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martedì 12 maggio 2020

Kaleidoscopio

Pubblichiamo una testimonianza, da vera puella ludens, di Giulia Corvi, che lavora in una Comunità educativo residenziale per minori in Lombardia.

Kaleidoscopio
(dal greco kalós “bello”, eîdos “figura” e skopéō “guardo”)

“Oh Giulia, stasera c’è una storia?”
“Certo che c’è! Un po’ diversa però, perché stasera prenderà vita!”
“… (sguardo incerto e sorriso nascosto) … Ma in che senso? Sei un po’ matta eh!”

Non mi è mai capitato di raccontare così tante storie come in questi ultimi tre mesi, ma ciò che più mi ha meravigliata è che la richiesta mi è stata rivolta da ragazzi di quindici anni. Adolescenti persi in quella “radura” di crescita tanto affascinate quanto tenebrosa, ragazzini la cui dimora prima di entrare in comunità era la strada, perché la loro casa era una giungla invivibile.
Quella sera la storia si intitolava “trip da caleidoscopio” e per qualche strana ragione avevo nello zaino quel piccolo oggetto magico.
Quella sera sono stati i ragazzi a generare la trama di quel racconto, a rinnovarlo, a trasformarlo, con le immagini che il cerchio magico creato dal caleidoscopio suscitava loro.
Fu in quel momento che mi risuonò alla mente una domanda che mi era stata posta da un’amica qualche giorno prima e alla quale faticavo ancora a trovare una risposta chiara: “Quali atteggiamenti pensi siano importanti in questo momento di quarantena per il lavoro che state facendo con i ragazzi?”

Maturare una postura caleidoscopica
Questa, come educatrice, è stata la chiave per attraversare con i ragazzi l’immobilità, la noia, l’assurdità di questo virus che improvvisamente ha interrotto il ritmo quotidiano al quale eravamo abituati.
Alle volte per fare dei passi avanti bisogna essere disposti a perdere per un momento l’equilibrio perché la fine di ogni ricerca porta alla stasi, all’immobilità. Ci è stato chiesto di mettere in discussione, ancora una volta, la nostra postura sulla scena educativa, per ritrovare il nostro equilibrio nel disequilibrio dell’incertezza. È stato fondamentale ritrovare quella capacità di cambiare in corsa, consapevoli della necessità di un’attesa che sapesse muoversi in uno spazio sospeso e disorientante, dandosi tempo, imparando ad abitare ancora una volta, i luoghi dell’educazione, con la capacità di creare quelle condizioni affinché dentro i problemi potesse maturare di nuovo il desiderio e in quelle giornate di noia, la capacità di reinventarsi con un respiro nuovo.
Farsi caleidoscopici come il gioco di colori che sa stupire e affascinare.
Ed è quando una pandemia ti costringe ad abbandonare ogni contatto e le parole non sono abbastanza che ti chiedi come poter tenere viva l’energia di quelle tensioni relazionali che si vanno a creare.
Giocare è stato l’antidoto per liberarsi dalla svogliatezza che spesso attanagliava i ragazzi e noi educatori abbiamo riscoperto che il gioco è sempre una questione di sguardi, è un linguaggio di corpi che si incontrano e anche nel silenzio dialogano, caratterizzato da rischi, sfide, insulti e sorrisi ed è in ognuno di questi gesti che la relazione con l’altro cambia e i ragazzi crescono.
Farsi caleidoscopici come il tempo che si dilata e lascia spazio all’ascolto.
Ritrovare il tempo per ascoltarli, per contenere e provare a capire i loro deliri, per alimentare i loro desideri, da realizzare una volta terminato questo teatro dell’assurdo che il virus ha messo in scena e chissà…i sogni di una vita.

“C'è pure chi educa, senza nascondere
l'assurdo ch'è nel mondo, aperto ad ogni
sviluppo ma cercando
d'essere franco all'altro come a sé,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato.” (D. Dolci)

Ed era tra il racconto delle storie condivise, tra finzione e realtà che si lasciava loro la possibilità di depositare paure e alimentare desideri, sapendo che qualcuno era lì pronto ad accoglierli e raccoglierli.
Farsi caleidoscopici per educare lo sguardo, anche e soprattutto verso quei tondi neri che si insinuano ad ogni cambio immagine.
Tondi neri di paure, di rabbia, di agitazione. Quante porte sbattute, quante urla, quanti conflitti trovano dimora ogni giorno in comunità, (con e senza quarantena, sia chiaro) eppure, saper educare lo sguardo significa anche saper abitare in presenza del male, significa saper “prendere la notte” perché da educatori consapevoli sappiamo bene che non è possibile lasciarli diventare adulti senza lotte e competizioni.
Farsi caleidoscopici come la carica generatrice che spinge a trasformar-si e reinventar-si.
Spinta che si genera tra la cura dei riti e ritmi quotidiani, raffinando la capacità di conoscere e riconoscere l’altro, intravedendone e sostenendone potenzialità e limiti. Ed è sotto questa nuova e sospesa ottica del quotidiano che i ragazzi si sono affacciati verso i loro limiti, riconoscendoli, le loro paure, affrontandole, imparando a stare nella fatica, reinventandosi.
Apparecchiamo scene educative, non per rimanerne spettatori, ma per entrarci e costruire un fare e uno stare insieme che sia autentico e generativo.
Ecco perché offrire loro spazi di sperimentazione del bello, del difficile, dell’avventura e dedicare loro tempo per nuove sorprendenti esperienze, significa consegnare a loro desideri e speranze per un futuro che anche a loro riserva qualcosa di grande.

Giulia Corvi, 11 Maggio 2020

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