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giovedì 31 dicembre 2015

"Mio padre è un PPP"



Polleke è una bambina di 12 anni protagonista dell’ultimo romanzo dell’autore olandese Guus Kuijer.
Polleke pensa poesie che compone con le parole nascoste tra la vita di Spink, un PPP, un padre particolarmente problematico, tossicodipendente e senzatetto. Polleke vorrebbe che fosse suo padre a scrivere poesie, vorrebbe che riuscisse a realizzare e mostrare il suo talento di poeta. Ma Spink non ha una casa, si droga, non sa “cosa deve fare al mondo”.

Attraverso la poesia, la facoltà immaginativa, la bambina trasmuta la realtà, scende nei suoi abissi con leggiadra profondità, la comprende, la ripresentifica restituendoci con serietà e levità un mondo dove ognuno può essere e fare qualcosa.



mercoledì 30 dicembre 2015

Lo Yark. Il mostro che adora i bambini buoni

B. Santini, Lo Yark, LO editions, Milano, 2015


Nome: Yark
Famiglia: mostri
Specie: orchi
Habitat: zone popolate da bambini buoni
Alimentazione: carnivora…
Morfologia: alto circa 6 metri, zanne acuminate, unghie adunche, pelo ispido, alette da pipistrello
Caratteristiche: olfatto sopraffino, abile volatore, passo felpato, talento artistico
Intelligenza: lievemente inferiore alla media
Coscienza: talvolta. Ma ama gli animali.
Punto debole: l’ingestione di bambini cattivi gli provoca terrificanti mal di pancia e reazioni allergiche da grave intossicazione.
Rischio estinzione: ALTISSIMO. La distruzione dell’habitat dovuta a maleducazione, cibo spazzatura, mancanza d’amore ha comportato la quasi totale scomparsa della sua principale fonte alimentare: i bimbi buoni
Contromisure: cambiare dieta?


martedì 29 dicembre 2015

"I bambini pensano grande"

I pensieri infantili sono sottili. A volte sono così affilati da penetrare nei territori più impervi arrivando a cogliere, in un istante, l’essenza di cose e relazioni. Ma sono fragili e volatili, si perdono già nel loro farsi e non tornano mai indietro.
Così alla maggior parte delle bambine e dei bambini non è concesso il diritto di riconoscere la qualità dei propri pensieri e rendersi conto della loro profondità. A molti non è concesso neppure di arrivare ad esprimerli, perché un pensiero che non trova ascolto difficilmente prende forma e respiro.

Una moltitudine innumerevole di associazioni, intuizioni, connessioni e vere e proprie folgorazioni infantili restano dunque nascoste sotto terra, scavando un labirinto di canali che non arriveranno mai alla luce del sole, perché privati della dignità che nasce dal credere nella propria capacità di pensiero.
F. Lorenzoni, I bambini pensano grande. Cronaca di un'avventura pedagogica, Sellerio, Palermo, 2014, p.11.

Felice Casorati, Gli scolari, 1927-28

Edmond Theodor van Hove, Boy with a blue ribbon

Marlene Dumas, The Teacher, 1987

Kumi Yamashita, Seated Figure, 2012

Norman Rockwell, The young lady with a shiner, 1953


sabato 26 dicembre 2015

Volti animali

“Con tutti gli occhi la creatura vede
l’aperto. Solo i nostri occhi sono all’indietro
rivolti e completamente schierati intorno ad essa
come trappole intorno al suo libero esito.
Ciò che è fuori lo sappiamo soltanto dal viso
dell’animale; e già fin dall’inizio il bambino
lo si piega, lo si costringe a vedere soltanto
figure all’indietro e mai l’aperto, quello che
sì profondo è nel volto animale”.

Rilke R. M., (2001), Elegie Duinesi, Bur, Milano, p.85.

Eri Iwasaki

Eri Iwasaki

Eri Iwasaki

Eri Iwasaki

Eri Iwasaki

Velia Gelli

Velia Gelli

domenica 20 dicembre 2015

Maternage - Tracce di un viaggio


Lunedì 21 dicembre 2015, alle ore 18.00, verrà inaugurata al Museo Diocesano di Milano la mostra Maternage- Tracce di un viaggio, un’installazione dell’artista Laura Morelli nata dal progetto di l'abilità Onlus "In viaggio senza valigie".

