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lunedì 2 novembre 2015

The Wolfpack. Si può immaginare una vita senza gioco?


Sette fratelli, con nomi di divinità indiane, crescono in un piccolo e angusto appartamento in un palazzo popolare del Lower East Side di Manhattan.
Per oltre dieci anni ai ragazzi è proibito uscire perché il mondo là fuori, secondo i genitori, è pericoloso, può avere effetti nefasti sui figli. ll padre, seguace del culto degli Hare Krishna, trascorre il suo tempo guardando film, bevendo e rifiuta qualsiasi forma di costrizione sociale. La madre insegna ai figli a casa, anziché mandarli a scuola.
Il branco di lupi è in gabbia. I fratelli Angulo non possono avere le chiavi della porta d’ingresso, escono un massimo di nove volte l’anno (e qualche anno non sono mai usciti), sono isolati letteralmente e virtualmente, non hanno computer, connessione a internet o uno smartphone.
E in gabbia iniziano a giocare. Guardano migliaia di film, li mettono in scena ripetendo le battute a memoria, si travestono, costruiscono costumi e oggetti con materiale di riciclo, si sfidano con pistole di cartapesta, cantano e ballano. I lupi sono giocosi, inseparabili, non possono rinunciare al gioco.
Il gioco è un mondo magico che li rapisce, gli offre la possibilità di moltiplicare e allargare i confini della loro gabbia, di essere altro da sé e di sporgersi al mondo. “Un afflato resistenziale non solo in grado di relazionarsi con la situazione problematica, ma anche di generare il nuovo” (Fant, 2015).
La dimensione ludica colpisce ed emerge con forza straniante e trasformativa nella storia vera di un branco di lupi che non si può immaginare senza gioco.  


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