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giovedì 21 maggio 2020

Favolacce

Favolacce è il nuovo film dei fratelli Damiano e Fabio D'Innocenzo, appena uscito in questo così strano 2020.


L'arte è un mezzo per esperire
il divenire di una cosa
V. Šklovskij (L'arte come procedimento, 1917)

Si tratta di un film che ti entra sotto la pelle, sin dalle prime immagini  e dalle prime parole e poi non ti lascia più stare, per un bel po' di tempo. Le sue immagini sono distese, lunghe, densamente poetiche, perché la ripresa indugia sui particolari, ingrandendoli a dismisura, deformandoli, mostrandone il lato meraviglioso e osceno, senza soluzione di continuità.
Inizia come un racconto, prendendo in un certo senso le distanze dalle immagini, come se si trattasse del sogno di un'altra persona, della vita di qualcun altro, rispetto al quale non abbiamo legami, ma solo un sentore di somiglianza, come percepita da un secondo piano focale.
Riporto alcune parole delle prime scene, senza la pretesa di una trascrizione rigorosa, come seguendo la mia memoria: "Nella campana della carta ho trovato il diario di una bambina, scritto in penna verde, con una calligrafia acerba e sognante. Non resto stupito dai fatti in sé, ma dalla sensazione di misteriosa reticenza che mi provocano, come se non tutto fosse effettivamente su carta, eppure presente con pesantezza... Quanto segue è ispirato a una storia vera, la storia vera è ispirata a una storia falsa, la storia falsa non è molto ispirata”.
Questo gioco di straniamento è decisamente adatto a rispecchiare la condizione odierna, che ci vede nostro malgrado lontani, protetti, separati. Eppure al tempo stesso, per quanto mi riguarda almeno, rivela quanto le tecniche di distanziamento producano un effetto di intensificazione, di accresciuta implicazione, di rinnovato interesse per il mondo, per i fatti degli altri. Certo, senza immedesimazione diretta, che tende più spesso a coprire, a falsificare e a tradire l'altro, facendone espressione dei nostri propri pensieri, dei nostri propri sentimenti. Da questo punto di vista il richiamo esplicito a un certo realismo cinematografico, pur capace di condensare nelle immagini concrete i riferimenti mitici e simbolici, ci riporta all'amato PPP.
La prima cosa è lo sguardo sul mondo dei bambini, mai retorico, mai compiaciuto, fortunatamente ce ne scampano, con una passione per i loro giochi, i loro interessi e le loro relazioni. Le scene con l'acqua sono semplicemente meravigliose, da rivedere, da immergersene, nella loro semplicità e a tempo stesso sofisticazione. Anche qui c'è un rallentamento, un indugiare capace di cogliere qualcosa di magico dell'infanzia, che spesso altrove rimane celato o viene pervertito in modo francamente disgustoso. Qui no, c'è un riserbo struggente per i bambini, quasi che i registi ne siano al tempo stesso innamorati e terrorizzati.


La scuola, come spesso accade, mostra la sua mancanza di senso, e il suo essere potenziale spazio di fuga, si gioca solo nel volto nichilistico dell'escapismo, fino all'estinzione. La dirigente è incapace di vedere, l'insegnante è molto capace di spiegare, ma il senso del suo stare a scuola (e fuori dalla scuola) con i bambini, pur passando inosservato, è l'asso nella manica dei  registi, il loro, senza alcuna esagerazione volgare, coup de théâtre.
Perché in realtà è la fuga la vera protagonista del film, tutti alla fine fuggono da qualche parte, chi se ne va, chi torna a letto, chi si nasconde in garage, chi abbandona coraggioso tutto quanto che rimane indietro, chi semplicemente non ce la fa, neanche a scappare.
La fuga con la sua cappa di tensione brumosa, che ti tiene incollato e inquieto per tutta la durata, pronto ad accogliere una catastrofe mai annunciata, ma presentita, come dice la voce fuori campo all'inizio "presente con pesantezza". Eppure il finale scioglie, come senza tragedia, come un senso di sollievo, per la riuscita evasione da questo mondo così estraneo, così falso e pieno di violenza (tutta simbolica e senza senso) dei grandi.
Solo un genitore riesce a strappare suo figlio dalla fuga mortifera, con un istinto animale, grazie a  una ritirata, volgendosi indietro a un parente lontano, un congiunto importante solo perché a lui si vuole bene.
Ho ascoltato qualche stralcio di intervista ai registi e mi ha colpito uno stupore e un senso di rivincita, che sento così vicino, per non aver inverato la maledizione dei grandi: quando crescerai allora la penserai diversamente, allora capirai. E invece dalle sue parole viene sconfessato questo esiziale monito degli adulti che "crescendo avrei perso questo sguardo così preciso, e invece no, adesso sono cresciuto e non sono cambiato".
Meno male.

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