Corrispondenze in volo, tra il cielo e il mare.
Mi trovo da qualche parte tra il cielo e il mare, al di sopra dei monti, al di sotto delle stelle.
L’incipit
del romanzo di Jón Kalman Stefánsson, Varie
cose sulle sequoie e sul tempo (2025), descrive l’immagine iniziale del
film di Margherita Spampinato Goia mia (2025). L’opera letteraria e
quella cinematografica si aprono con la stessa immagine: un bambino, di dieci
anni, è a bordo di un aereo e sta raggiungendo i nonni per le vacanze estive. Il
primo viaggia dall’Islanda alla Norvegia circa trent’anni prima dell’inizio del
nuovo millennio, il secondo parte da un’indefinita città del nord Italia verso la Sicilia
negli anni Venti di questo millennio.
Nel romanzo di Stefánsson e nel film di Spampinato, i due protagonisti trascorrono l’estate con i nonni, con una nonna, che in entrambe le storie, “non è una nonna nel senso della carne, del sangue” (ivi, p.34) e in entrambe le storie sono apparentemente due nonne “d’acciaio, che non si piegano mai” (ivi, p.79) e, al contempo, accoglienti come le sequoie. Il tempo lento dell’estate e liberato dalla produttività frenetica nella vecchiaia consente di dare respiro all’infanzia, dei bambini e degli adulti, di ritrovarsi nello spazio reale[1], nel gioco, nella memoria dei luoghi, consente di essere partecipe e solidale con il mondo intessuto di relazioni magiche e sottratto al tempo e al giudizio, di intrattenere con le cose, le persone e gli animali un rapporto di reciprocità, fedeltà, intimità e anche crudeltà, di abitare e imparare a sostare nelle emozioni, anche dolorose, di tornare a percepire il reale con tutti i nostri sensi.
L’infanzia si mostra e si dispiega nelle lunghe e luminose giornate estive, nel desiderio di avventure, conoscenza ed esperienze, negli incontri con compagni di gioco necessari, reali o immaginari, per sperimentarsi, confrontarsi, scontrarsi, affrontare i timori e le paure di diventare grandi, “troppo alti, troppo seri” (Stefánsson, 2025, p, 31). L’infanzia è un tempo sospeso, “quando tutto può succedere, oppure tutto succede” (ivi, p.27), quando si è ancora disponibili a sognare e a immaginare, quando è permesso credere ai fantasmi o a ragni giganteschi e mostruosi, quando “si fa prima ad andare in Africa che ad attraversare una strada” (ivi, p.83).
Concludiamo
ritornando all’immagine iniziale, alla possibilità di riprendere il volo verso
il mondo dell’infanzia, di prenderci cura dell’infanzia, nostra e altrui, ogni
giorno e non fare di tutto per addomesticarla, svilirla e oltrepassarla per poi
doverla ritrovare e riscoprire sepolta a profondità insondabili, per dover poi prendere
da adulti, invece che un aereo, “una navicella spaziale uscita da un romanzo di
fantascienza che viaggiasse alla velocità della luce” (ivi, p.81) per provare a raggiungere,
in un’altra galassia, il mondo dei bambini.
[1]Le due storie sono ambientate in contesti
storici, sociali e culturali differenti, a circa cinquant’anni di distanza, ma anche il
protagonista del film di Spampinato si ritrova in un mondo disconnesso, senza
wi-fi, dove il tempo sembra essersi fermato.
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