La mostra vuole restituire un progetto educativo che l’associazione l’abilità ha realizzato, attraverso diverse azioni e interventi, per sostenere le famiglie di bambini con disabilità, nella fascia di età 0-6 anni, nel momento della prima comunicazione della disabilità, quando i genitori si trovano ad intraprendere un viaggio che improvvisamente li dirotta verso una meta imprevista.
La mostra ripercorre le tracce di questo viaggio accompagnando lentamente e discretamente dentro il guscio dell’esperienza della diversità e della disabilità, per provare ad accostarsi alle parole, alle emozioni e agli oggetti che i genitori hanno restituito, dentro una valigia, alla fine del progetto.

Maternage è un viaggio silenzioso che risuona delle voci dei papà, delle mamme, dei fratelli e delle sorelle, è un viaggio che ci invita a sostare tra la penombra e la luce della quotidianità delle famiglie, un viaggio tra i sapori, gli odori e i colori che avvolgono il mondo dei bambini con disabilità.
Un viaggio che coinvolge tutto il corpo, la mente e il cuore.
Un viaggio forse necessario per ri-volgere il nostro sguardo alle dimensioni fragili e umbratili dell’esistenza, per rimanere in contatto con la nostra costitutiva debolezza e incompiutezza.

Durante il periodo di apertura della mostra si svolgeranno workshop, seminari e laboratori per bambini condotti da pedagogisti, psicologi, artisti, antropologi che testimonieranno le loro visioni sul mondo della disabilità e della diversità.

Maternage sarà aperta al pubblico dal 22 dicembre al 7 febbraio 2016, dal martedì alla domenica dalle 10 alle 18.

L’ingresso alla mostra è gratuito previo l’acquisto del biglietto d’ingresso al Museo Diocesano.

Maternage
Dal 22 dicembre 2015 al 7 febbraio 2016
Museo Diocesano di Milano
Corso di Porta Ticinese 95
Orario 10-18, dal martedì alla domenica


martedì 15 dicembre 2015

Il palloncino rosso




Un palloncino è una cosa inanimata, priva di quel soffio vitale che lo possa dotare non solo di movimento, ma anche di pensieri e di emozioni. I palloncini, di cui noi abbiamo esperienza, non hanno personalità: sono balocchi e, come tali, cose per bambini; sono teneri, allegri e colorati; invitano alla festa, chiedono di essere lanciati e ripresi; si possono gonfiare e sgonfiare, schiacciare e scoppiare...
Un palloncino rosso impigliato ad un lampione a gas, in una Parigi in bianco e nero, triste e rassegnata nello srotolarsi della sua monotona quotidianità. E’ questo il soggetto del cortometraggio con cui Albert Lamorisse vince l’Oscar nel 1957: la storia di una relazione giocosa tra un palloncino e il bambino che lo libera, il racconto di un'amicizia, cominciata per gioco, dal suo sorgere al suo finire.
E’ Pascal, il bambino, a credere, da subito, a questa relazione, riconoscendo nel palloncino, non un giocattolo di cui disporre a proprio piacimento, ma un altro con cui giocare; un essere animato, accettato e accolto come si accoglierebbe un nuovo amico; Pascal non fa domande e non ha bisogno di spiegazioni razionali, di fronte al prodigio di un palloncino rosso che decida quali strade percorrere, quali scherzi fare e che mostri di avere propri sentimenti e di sperimentare emozioni: dalla tristezza alla gioia, dall’amore alla paura. Il bambino riconosce la sua vicinanza e amicizia, perchè la crede possibile, così come crede nella pioggia che bagna, nel tram che passa, nei pasticcini che, invitanti, gli sorridono dalla vetrina. Lo sguardo di Pascal è uno sguardo incantato, non perchè si stupisca dello straordinario incontro, ma perchè sa vedere oltre il visibile, oltre la plastica rossa riempita d’aria e trattenuta da uno spago.

