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domenica 7 maggio 2017

La guerra dei cafoni


Torrematta è un luogo che non si trova sulle carte geografiche, è uno spazio circoscritto e collocato nella realtà eppure distinguibile da essa, è il campo di battaglia della guerra dei cafoni.
A Torrematta, ogni estate, si svolge il gioco della guerra,  il conflitto atavico tra i cafoni e i signori guidati rispettivamente da  Scaleno e da Francisco Marinho, detto il Maligno. Ogni banda possiede una bandiera da difendere, un fortino in cui proteggersi e elaborare strategie di attacco, dei confini che non possono essere violati, spade, armi di legno e meduse da gettare contro i nemici, un linguaggio condiviso, dei nomi simbolici che istituiscono dei ruoli all’interno del gruppo (Prosperu, Culacchio, Mucculone, Tedesco, Merendina, Pavesino, Calimero, Elvis, Sorso di Mieru, Telefunken, Cibalgina, Toshiro Mifune, Zanzarina, Tonino, Tippetappe). In ogni banda è presente una figura femminile, Mela (la cafona) e Sabbrina (la signora), intorno a cui ruotano e si muovono, sospinti da Eros, i giovani adolescenti. Ognuna delle ragazze ha un cane: Sabbrina un peluche e Mela Mosè, amico fidato, guida e custode dell’aldilà.
La guerra dei cafoni è un gioco che viene messo in scena e si perpetua dalla notte dei tempi con il solo scopo di giocare, lottare, esperire il conflitto, la violenza e l’aggressività in un contesto delimitato e protetto, di sperimentare la propria forza e i propri limiti, la capacità di difendersi e aggredire per ribadire e salvaguardare lo stato e la reputazione di sé e del proprio gruppo di appartenenza. È un gioco da cui gli adulti sono esclusi, non sono ammessi se non come spettatori.
A rompere la magica cornice ludica, a spezzare l’equilibrio della guerra ancestrale tra cafoni e signori è Cugginu, un estraneo che si intromette nel gioco e nelle sue logiche, ne rovescia le regole,  sconfina nella realtà e determina l’interruzione del gioco e un finale non previsto della battagliola.

 
Al di là dell’ambientazione storica nell’Italia degli anni Settanta, al di là della lotta di classe, La guerra dei cafoni ci interessa perché mette in scena la dimensione bellica (e amorosa) dell’uomo, mai completamente afferrabile e definibile ma necessariamente non eludibile e censurabile nei contesti dell’educare. Il gioco della guerra, come innumerevoli altre attività di teatro, danza, giochi di ruolo, arti marziali, è terreno indispensabile dove fare esercizio della violenza e dell’aggressività in un contesto mediato che può trasformarla, scatenarla, bonificarla, temperarla, riconfigurarla (Antonacci, 2012, 2013). Continuando a negare a bambini e ragazzi lo spazio del conflitto, in base a un pregiudizio infondato, all’allarme del pericolo e secondo una retorica della pace buonista e stucchevole, non si permette di venire in contatto con le dimensioni conturbanti, complesse e misteriose del nostro essere con il rischio di non saper gestire e farci travolgere dagli effetti della violenza.
 
 

Il film, per la regia di Davide Barletti e Lorenzo Conte, è tratto dall’omonimo romanzo di Carlo D’Amicis, edizioni Minimum Fax.

 


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