come i bambini apprendono a stare al mondo se ci vedono implacabilmente cliccare e andare e venire nel virtuale? (Quante foto si trovano di bambini che, mentre hanno le mani immerse nella terra o stanno “scoprendo il melograno”, vengono distratti e guardano nell’obiettivo della macchina fotografica!) Perché violare l’intimità e l’autenticità dell’esperienza di scoperta e conoscenza del mondo?
Cosa restituiranno le educatrici e le insegnanti ai genitori a conclusione di ogni giornata se tutto è già stato visto e detto su facebook? Non si estingue così lo spazio del dialogo, dell’ascolto, della curiosità e dello stupore di ciò che ci può raccontare un bambino con le sue parole piene di emozioni, odori e sapori?

Quando siamo sul palcoscenico dell’esperienza educativa ci siamo noi educatori, performer, attori attraverso cui passa l’insegnamento (Grotowski cit. in Attisani, 2006, p.45), ci siamo noi con il nostro “Io-Io “(ivi, p.48) che non è lo sguardo o il giudizio degli altri ma “un’altra parte di sé” che ci guarda mentre agiamo, che ci rende presenti e ricettivi nel qui ed ora della relazione. Ci siamo noi e il nostro pubblico di bambini con cui ogni giorno mettiamo in scena il copione che “noi” dobbiamo recitare (Massa, 2001,p.78).


mercoledì 14 ottobre 2015

Quelli che guardano all'insu


Quelli che guardano all'insu
spesso hanno la bocca aperta e gli occhi più grandi
e con piccole mani stringono grandi mani
o si attaccano alle pieghe di gonne o pantaloni

Quelli che guardano all'ingiù
portano calzoni lunghi o scarpe col tacco
non rischiano di inciampare e sanno dove mettere i piedi
non entrano nelle pozzanghere
non pestano le cacche

Quelli che guardano all'insu
sanno quando un uccello si alza in volo
lo guardano salire
il naso contro il cielo
e riscono a sognare e forse a inciampare

Quelli che guardano all'insu
sanno che si può salire un po' più in altro
imparano che il cielo regala gli aeroplani
nuvole che cammninano e stelle

Quelli che guardano all'insu
se vuoi li puoi chiamare
bambini distratti.


Ferruccio Filippazzi, 
narratore, musicista, cantastorie
 in "Un treno di storie"


Il palloncino rosso di Albert Lamorisse (1956)

domenica 11 ottobre 2015

Di quale infanzia parliamo?


Crediamo che la conoscenza possa provenire e irradiarsi dalle immagini, che il nostro sguardo si possa ri-orientare e arricchire attraverso opere artistiche di particolare pregnanza simbolica che amplificano la visione. Per questo il nostro approccio di ricerca, che muove da una postura immaginale (Mottana, 2002) e si nutre tenacemente dell’immaginazione ludica (Antonacci, 2012),  si rivolge a immagini che tematizzano l’infanzia e il gioco ampliando i loro significati possibili, ambivalenti, eversivi e trasformativi.
Crediamo sia necessario e fondamentale per ogni educatore,  insegnante, operatore nutrire e arricchire l’immaginario soggiacente alle idee e pratiche educative per non agire acriticamente le ideologie di gioco e infanzia che vengono propugnate da un sapere pedagogico edulcorante e normalizzante. Ma crediamo anche, che chiunque non sia disposto  a omologarsi indistintamente alla commercializzazione e strumentalizzazione dell’infanzia, come testimonia il cartellone pubblicitario qui sopra, possa rivolgere il suo sguardo ad altre immagini.

Le immagini pubblicitarie sono immagini “idolo”(Corbin), svuotate, non irradiano alcun significato se non la merce che intendono vendere,  ci sovrastano, ci assediano in ogni dove, agguantano  il nostro sguardo mentre passeggiamo in città, mentre guidiamo nel verde della campagna o mentre siamo immersi nell’attesa in una stazione.  E in questo dilagare visivo l’infanzia e il gioco si appiattiscono sulla superficie omologante di immagini che, ancora una volta, invocano e rinforzano l’idea di un’infanzia controllata, schierata per essere meglio e implacabilmente sorvegliata dallo sguardo adulto, protetta e imbellettata in abiti da grandi che vietano di fare esperienze autentiche  e  vivere l’avventura, di sporcarsi, di scoprire esplorando; un’infanzia rinchiusa e connessa esclusivamente nella rete virtuale ma non nel reticolo di corrispondenze del mondo e della natura.

Occorre allora riabbassare lo sguardo letteralmente e metaforicamente verso quella produzione artistica nascosta e in ombra che ha saputo restituirci con uno sguardo, non rapace e predatorio, ma delicato e appassionato i molteplici volti del gioco e dell’infanzia.

giovedì 8 ottobre 2015

I bambini cercano di tirarsi fuori le idee dal naso

Ramón Gómez de la Serna ha passato la sua vita in un atteggiamento di apertura alle suggestioni giocose e improvvise che gli oggetti o gli avvenimenti possono suscitare nell'immaginazione: in attesa delle greguerías che, come le definisce lui, sono fatali esclamazioni delle cose e dell'anima quando il caso le fa incontrare... 

Ma come essere certi di averne incontrata una?
"E' come lanciare in aria la propria testa per poi afferrarla al volo quando ricade giù"suggerisce Ramón...

La matita scrive l'ombra delle parole

La neve fornisce carta per scrivere a tutto il paesaggio

Baciava lentamente così i suoi amori duravano di più

I sogni dei bambini si nascondono nelle scatole di matite colorate 
 

martedì 6 ottobre 2015

Tra le pieghe dell'immaginazione: "La trilogia del limite" di Suzy Lee

"Molte cose si nascondono “tra le pieghe”, tra illusione e realtà, tra giorno e notte, tra il momento che segue il risveglio o che precede l’addormentarsi… L’interessante è quel “tra”, che è semplicemente al di fuori della nostra portata".
S. Lee, La trilogia del limite, Corraini, Mantova, 2012, p. 32.

Mirror

L'onda
Ombra

“Tutto è soltanto gioco. E il gioco inizia ogni volta che si apre il libro”.