Pascal è un bambino per cui la magia non entra in contraddizione con la vita, ma si fonde con essa. Non è così però per gli altri bambini del film: quasi tutti gli altri ragazzini, di cui ci parla Lamorisse, sono disincantati: bambini per cui il palloncino è un balocco bizzarro che genera dapprima allegria, per poi infastidire e suscitare inimicizia: per questo il loro gioco diventa inseguirlo, catturarlo ed ucciderlo. Forse anche loro, alla fine, ne hanno riconosciuto la presenza animata, ma hanno preferito spegnerla, non trovando altro modo di relazionarsi con essa, non avendo scoperto, come Pascal, una nuova possibilità di giocarci. Il loro sguardo non riconosce il palloncino come possibilità di amicizia ma come un essere diverso da sè e per questo fastidioso.
La disponibilità al gioco, con un balocco che prende vita, infatti, non è cosa da poco. Pascal non solo si lascia incantare dal palloncino, non solo ne apprezza gli scherzi e l’allegria: ne fa il proprio migliore amico, il compagno della sua solitudine. Il palloncino rosso lo accompagna nei momenti di gioia e tristezza, dialogando con lui, ricercandone l'attenzione, invitandolo a giocare ed a scherzare. Pascal lo ricerca continuamente, mentre gli adulti, come il preside e la nonna lo scacciano perchè lo vedono come una presenza che reca disordine e scompiglio nel mondo che essi cercano di ordinare e controllare.
La fine dell’amicizia è segnata dalla morte del palloncino, ucciso da un branco di compagni di Pascal, dopo essere stato inseguito, legato e torturato. 

Il palloncino rosso fa da specchio all'anima del bambino: corre, rallenta, si nasconde, scherza, corteggia, si muove a zig zag, accelera e rallenta. La presenza autentica del palloncino rosso innesca un dialogo con lo sguardo di chi, spettatore, lo contempla nel suo muoversi, suscita intime corrispondenze, avvince e commuove.
Le persone e i tram si muovono verso una meta; il palloncino attraversa lo spazio, servendosene per i suoi volteggi irriverenti e giocosi. E' colore che scalda il bianco e nero della città. Invade le regole dettate dal mondo adulto che delimita e stabilisce confini tra il dentro e il fuori. Il palloncino non può entrare in casa, non può entrare in chiesa, né a scuola e nemmeno in pasticceria. Appartiene all'aria ed è in questo elemento che il bambino verrà sollevato e fatto fluttuare nella scena finale. Anche lui palloncino infante tra i palloncini colorati della città di Parigi.
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domenica 13 dicembre 2015

Gilliamesque. L'autobiografia pre-postuma di Terry Gilliam


“È assurdo fino a che punto il mondo occidentale si sia disconnesso dalla realtà. Senza contare il resto, c’è il fatto che nulla stimola l’immaginazione quanto un legame diretto con il mondo in cui viviamo. Quando ripenso al paesaggio in cui sono cresciuto, so che dall’altra parte della strada sterrata che passava davanti casa nostra c’era una grande palude, e che più avanti lungo la strada c’era un bosco terrificante con una casa mezza diroccata, abitata non si sa da chi. Subito la mente comincia a fantasticare. Anche la palude era magica, perché un anno tagliarono un sacco di alberi e li accatastarono sul ciglio della strada, e strisciando sotto i tronchi trovavamo un sacco di meravigliosi nascondigli pieni di muschio”.
T. Gilliam, Gilliamesque. Un’autobiografia pre-postuma, BigSur, Roma, 2015, p. 7.

Gilliamesque, l’autobiografia pre-postuma del regista Terry Gilliam, è un’opera d’arte, una raccolta caoticamente ordinata di disegni, locandine cinematografiche, fotografie, schizzi e illustrazioni, appunti scritti a penna . È un libro che, come ha detto lo stesso Gilliam, “ha a che fare con l’arte e non con la vita” e che ci immerge nel mondo immaginifico di un artista che ha saputo restituirci l’invisibile.

Ricordiamo tra i suoi film, a noi particolarmente cari, Parnassus- L’uomo che voleva ingannare il diavolo (2009), Tideland. Il mondo capovolto (2005), La leggenda del re pescatore (1991). Opere che invitano a una comprensione di natura simbolica aprendo alla possibilità di arricchire il nostro immaginario sull’infanzia, il gioco, l’educazione.


