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mercoledì 31 agosto 2016

IN GIOCO con Ferdinando Scianna

"Quando pensiamo al gioco pensiamo quasi sempre ai bambini, ma sappiamo bene che non smettiamo mai di giocare, a qualunque età, e che quasi sempre, per sopravvivere, abbiamo bisogno di vivere la vita stessa come se fosse un gioco. Anche se mai, nella vita, si riesce a recuperare fino in fondo la serietà totale che hanno i bambini quando giocano.
Una serietà contemporaneamente profonda e leggera, che permette al cavaliere mascherato di interrompere di colpo la grande avventura e correre a fare merenda se la mamma lo chiama".

F. Scianna, catalogo della mostra IN GIOCO di Ferdinando Scianna, Sale Affrescate Palazzo Comunale, Pistoia 27 maggio – 3 luglio 2016.

Sicilia, 1973

Abbiategrasso, 1996
Spagna, 2005

Toscana, 2004 

Vietnam, 1993

Sana’a, Yemen, 1999
Colombia, 1987

Alfenas, Brasile, 1996

Lleida, Spagna, 2003
Skopje, Jugoslavia, 1969

venerdì 26 agosto 2016

La spettacolarizzazione del dolore del bambino nell’epoca della bulimia delle immagini



Di fronte all’ennesima immagine, comparsa nell’“ipertrofia del visibile” e inghiottita senza averla scelta per sapore, forma, odore, qualità, ho avvertito la necessità di fermarmi per interrogarmi e interrogare la pletora di immagini che straborda sui mezzi visivi, prolifera nelle tecnologie della comunicazione e condiziona il nostro sguardo.
In questi giorni sono i bambini, neonati, ritrovati tra le macerie del terremoto. Nei giorni passati e in continuo doloroso e inarrestabile divenire, bambini denutriti, bambini soldato, bambini arenati sulla spiaggia, bambini feriti in un fermo-immagine sanguinante.

Quanti bambini feriti e fragili, bombardati e affamati, schiavi e moribondi sono stati esibiti e inghiottiti dal nostro sguardo bulimico che tutto ingerisce e subitaneamente rigetta senza andare oltre la nostra ormai abitudinaria fruizione distratta, estetica o superficiale?

I nostri interrogativi, in quanto ricercatori nelle maglie del reale e dell’educazione, riguardano il modo in cui il dilagare globale di immagini e di conseguenza l’immaginario prodotto dai media svolge una funzione educativa. Il modo in cui esso tacitamente e pervasivamente influenza i processi di apprendimento, le dinamiche sociali e culturali, la rappresentazione della realtà stessa, il modo in cui ci informa e forma il nostro sguardo.

Riguardano il nostro sguardo che forse rischia di assuefarsi e anestetizzarsi dinanzi al proliferare di immagini tragiche determinando, paradossalmente, un allontanamento e un rifiuto di qualsiasi contatto con il dolore, la ferita e la morte. La morte eccessivamente esibita, spettacolarizzata e virtualizzata sembra negare la possibilità di sostare per interrogarsi sul mistero che essa porta con sé (Mantegazza), determinando un atteggiamento di indifferenza morale nei confronti degli eventi tragici rappresentati dai media piuttosto che una presa di coscienza individuale e collettiva.

Riguardano il rispetto della persona, della sua dignità nei casi di disagio, sofferenza, malattia o morte. Riguardano il bambino, sovraesposto senza protezione allo sguardo rapace o distratto di tutti e nessuno o il bambino usato per disgelare “la sensibilità atrofizzata della gente” o per solleticare il voyeurismo degli spettatori e consumatori di immagini.

Riguardano il rispetto delle parole che dovrebbero, dense, pesanti e spesse, riempire il vuoto di senso di cui troppo spesso è fatto il nostro linguaggio. Un linguaggio che sappia dare un nome alle cose, al di là di mere descrizioni oggettive o inondate dai nostri sentimenti. Un linguaggio che sappia riecheggiare, ri-guardare e ri-spettare il mondo (Hillman).

martedì 23 agosto 2016

Tragedia dell'infanzia. Dal giardino alla cella.

Si immagina un uomo la cui vita sia lo sviluppo naturale, conseguente dell’infanzia?
Una siffatta eventualità spaventa l’adulto – questo borghese generale.
E però il potere esecutivo dell’adultità recide l’infanzia: oltre a tutto, la vestizione della toga virile sanziona, con una cerimonia «ambita», l’inizio del «passo ridotto».
Un dovere illusorio e la solenne buffoneria della serietà, mascherano la tristezza mortificata di questo passaggio dal giardino alla cella, dalla libertà al «dovere».

Savinio A. (2001), Tragedia dell’infanzia, Adelphi, Milano, p. 127.

Pablo Picasso, Paul nei panni di Pierrot, 1925

Mary Ellen Mark

Franz Von Suck, Scherzo, 1909

Alain Laboile

Cesare Sofianopulo, Maschere, 1930

martedì 2 agosto 2016

Il pentolino di Antonino

Carrier I. (2011), Il pentolino di Antonino, Kite Edizioni, Padova.

Il pentolino di Antonino non è solamente un libro per bambini da 2 a 5 o da 6 a 10 anni, come è prescritto dai tenaci catalogatori dell’infanzia.
Il pentolino di Antonino è, a mio parere, un libro di delicata sensibilità rivolto a tutti coloro che vogliono provare ad accostarsi alla disabilità nel riconoscimento della diversità di ognuno, nell’incontro della persona prima e oltre la patologia, la difficoltà. È un invito a provare a dismettere gli occhiali rassicuranti che indossiamo per “disciplinare il caotico, il complesso e indicare nella prestanza, nell’efficienza, nella riuscita la meta del nostro procedere” (Di Pasquale, 2007, p. 101). Un’esortazione quindi ad avviare un processo di consapevolezza delle immagini mentali, sociali e culturali, miti radicali e radicati, che presiedono e anticipano, almeno dentro di noi, l’incontro diretto con le persone reali e il mondo.
Attraversare ed esplorare queste idee implicite e incrollabili, questi modelli prescrittivi e inconfutabili può essere faticoso perché dobbiamo renderci disponibili a spezzare la dicotomia noi/gli altri, a rimettere in gioco il nostro esserci e agire, a ristabilire le regole del presente e del futuro. La persona “extraordinaria” che incontra Antonino, non vede solo il pentolino rosso strano, imbarazzante e inquietante che il bambino trascina dappertutto, ma riconosce la persona con le sue difficoltà e potenzialità restituendogli la possibilità di immaginare un futuro, non più nascosto e dimenticato nell’isolamento ma ritrovato nella relazione con gli altri per ciò che è, sa fare, si sente di portare.