Camminare in cerchio. Il territorio è come la poesia
“Per
dirla in modo diverso, occasionalmente si scorge qualcosa di fuggevole nel
territorio, un momento in cui linee, colori e movimento si intensificano e si
rivela qualcosa di sacro, e questo porta a credere nell’esistenza di un altro
regno nella realtà, corrispondente a quello fisico ma diverso. Forse non solo
qualcosa che si scorge, ma qualcosa che capita a chi attende. Continua Lopez:
«Il territorio è come la poesia: è inspiegabilmente coerente, trascende il suo
significato e ha il potere di elevare la vita umana»” (Lopez in Michieli, 2021,
p.23).
Il cammino, racconta Franco
Michieli, è un’esperienza che intensifica la vita, è una possibilità che consente
di uscire dallo scorrere inesorabile e ordinario del tempo per trasformare il
quotidiano in senso, in significato. Il cammino istituisce un cerchio magico (Huizinga, 2001)
che custodisce una realtà ulteriore, un regno poetico dove si perde tempo per
rallentare, per ritrovarsi e ritrovare la presenza del mondo, il cammino moltiplica
significati, dà emozioni, crea cultura e trasforma le relazioni. Sapendo
attendere e lasciandosi stupire e deviare da ciò e da chi si incontra lungo la
strada.
Questo è il senso delle esplorazioni
proposte da Georama Esplora, che nei mesi di febbraio e marzo, ha accompagnato
un folto gruppo di viandanti a camminare tracciando cinque cerchi (come il
gioco che si fa sulla sabbia) nella città di Milano.
Perdere il tempo per camminare in
città, che solitamente ci ammassiamo e ci affrettiamo a percorrere senza
prospettiva, è un gesto poetico e politico.
“La
via non prestabilita che finiamo per percorrere è una relazione fra la nostra
immaginazione e il mistero che dirige il divenire in cui siamo immersi” (Michieli,
2021, p.36).
Quando si cammina con lentezza,
curiosità e umiltà, magari senza bussola o navigatore, si ritrovano le facoltà
della sensibilità, dell’intuizione e dell’immaginazione, ci si orienta
riconoscendo il disegno di un territorio e una geografia che si ripetono.
“Le forme di un territorio, infatti, non sono
casuali, ma frutto di una storia geologica in cui hanno agito spinte che hanno
fratturato e dislocato le masse rocciose secondo precise direzioni; allo stesso
tempo agenti erosivi come l’acqua e i ghiacciai hanno accentuato solchi,
smussato asperità o accumulato sedimenti in accordo con la forza di gravità” (Ivi,
p. 26).
Leggere il territorio come poesia diviene un’occasione di disorientamento per perdersi e ritrovarsi, una necessità
urgente per ritrovare nuovi equilibri nelle geografie del consumo e nelle
intersezioni con i margini, per far “prevalere le condizioni dell’abitabilità
sulle questioni di produzione” (Latour, 2024, p.15), per riconoscere e proteggere
la diversità e l’identità non minoritaria delle periferie urbane attenuando
la pretesa di migliorarle e omologarle al “centro” ma risignificando
collettivamente lo spazio di vita, “attraversandolo e abitandolo, partecipando
a processi di decategorizzazione territoriale e collaborando alla produzione di
cultura ‘nuovamente’ critica, di nuovi saperi intorno alla periferia e alla
vita in essa” (Mancino, Rizzo, Vergani in Antonacci, Berni, 2024, p.112).
di Andrea Zanzotto
eroso il volto e il corpo - in macchie miserabili,
semimuta natura - natura in masse spenta,
funzione che divampa - e scade sonnolenta;
io, infine: subumano? - Io forse trascendente?
Io che abbandona al margine - la storiale corrente?
Piano: tre volte all’anno - milanese divengo,
dunque storico, umano, - funzionale mi tengo.
Antonacci F., Berni V. (2024), Le arti dell’educare, Milano: FrancoAngeli.
Huizinga J. (2001), Homo ludens, Torino: Einaudi.
Latour B. (2024), Come abitare la terra. Conversazioni con Nicolas Truong, Torino: Einaudi.
Michieli F. (2021), La vocazione di perdersi. Piccolo saggio su come le vie trovano i viandanti, Portogruaro (Ve): Ediciclo.
Zanzotto A. (2011), Tutte le poesie, Milano: Mondadori.

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