giovedì 10 dicembre 2015

Timbuktu Colors - Progettare spazi di gioco con i bambini

Timbuktu Magazine è la prima rivista digitale per bambini su iPad nata nel 2010 dall’idea di due giovani italiane, Elena Favilli (esperta in giornalismo e editoria per l’infanzia) e Francesca Cavallo (autrice di teatro e conduttrice di laboratori teatrali per bambini),  trasferitesi a San Francisco per dar vita al progetto.
Dopo il successo di Timbuktu Magazine le due ragazze daranno avvio, a partire da gennaio, a un nuovo progetto che vi vogliamo raccontare perché ha la potenzialità innovativa e trasformativa del cambiamento con e attraverso il gioco.
Timbuktu Colors, questo il nome del progetto, si propone di costruire tre playground a San Francisco, in tre comunità svantaggiate della Bay Area, coinvolgendo nella progettazione i bambini e le loro famiglie. Timbuktu Colors è una piattaforma, a cui si potrà accedere per dare e ricevere suggerimenti su come trasformare luoghi abbandonati, parchi fatiscenti o angoli nascosti in spazi dove poter giocare.
“Il pilota servirà a creare un kit che possa essere usato in tutto il mondo per il co-design e la costruzione di spazi urbani dedicati al gioco che siano low cost e di alta qualità”.
In questo modo chiunque e in qualunque luogo, anche le comunità dove sono poche se non assenti le opportunità di gioco, potrà partecipare per colorare e ridipingere gli spazi di gioco del proprio quartiere o della propria città. Ognuno, in un clima di condivisione e collaborazione, potrà contribuire a rendere le grigie, frenetiche e anonime città in spazi dove incontrarsi e ritrovare il piacere del gioco.

Le due ragazze si augurano di trovare i partner giusti per portare questo progetto anche in Italia. 

lunedì 7 dicembre 2015

L'infanzia ritratta da Vivian Maier

E’ in corso a Milano una mostra dedicata all’opera di Vivian Maier, fotografa per passione e tata per professione.

“Seppur scattate decenni or sono, le fotografie di Vivian Maier hanno molto da dire sul nostro presente. E in maniera profonda e inaspettata… Maier si dedicò alla fotografia anima e corpo, la praticò con disciplina e usò questo linguaggio per dare struttura e senso alla propria vita conservando però gelosamente le immagini che realizzava senza parlarne, condividerle o utilizzarle per comunicare con il prossimo. Proprio come Maier, noi oggi non stiamo semplicemente esplorando il nostro rapporto col produrre immagini ma, attraverso la fotografia, definiamo noi stessi”. M. Heifermann

Qui alcune fotografie della mostra che colgono l’infanzia tra gli anni Cinquanta e Sessanta tra New York e Chicago.


Vivian Maier. Una fotografa ritrovata presso Forma Meravigli, via Meravigli 5, Milano.








domenica 6 dicembre 2015

The Crow's Egg di M.Manikandan


É lo sguardo profondo e vitale di due bambini che colpisce e rapisce in The Crow’s Egg, film del regista indiano Manikandan selezionato al Toronto International Film Festival 2014. É lo sguardo di due fratelli, “Piccolo Uovo Di Corvo e Grande Uovo Di Corvo” cresciuti nello slum di una città nel sud dell’India che ci restituisce un mondo invaso e conquistato dal mito occidentale della crescita e del consumo. All’inizio del film il campo da gioco viene occupato e usurpato per costruirvi una pizzeria e i due bambini sono costretti a rinunciare al loro gioco prediletto, arrampicarsi sugli alberi per bere uova di corvo. Il processo di globalizzazione si compie con l’acquisto di ben due televisori che ingombrano la baracca e con il loro potere pervasivo di insegnamento offrono e inculcano una serie di comportamenti e modi di essere che non ammettono repliche, alternative, resistenza (Pasolini, 2003).
Irretiti dalla televisione i due bambini smettono di giocare per procurarsi i soldi per assaggiare una pizza, venerata e idolatrata dalle immagini pubblicitarie.
Ma sarà lo sguardo del Bambino che proverà ad insinuarsi oltre le barriere che separano i ricchi dai poveri per rilanciare a noi spettatori una riflessione profonda sulla nostra “civiltà dei consumi”, sul nostro mondo lacerato da sempre più evidenti e abnormi disparità economiche.

E allora viaggiare, anche attraverso le immagini cinematografiche, è il modo migliore per conoscersi (Mernissi, 2000), per guardarsi attraverso lo sguardo di chi è differente da sé e mettere criticamente in discussione il contesto in cui viviamo e da cui proveniamo.


venerdì 27 novembre 2015

Giocare a scuola

Sono stata in Finlandia a Tampere la settimana scorsa. C'era un Convegno sulla Scuola Creativa assai originale. Sono tornata felice, perché ho visto che

a scuola si può ballare


a scuola si può saltare nelle tabelline


a scuola si possono coniugare i verbi per terra con i gessetti


a scuola ci si può sedere sui palloni giganti e colorati



mercoledì 25 novembre 2015

Smart Spaces: gioco e apprendimento per i bambini con disabilità


Può la tecnologia contribuire a creare ambienti di gioco piacevoli e stimolanti per supportare e migliorare le abilità psicomotorie, sociali e comunicative dei bambini con disabilità?

