Il piccolo Clown
Il teatro è pieno e
brulica di un vociare fluttuante e trasognato. Lentamente si abbassano le luci
che preannunciano ai piccoli e grandi spettatori che qualcosa sta per accadere.
Dal buio esplode un boato di stupore, attesa, paura. Il buio consente l’ingresso in un luogo altro, nello spazio dell’immaginazione creatrice che i
bambini sono soliti abitare. Per questo non credo abbiano bisogno di adulti
che, come traduttori simultanei, spieghino rigorosamente e incessantemente cosa succede sul palcoscenico.
Non servono le parole. C’è silenzio, attenzione, incantamento.
Lo spettacolo può
iniziare.
Un arcigno e scostante
contadino entra in scena. Compie, solitario, le sue routine quotidiane scandite
dai ritmi del lavoro e della terra. Finché un giorno, un piccolo clown, portato
misteriosamente da un treno, irrompe nella sua vita. Il bambino cerca da subito una relazione di gioco con l’adulto, con urgenza e naturalezza.
L’adulto ne è infastidito, lo ignora, non comprende gli scherzi, i gesti
inutili e esilaranti del bambino che vorrebbe danzare, suonare, sognare con
l’adulto.
Non vi spiegheremo
cosa succede poi. Vi invitiamo semplicemente a essere spettatori incantati, come i bambini, che
si lasciano compenetrare dalla magia di questo spettacolo per uscire da teatro
trasformati e con in testa il cappello rosso del piccolo clown, bambino letterale e
metaforico sepolto in tutti a irraggiungibili profondità. Il bambino curioso, irriverente, serio e allegro insieme, che indica il percorso per ritrovare il tesoro nascosto dell'infanzia e scavalcare i recinti delle categorie note e strumentali che irretiscono la nostra vita quotidiana in ogni minimo aspetto (Zolla, 2002).
Alla fine dello
spettacolo i due attori, padre e figlio, si siedono sul palcoscenico e i
bambini gli corrono incontro per un abbraccio, per ringraziarli di questo emozionate
incontro.
Di Klaus Saccardo, Nicolò Saccardo e Natascia Belsito
Con Klaus Saccardo e Nicolò Saccardo
Produzione Compagnia dei somari, ariaTeatro, Teatro delle Garberie
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