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lunedì 27 giugno 2016

Diplomati all'Asilo Nido. La pervasività della valutazione


L’atto separatore e sanzionante (Foucault, 1993) dell’esame universitario può rivelarsi, in talune occasioni, un momento di approfondimento e arricchimento reciproco nel dialogo e confronto, seppur  imposto e non richiesto, con gli studenti.
La scorsa settimana durante un accaldato e poco affollato appello estivo, discorrevo, nel fecondo intreccio tra teoria e prassi, con una studentessa e educatrice di asilo nido.

A partire dalle riflessioni di Peter Gray (2015) che invita a riguardare e ripensare criticamente le nostre pratiche e il nostro immaginario educativo e scolastico, la studentessa provava a indagare le consuetudini di una prassi molto diffusa, ahimè anche all’asilo nido: la consegna del diploma a bambini travestiti da piccoli accademici in una lunga e incomprensibile parata, “selfata” e istantaneamente replicata su ogni social dai genitori.

Quali immagini dell’educare e del valutare si celano, non troppo nascostamente, dietro questa cerimonia selettiva e classificante? Perché un bambino di tre anni, che essenzialmente e primariamente gioca, dovrebbe essere valutato e elevato a individuo bravo, meritevole e laborioso? (Antonacci, 2009) Perché il passaggio alla scuola materna, e poi alla scuola primaria, deve essere celebrato con un rituale adulto e vuoto di significato per i bambini?  È forse per questo motivo che i bambini della fotografia, imbellettati e mascherati, ci stanno facendo una pernacchia?

Non si tratta, ancora una volta, di decretare ciò che è “giusto” o “sbagliato”, ma è fondamentale e urgente mantenere costantemente uno sguardo critico sulle teorie e sulle immagini che guidano le nostre pratiche. Allora si potrebbero pensare altre possibilità per ritualizzare il passaggio, per esperire e rielaborare le emozioni contrastanti che abitano la fine e l’inizio di un percorso educativo. Il teatro, la danza, il gioco, la musica, la pittura possono aprire spazi di incantamento, al riparo da sguardi classificanti e giudicanti, nel coinvolgimento di mente/corpo, cognitivo/affettivo. Saranno così i bambini, con le educatrici, a restituire il senso del percorso con un linguaggio ulteriore, che si avvicina maggiormente alla poesia che alla matematica, all'esperienza autentica che a un cerimoniale performativo, a uso e consumo degli adulti.

E, alla fine del post, vi state forse chiedendo quale voto ha preso la studentessa qui citata. Non credo, con Foucault (1993), che la potenzialità di una persona possa essere misurata, standardizzata e incasellata dentro un valore numerico ma restituita e alimentata dal fuoco balsamico dell'incontro educativo.




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