Se ne discuterà giovedì 3 dicembre, in occasione della Giornata Internazionale delle persone con disabilità, presso la Sala Conferenze del Dipartimento di Elettronica, Informazione e Bioingegneria (Edificio 20 - Piano Terra) - Via Ponzio 34/5, Milano.
Il seminario è organizzato in collaborazione con la Fondazione Politecnico, il dipartimento di Elettronica, Informazione e Bioingegneria del Politecnico di Milano e l’associazione L’abilità onlus.
Verranno presentati l'approccio generale del progetto e le caratteristiche della “smart room” costruita in P3S e allestita presso il Centro Diurno di l’abilità Onlus. I partecipanti saranno coinvolti, in modalita’ “workshop interattivo”, nell'analisi e discussione di casi di studio e nella definizione di prospettive future.

Qui il programma del seminario.
Maggiori informazioni su PS3 sono disponibili al sito: http://i3lab.elet.polimi.it/projects/p3s


sabato 21 novembre 2015

"Coraline" di Neil Gaiman


Quando hai paura di fare qualcosa, ma la fai comunque, quello è coraggio.

Coraline è una bambina che si trasferisce con i suoi genitori in una vecchia e grande casa situata in un edificio abitato da personaggi alquanto bizzarri: due anziane e veggenti attrici e un “vecchio pazzo” che ammaestra un circo di topi.
Coraline si annoia nella nuova abitazione, i suoi genitori non fanno altro che lavorare e indaffarati e distratti suggeriscono alla bambina di contare tutte le porte e le finestre oppure fare un elenco di tutte le cose blu. Ben presto la catalogazione degli oggetti si rivela un gioco sterile e poco interessante e Coraline  inizia a esplorare la casa. Scopre che una porta, la quattordicesima, dà su un muro di mattoni oltre il quale si apre un corridoio scuro.
Coraline ha paura ma si fa coraggio e decide di immergersi nel buio, di vivere un’avventura extra-ordinaria, di sottrarsi allo sguardo adulto che vieta, “urla e strilla”, “non dice cose sensate” e ha perduto irrimediabilmente il tempo della noia e del gioco.
Coraline apre la porta dell’immaginazione e scopre un mondo illusorio, dell’inlusio (l’essere nel gioco), doppio del reale che letteralmente la seduce e la rapisce, la diverte e la impaurisce, la mette alla prova per restituirla trasformata. E insieme a lei il lettore, a patto che compia la fatica di sospendere momentaneamente il proprio ego giudicante e borioso per lasciarsi stupire e meravigliare, per attraversare con la bambina l’oscurità necessaria e trovare un varco verso un mondo rigenerato dall’immaginazione ludica (Antonacci, 2012).

Il gatto sbadigliò lentamente e con attenzione, rivelando una bocca e una lingua di un rosa sorprendente.
«I gatti non hanno nome» disse, «No?».

                                                           «No» disse il gatto. «Voi persone avete il nome. E questo perché non sapete chi siete. Noi sappiamo chi siamo, perciò il nome non ci serve». 

sabato 14 novembre 2015

Immaginiamo il futuro. Il ruolo dello sport, la proposta del Judo

Sabato 21 e domenica 22 settembre 2015 presso il centro Asteria di Milano si svolgerà il
Congresso Internazionale "Immaginiamo il futuro. Il ruolo dello sport la proposta del Judo."


Il recupero dei valori civili sia sul piano personale che sociale è sicuramente favorito dalla pratica dello sport e soprattutto dall’educazione fisica, mentale e morale che il judo offre, in base al programma esplicito formulato dal suo fondatore, Kano Jigoro. Tuttavia lo sport non è indenne dalla pressione di un mondo fondato sulla competizione esasperata e sul perseguimento del risultato al di là della qualità tecnica e morale dello stesso, e il judo non fa eccezione. Il valore educativo dell’esperienza sportiva risiede nel rispetto dell’avversario, nella purezza tecnica e nell’accettazione di regole condivise, sia durante la preparazione che nel corso delle competizioni. In quest’ambito assume particolare importanza l’arbitraggio che può richiamare il rispetto dei principi profondi che soggiacciono alla disciplina.

Apertura a cura dei giovani judoka dell'associazione AISE
Tavola rotonda con i Maestri N. Tempesta, B. Vismara, M. Pelligra, E. Degl’Innocenti
e a seguire interventi di
Marcello Ghilardi – Università degli Studi di Padova
Giuseppe Di Cesare – Università degli Studi di Parma
Francesca Antonacci – Università degli Studi di Milano Bicocca
Guido Racinelli e Massimo SienaIED Milano
Julian Espartero Casado – Università di Leòn (Spagna)
Claudio Sanna – Professore di educazione fisica, insegnante di judo
Tavola rotonda con i Maestri N. Tempesta, B. Vismara, M. Pelligra, E. Degl’Innocenti
Il tema scelto, nel congresso del 2015, impone, per la prima volta, l’apertura di un confronto fra diverse linee di pensiero sulla natura del judo. Per questo, accanto agli interventi individuali, ci sarà anche una discussione in forma di tavola rotonda. Ma la novità maggiore consiste nel presentare, accanto agli interventi di persone la cui autorità è consolidata, anche un’elaborazione compiuta da giovani che un giorno non lontano diverranno i successori ed i prosecutori del judo.

"Banana" di Andrea Jublin


«Secondo me la felicità è come il calcio brasiliano. Nel calcio brasiliano i giocatori per assaporare la felicità si lanciano in attacco, scartano gli avversari con numeri pazzeschi e alla fine fanno gaol. Certo, magari attaccando il brasiliano può fare qualche errore, ma se uno vuole essere felice deve correre dei rischi […].
Di solito però gli altri, le persone normali vogliono che stai in difesa, che fai catenaccio. E’ come se non ci credono che ci sono le cose grandi da andare a prendersi in attacco.
In difesa uno soffre meno, ma non so se può davvero essere felice».

Così Giovanni, un ragazzo di 14 anni chiamato Banana per il suo tiro maldestro e la sua maglietta gialloverde brasiliana, fa la telecronaca della vita attraverso la metafora calcistica.
Giovanni viene sempre messo in porta perché è incapace di fare goal ma lui, “il più brasiliano” di tutti, non ci sta e, ad ogni partita, abbondona il ruolo da portiere che gli è stato imposto dai compagni e si lancia all’attacco con coraggio e fermezza, assaporando la vertigine del rischio. E inevitabilmente la palla esce dal campo, finisce nel giardino della perfida professoressa che la restituisce bucata.
Nella partita di calcio si gioca la vita. Il campo è un piccolo paese laziale, è un’Italia disorientata, inetta e immota come sembrano mostrare le primissime immagini del film, che lasciano intravedere tra monoliti di cemento un cielo indispensabile. Il campo è il presente di oggi, è un mondo dove tutto è stato divorato, fagocitato, consumato. I giocatori sono le persone della vita di Giovanni e di ognuno di noi: adulti rinunciatari, senza sogni e speranze, uomini-massa – direbbe Ortega Y Gasset– o uomini mass-media aggiungiamo noi che assistono “iperpassivi” allo spettacolo della vita.  
Banana, bambino reale e metaforico, piccolo guerriero animato da Eros, decide di giocare seriamente la partita della viva e, in conclusione, ci sorride ferito dal campo.


«La vita è un’avventura, amici sportivi».

mercoledì 11 novembre 2015

La stanza dei giochi



Ortega Y Gasset sosteneva che il teatro è l’altro mondo per eccellenza, un “ultramondo”, un’altra realtà magica e straordinaria dove ci si può concedere un riposo dal “peso dell’esistenza”(Ortega Y Gasset, 2006). In questo senso il teatro è una forma di gioco, forse la più perfetta- secondo il filosofo spagnolo, che consente all’attore e allo spettatore di uscire dal loro mondo abituale e quotidiano per andarsene in una dimensione eccezionale e immaginaria.

La stanza dei giochi  della Compagnia Scena Madre è uno spettacolo che mette in scena il gioco, è un gioco nel gioco. Non solo la scena, ma anche la sala e il teatro divengono un “ultramondo”: il pubblico partecipa ai giochi di Emma e Elio, i due bambini protagonisti sul palcoscenico e insieme a loro si diverte, litiga, perde e vince, inventa, immagina, si traveste, sogna in solitudine. Sostiamo con i due bambini nel tempo in-finito e ambiguo del gioco: nel conflitto, nel piacere, nel travestimento, nella noia, nell’immaginazione creatrice, nella ripetizione che incanta, nella serietà divertita.
La stanza dei giochi è uno spettacolo fatto da bambini ma non solamente per bambini, perché l’infanzia non è solo un’età anagrafica ma quel tesoro nascosto che è in noi, nel fondo della memoria e che il gioco del teatro vivifica e presentifica come “principio di vita profonda, di vita sempre aperta alla possibilità di ricominciare” (Bachelard, 2008).

Lo spettacolo ha vinto il premio Scenario infanzia 2014 e il premio Dallorso per il Teatro 2015.


E’ in scena a Campo Teatrale a Milano.

domenica 8 novembre 2015

MUSEO PER TUTTI – Accessibilità museale per persone con disabilità intellettiva



Poco tempo fa, su questo blog, vi abbiamo raccontato e mostrato Scienzabile, un progetto innovativo e sperimentale che ha reso accessibile ai bambini con disabilità intellettiva dai 6 ai 10 una parte delle collezioni e dei laboratori del Museo nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano.
A partire dall’esperienza di Scienzabile, L’abilità onlus insieme alla Fondazione De Agostini ha avviato, il 5 novembre 2015, un nuovo progetto che svilupperà linee guida e moduli operativi che possano essere riproposti nel percorso educativo di altri musei con l’obiettivo di rendere il patrimonio culturale fruibile anche alle persone, sia bambini sia adulti, con disabilità intellettiva.
Saranno coinvolti nel progetto “MUSEO PER TUTTI – Accessibilità museale per persone con disabilità intellettiva” il Museo archeologico “San Lorenzo” di Cremona, i Musei del Comune di Genova, il Museo degli Innocenti di Firenze e di Reggia di Venaria (Torino).
“L’accessibilità di un museo e di qualsiasi luogo di cultura non si misura solo dall’assenza delle barriere architettoniche o sensoriali” – sostiene Carlo Riva, direttore di l’abilità Onlus e referente del progetto – “rimangono spesso poco esplorate le necessità della persona con disabilità intellettiva: come favorire la comprensione e l’esperienza e quindi l’accesso al patrimonio culturale per le persone con tale deficit? MUSEO PER TUTTI è un vero progetto di inclusione sociale, che rispetta il principio della Convenzione sui diritti delle persone con disabilità secondo cui è riconosciuto alle persone con disabilità il diritto a prendere parte con gli altri alla vita culturale”.


Tutte le fasi saranno documentate su un blog dedicato a “MUSEO PER TUTTI” che racconterà gli step del progetto, mentre i materiali, la ricerca e l’esperienza saranno raccolti in un e-book, disponibile online al termine della sperimentazione.

giovedì 5 novembre 2015

Il circo delle nuvole




Una lavagna luminosa, degli acquerelli, degli inchiostri, della sabbia e un maestro d'arte, Gek Tessaro: questi gli ingredienti dell'incantevole spettacolo di teatro disegnato dal titolo  "Il circo delle nuvole", con cui l'artista racconta ai bambini che le cose più belle le hanno sotto gli occhi senza bisogno di comprarle:

Il senso vero della nostra vita è trovare di un altro alla fine le dita...

Non abbiamo ali attaccate alla schiena eppure il cielo è la nostra scena
Dire cielo forse è un po' esagerato: non è tanto lo spazio che teniamo occupato...

mercoledì 4 novembre 2015

Il ruolo del gioco nella scuola creativa - Convegno a Tampere - Finlandia


3rd INTERNATIONAL SYMPOSIUM AND CONFERENCES ON CREATIVE EDUCATION
16th - 19th November 2015 - Tampere Finland

Se passate da Tampere in Finlandia il 18 novembre nel pomeriggio non perdete la presentazione di Francesca Antonacci e Monica Guerra sul ruolo del gioco nel progetto di "Una scuola"!Programma del convegno

martedì 3 novembre 2015

Spettacolo Slot Machine in scena all'Olinda. il 4 novembre ci siamo anche noi!


Slot Machine, lo spettacolo di Marco Martinelli del Teatro delle Albe, con Alessandro Argnani, in scena all'Olinda - ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini (via Ippocrate 45, M3 fermata Affori, FN uscita via Ciccotti) dal 30 ottobre all'8 novembre.
Dal 3 al 7 novembre sarà accompagnato dal ciclo di incontri “La città gioca d'azzardo”:

3 novembre
POLIS SCONVOLTA. AZZARDO E POLITICHE DELLA PARTECIPAZIONE
Incontro con Damiano Palano, professore di Scienza politica e Storia del Pensiero politico, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

4 novembre
PUER LUDENS
Incontro con Francesca Antonacci, professore Pedagogia del Gioco, Università Milano/Bicocca

5 novembre
LA SOLITUDINE DEI GIOCATORE GLOBALE
Incontro con Aldo Bonomi, sociologo, Consorzio Aaster

6 novembre
L'IDOLO. FINANZA, AZZARDO, DENARO
Pierangelo Dacrema, economista, professore di Economia degli intermediari finanziari all’Università della Calabria

7 novembre
PATOLOGIE IN GIOCO. RELAZIONE E LEGAME SOCIALE NELL'EPOCA DELL'AZZARDO DI MASSA
Pietro Barbetta, professore di Psicologia dinamica all’Università di Bergamo, Direttore del Centro Milanese di Terapia della Famiglia

lunedì 2 novembre 2015

The Wolfpack. Si può immaginare una vita senza gioco?


Sette fratelli, con nomi di divinità indiane, crescono in un piccolo e angusto appartamento in un palazzo popolare del Lower East Side di Manhattan.
Per oltre dieci anni ai ragazzi è proibito uscire perché il mondo là fuori, secondo i genitori, è pericoloso, può avere effetti nefasti sui figli. ll padre, seguace del culto degli Hare Krishna, trascorre il suo tempo guardando film, bevendo e rifiuta qualsiasi forma di costrizione sociale. La madre insegna ai figli a casa, anziché mandarli a scuola.
Il branco di lupi è in gabbia. I fratelli Angulo non possono avere le chiavi della porta d’ingresso, escono un massimo di nove volte l’anno (e qualche anno non sono mai usciti), sono isolati letteralmente e virtualmente, non hanno computer, connessione a internet o uno smartphone.
E in gabbia iniziano a giocare. Guardano migliaia di film, li mettono in scena ripetendo le battute a memoria, si travestono, costruiscono costumi e oggetti con materiale di riciclo, si sfidano con pistole di cartapesta, cantano e ballano. I lupi sono giocosi, inseparabili, non possono rinunciare al gioco.
Il gioco è un mondo magico che li rapisce, gli offre la possibilità di moltiplicare e allargare i confini della loro gabbia, di essere altro da sé e di sporgersi al mondo. “Un afflato resistenziale non solo in grado di relazionarsi con la situazione problematica, ma anche di generare il nuovo” (Fant, 2015).
La dimensione ludica colpisce ed emerge con forza straniante e trasformativa nella storia vera di un branco di lupi che non si può immaginare senza gioco.  


mercoledì 28 ottobre 2015

Materia e materiali

La materia è il mondo. Per i bambini il mondo è materia risonante, plasmabile, piacevole o disgustosa, morbida o pungente.
Da anni in Bicocca si lavora sui materiali destrutturati, sullo scarto industriale, su ciò che sembra non avere valore e invece, grazie a uno sguardo amoroso e immaginativo, può essere ripensato, riconfigurato, trasformato per diventare, di nuovo, mondo vitale.
Anche di questo si parlerà al MUBA, nel convegno Materie intelligenti. Materia e materiali negli apprendimenti dei bambini il 6 novembre dalle 9.00 alle 18.00.



domenica 25 ottobre 2015

"Il bambino che scoprì il mondo"


Ci sono film e libri che vengono prescritti ad un pubblico di soli bambini, come se superata la soglia dell’età anagrafica dell’infanzia non si possa regredire o perdere tempo per vedere o leggere opere per bambini o come se diventare adulti significhi perdere irrimediabilmente “quel nucleo infantile atemporale” (Bachelard, 2008) che permane, come suggerisce Bachelard, in ogni animo umano e che si rivela nelle immagini degli artisti.
O Menino e o Mundo, del regista brasiliano Alê Abreu, è un film per tutti ed è un film in cui l’infanzia reale e simbolica non trova più spazio in un mondo che non è fatto non solo a misura di bambino ma anche a misura d’uomo. Il mondo, che scopre il bambino protagonista del film, è il “soggetto di un’immensa sofferenza”(Hillman, 2002) è malato, inquinato, saturo di smog; è un mondo che difende con arroganza il primato del profitto e della crescita incontrollata, un mondo che reprime con la violenza ogni forma di bellezza e d’arte. E’ il nostro mondo.
E il bambino, nelle immagini poetiche e senza parole del film, prova a sopravvivere in questo mondo - come “Federico”, il topino della storia di Leo Lionni - seminando l’immaginazione, lo stupore, la musica e la poesia che sono cresciute nell’albero sotto cui, ormai cresciuto, troverà ristoro.


A Milano  il film è in programmazione al cinema Beltrade.